La macchia – un racconto quasi inedito

La macchia
©Morena Fanti

Lo sente anche con la porta chiusa; lo sfrigolio delle luci dell’albero di Natale arriva fino al letto dove è sdraiato. È solo il sette dicembre, dovrà sopportare quel rumore per un mese intero. Aldo si volta verso il muro ma lo sfrigolio rimane. Si concentra sulla parete bianca: la macchia d’umidità nell’angolo si è ingrandita, ora assomiglia a un orso arrabbiato, la bocca aperta in un ghigno e i denti appuntiti.
Aldo raccoglie la coperta che sta scivolando a terra e la tira sotto il mento; si avvolge nella lana a quadri ma la sensazione di freddo non se ne va. Non riesce più a dormire; ormai passa i giorni a letto e le notti a rigirarsi tra le lenzuola.
L’allarme del cellulare gli ricorda l’antidolorifico delle sedici, come gli ha ricordato l’antibiotico delle dieci e gli ricorderà il cortisone delle venti. Ormai solo dalle compresse capisce la scansione del giorno; il tempo è una barca che traghetta pastiglie bianche e capsule rosse.
Si alza su un gomito, prende le compresse già preparate su un quadrato di garza, proprio come all’ospedale, e le inghiotte con un sorso d’acqua. Un conato di nausea gli stringe lo stomaco e gli ributta un po’ d’acqua in gola. Inghiotte di nuovo e si lascia cadere sul letto. Il lenzuolo è bagnato di sudore ma ormai non ci fa più caso.
Due tocchi alla porta precedono l’ingresso della madre e del tè che non berrà. Lui rimane fermo, con gli occhi chiusi, sperando che lei esca subito; sente il rumore del piattino che viene posato sul comodino e i passi della madre che raccoglie qualcosa dal pavimento. Spera che lei capisca, ma sa che non accadrà. Quando i passi si fermano, si irrigidisce.
«Se ti alzi, ti rifaccio il letto. Con le lenzuola pulite staresti meglio».
Non risponde, lei rimane un po’ e poi esce, Aldo si concentra sulla visione di una grossa mano che cancella il mondo. Ma la cosa che vorrebbe davvero cancellare è la scena che lo ossessiona, il dottor Pasquini che gli comunica la diagnosi e gli dice quel nome, quel “Linfoma non Hodgkin” che non sembra poi così male. Aveva chiesto al medico: Se si chiama “non”, significa che è meno brutto del paragone?
No, aveva risposto il dottor Pasquini. Il linfoma non Hodgkin fa parte di un gruppo di linfomi che si presentano in modo più virulento della famiglia opposta, il linfoma di Hodgkin. Lascia andare un’imprecazione che sovrasta lo sfrigolio delle luci.
Sente la madre in cucina che traffica con le pentole e il padre che cambia canale. Il telefono squilla e il padre abbassa il volume prima di andare a rispondere. Lo ascolta salutare Giovanni, capisce che sta alzando la voce in modo che lui senta e chieda di passargli la telefonata. Il padre, dopo il consueto scambio di notizie su di lui e sulla sua malattia, riattacca. Il volume della tv torna ai livelli soliti e Aldo apre le mani: le dita sono rigide e si stendono a fatica.
Li sente parlare in cucina, capisce che discutono se è il caso di fargli sapere della telefonata di Giovanni. Pochi secondi dopo, la porta si apre e il padre dice: «Era Giovanni. Vorrebbe venire».
Lui capisce che non se ne andrà senza una risposta, non è come la madre, e dice: «Non voglio nessuno».
«Isolarti non ti aiuterà».
«E cosa mi aiuterà, papà? Tu mi aiuterai? La mamma mi aiuterà? Ho un tumore! Niente mi può aiutare. Chiudi la porta quando esci». Continua a leggere “La macchia – un racconto quasi inedito” →