La gioia che ci hanno tolto – un racconto di Marco Freccero

Mesi fa, ho avuto il piacere di leggere un gruppo di racconti di Marco Freccero. Sono racconti che fanno parte di un insieme omogeneo e coeso (è bene dire che un libro di racconti dovrebbe avere un filo conduttore o, almeno, uno stile ben definito, per essere considerati ‘un libro di racconti’ e non una cosa fatta a caso, con i primi racconti che ci vengono in mente); in questa raccolta Freccero ci vuole mostrare qualcosa di ben definito, qualcosa che lui ha visto e sulla quale ci sta facendo puntare gli occhi.
Lo stile è semplice, non punta alla spettacolarizzazione; le frasi sono costruite ad arte per seguire il ritmo che l’autore ha nella testa.
Il tema che credo di avere individuato è nella descrizione di una società contemporanea che ci mostra le sue malattie, i dubbi che attraversano la sua onestà e minano la dignità delle persone.
Freccero ci racconta della vita quotidiana di operai (ma anche imprenditori che se non se la passano bene), disoccupati e lavoratori al nero, al limite delle loro forze e dei loro soldi, e lo fa senza compiacimento e senza pruderie; si intuisce una ricerca di verità nelle parole che usa e nelle storie che racconta.
Questo è uno dei racconti che lessi, uno breve: spesso Marco Freccero scrive racconti di 30 pagine (roba che io ci farei un romanzo breve ;)), ma è pur sempre un racconto che nel blog risulta ‘lungo’ e quindi non commerciale. Ma questo blog non è commerciale e quindi ci sta.
Prendetevi il tempo per leggerlo.

*****

La gioia che ci hanno tolto

Si è alzato da letto un paio di ore fa e se ne sta disteso sul divano, a guardare la televisione. C’è una trasmissione che pubblicizza la vendita di stufe a pellet. Dura una quindicina di minuti, poi un breve stacco pubblicitario e ricomincia. È uno di quei canali che mandano in onda solo questo genere di cose.
Gli dico:
– Non ne usciremo più.
Lui fa una specie di grugnito. Dopo qualche minuto di silenzio sbadiglia. E dice:
– Se tutto quello che hai da dire è questo.
Non aggiunge altro. Aspetto che parli, e lui invece alza il volume della televisione. Spengo la sigaretta nel posacenere, appoggio la schiena alla sedia, e lascio cadere le mani in grembo.
Siamo senza lavoro da un paio d’anni; i risparmi che abbiamo messo da parte stanno per terminare. A parte qualcosa in nero, e tante promesse, non riusciamo più a rimetterci in carreggiata. Pulizie delle scale, sgomberi delle soffitte o delle cantine. A volte stiro per le vicine, e loro mi danno qualcosa: pasta, una confezione di caffè, un po’ di soldi.
Abbiamo acquistato un furgone usato, quando abbiamo avuto l’idea di inventarci questo lavoro degli sgomberi di cantine e soffitte. Ma pagano poco e ci chiamano sempre più di rado, perché spunta qualcuno che prende un euro in meno.
Tra qualche mese il furgone deve fare la revisione; a ottobre mi pare. Un amico meccanico gli ha dato un’occhiata tre settimane fa. È uscito dall’officina Fiat a Legino, le mani nelle tasche della tuta, strascicava le suole sull’asfalto. Ha guardato il mezzo, poi noi e di nuovo il mezzo. Si è avvicinato senza fretta, sul volto aveva un’espressione perplessa. Ha appoggiato una scarpa al paraurti, ha spinto un paio di volte per verificare gli ammortizzatori, o le sospensioni. Non capisco molto di queste cose. Si è spostato dietro e ha ripetuto l’operazione. Ha controllato le spazzole dei tergicristalli, gli pneumatici. La smorfia sul volto pallido si è fatta più decisa. Franco ha detto che il motore gira che pare un gioiello. Però ha subito aggiunto:
– Non sono un esperto. Tu ne sai più di me.
Quello lo ha guardato, si è passato il dorso della mano sinistra sulle labbra:
– Certo.
Si è chinato, ha guardato sotto. Quando si è rialzato ha crollato la testa, si è pulito le mani, le ha passate lungo le cosce; secondo lui è buono per la demolizione. Non vale la pena metterci le mani, spendere. Quell’accidente di furgone ha pure la marmitta bucata.
Ci ha detto:
– Ho dell’usato, se vi interessa.
Io e Franco ci siamo guardati; per pura cortesia gli abbiamo risposto che ci interessava. Sapevamo che non ne avremmo fatto nulla. Ci siamo fermati mezz’ora, abbiamo visto un paio di modelli, lui insisteva per farceli provare, un giro lì attorno. Abbiamo rifiutato. Siamo andati via con la promessa che ci avremmo pensato.
La povertà è brutta perché ti fa dire un sacco di bugie.

