La pelle dell’orso

la pelle dell'orso

La pelle dell’orso
Matteo Righetto

Guanda, 2013

Quando l’ho aperto (preso d’impulso in biblioteca) e ho letto la seconda di copertina*, ho pensato che il romanzo di Matteo Righetto fosse una storia alla McCharty, una storia tipo La strada.
E quelle parole “racconto folgorante di una formazione” mi hanno fatto prudere le braccia. A volte si abusa degli stessi uguali termini e si finisce per dire sempre le solite quattro cose. E i romanzi di formazione mi suscitano un po’ di allergia.
Ho iniziato a leggere e la lettura è scivolata via veloce: Righetto ha una bella scrittura, fluida e comprensibile, pur mantenendo uno stile non banale con qualche gradevole volo pindarico: “Il mattino era già maturo e il sole percolava dalle alte chiome dei pini in fasci di raggi che sembravano cilindri di luce bianca”, “… i colori dell’autunno rinvigoriti dalla luce della sera si illuminarono come se qualcuno avesse acceso una luce interna: rosso forte, giallo intenso, arancione vivo e ocra”, “Amava l’autunno perché trasformava le foreste in dipinti”. Anche la scelta del verbo ‘percolare’ dimostra la padronanza di Matteo Righetto sulla materia, d’altronde l’autore è docente di lettere.
La storia è forte nel suo sviluppo e nell’epilogo, ma ha anche la delicatezza di certe favole (è pur vero che nelle favole si consumano le più assurde ed efferate crudezze), il tutto in un’ambivalenza che intriga il lettore.

Farei un appunto (ho questa mania, perdonatemi) ai troppi incisi in corsivo sui pensieri di Domenico: li avrei graditi in altra forma, integrati nel testo. Così appesantiscono la lettura e, a mio parere, la rendono anche meno incisiva. Ma son gusti.
La pelle dell’orso è un bel romanzo, da leggere senza porsi tanti problemi. La storia è annunciata, salvo quella digressione inattesa (da me, da altri non so) che non dico per non togliervi il gusto di scoprirla da soli. Ho anche pensato che l’autore l’abbia inserita di proposito, proprio per non rendere il romanzo sdolcinato, ma dell’intenzione dell’autore potrebbe dire solo Righetto.
Bella anche l’interazione con la tragedia del Vajont, una delle nostre pagine che non sarà mai dimenticata, e che dà alla storia quel punto di vero che sempre ci piace.

Domenico cresce davvero durante il narrare di questa storia, ma Domenico a me sembra grande fin da subito, un bambino cresciuto nella mancanza: della madre morta e del padre che non ha saputo affrontare il dolore. Domenico è un bambino adulto che qualcosa riesce a insegnare pure a una come me, che la formazione l’apprezza solo ai banchi della vita e non sempre nei libri.

*Domenico ha dodici anni ed è sempre vissuto nel villaggio dove è nato, ai piedi delle Dolomiti. La montagna è il suo mondo e questo mondo non ha segreti per lui. Gli piace guardare le cime mentre va a scuola, dove la professoressa gli racconta di Tom Sawyer, o attraversare i boschi mentre va al torrente a pescare, sognando avventure straordinarie. Continua a farlo anche se da un po’ di tempo tutti lo mettono in guardia, perché il rischio di imbattersi nell’orso di cui tanto si parla in giro è grande. Un orso ormai diventato una leggenda nella valle: terribile, gigantesco, feroce come da quelle parti non se ne vedevano più. E non riesce a credere che suo padre, sempre così distante, ubriaco, perso, sia lo stesso uomo che adesso vuole dare la caccia all’orso e vuole partire per quella spedizione sulle montagne insieme a lui, solo loro due, via per giorni e giorni a contatto con una natura aspra, selvaggia. Ma è proprio questo che accadrà. Domenico sarà coinvolto in un’esperienza unica, spaventosa ed eccitante, dalla quale apprenderà che la natura, per quanto pericolosa, non sarà mai crudele come gli uomini. Un romanzo d’avventura che è insieme il racconto folgorante di una formazione, di ciò che succede per la prima volta, e che sarà per sempre.

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