Intanto ho la schiena a pezzi e avrei bisogno di cure. Iniezioni di cortisone, dice il medico, e riposo. Non abbiamo nemmeno i soldi da pagare le bollette, i negozi di alimentari.
Per le scadenze sono io che devo segnarmi ogni cosa, ricordarmi; Franco si scorda tutto. Infiliamo le fatture e i conti in sospeso sotto uno dei piedi della zuppiera di ceramica che fa da centro tavola. Stamane appena alzata ho preso un post-it, ho scritto le prossime scadenze e l’ho appiccicato al televisore: c’è da pagare il gas e i libri dei bambini. Lo faccio sempre: segno le scadenze più urgenti e incollo il foglio da qualche parte, in modo che sia visibile. Per non dimenticarcene e affrontare il problema: magari vendiamo qualcosa o ci viene in mente qualcuno cui chiedere dei soldi. Ne dobbiamo a un bel po’ di persone.
Franco ha staccato il post-it e lo ha fissato al frigorifero senza aprire bocca. Si è sdraiato, ha acceso la televisione e non si è più mosso.
Stanotte inizierà a lavorare per un panettiere giù in centro; a fine mese dovrebbe prendere 500 euro. Dovrebbe. Almeno il pane ce lo regaleranno. Ha dormito fino a mezzogiorno, alla mezza abbiamo pranzato. Dice che deve imparare a dormire in orari sballati.
I bambini sono dai genitori di Franco. Lucia ha sei anni, è la minore ma ha intuito che sta accadendo qualcosa. D’un tratto ha cominciato a fare la pipì a letto. Ettore ha un temperamento nervoso, mangia in continuazione, parla poco e ingrassa. Ha undici anni, e a scuola va male.
Secondo i professori, i bambini hanno bisogno di serenità; come se non lo sapessimo. Però ci abbiamo pensato su, io e Franco, e abbiamo deciso di allontanarli. Adesso abitano al Santuario, in una casa in collina, poco prima della cava. Almeno non vedono tutto questo.
Nel fine settimana andiamo a trovarli; prendiamo l’autobus che ci lascia sulla strada. Pochi passi su un sentiero, e siamo arrivati.
La macchina l’abbiamo venduta quando abbiamo avuto l’idea del furgone.
C’è questa grande casa dove Franco ha vissuto finché non ci siamo sposati, dieci anni fa; e per qualche ora torniamo a essere quelli di una volta. Mangiamo, dormiamo, parliamo; ridiamo persino, eppure dietro i denti sento qualcosa che mi mangia. I genitori di Franco ci danno dei soldi, e noi li accettiamo; sono pensionati. All’inizio era dura, ci sembrava di essere dei ladri; se riusciamo a pagare l’affitto lo dobbiamo a loro.
La domenica sera torniamo a casa. Abbraccio prima Ettore, poi Lucia, li bacio, dico:
– Un po’ di pazienza. Presto torneremo a vivere tutti assieme.
Mi sforzo di sorridere, ma dire le bugie lascia un sapore amaro in bocca. So che mi abituerò anche a questo.
Ogni volta che saliamo sull’autobus per tornare in questa casa, penso che dovremmo avere più coraggio. Mollare tutto in città e vivere lì. Franco non vuole. Dice che è una questione di orgoglio. Che tanto non c’è nemmeno più la terra da coltivare, l’hanno venduta, e fare il contadino non ne vale la pena. E un mucchio di altre cose. Ne abbiamo parlato tanto. Pure suo padre glielo ha ripetuto non so quante volte. Franco non sente ragioni. Dobbiamo risalire, ripete, e stare dove ci sono le opportunità. Proprio così dice: opportunità.
Era felice come un bambino quando ha trovato il lavoro dal panettiere. Io gli ho detto:
– Ma è in nero. E ti ha preso perché d’estate c’è più lavoro. A settembre ti lascerà a casa.
Lui si è stretto nelle spalle:
– È il principio. Si torna in sella.
– Ma quale sella. Nemmeno lo abbiamo mai visto un cavallo.
Si è arrabbiato. Quella volta ha urlato come non succedeva da un pezzo, che ero stupida, e non vedevo mai le cose buone che ci succedevano. Che godevo a segargli le gambe e poi non so più che cosa. È uscito di casa sbattendo la porta, ma ha continuato a imprecare mentre scendeva le scale. Anche giù in strada.
Era una battuta scema, però c’era un fondo di verità. Se vivessimo dai suoi, non avremmo tutte queste spese, e loro non farebbero i salti mortali per tenere in piedi la nostra e la loro casa. Sono vecchi, e star dietro a due bambini non è una faccenda da poco. Meriterebbero di starsene tranquilli, di invecchiare senza croci.
Poi mi ricordo, e dico:
– La settimana prossima sarà il compleanno di Lucia.
Lui sospira, mormora qualcosa che non riesco a capire. Gli chiedo:
– Cosa c’è?
Lui dice:
– Credo che andrò a dormire ancora un po’.
Chiedo:
A che ora ti devi presentare?
– A mezzanotte. Deve farmi vedere i macchinari, spiegarmi il lavoro. Dopo potrò andare più tardi, verso l’una.
– A che ora pensi di finire?
Fa un gesto vago con la mano, dice:
– Penso di essere a casa per le nove. Credo che ci sia da fare le pulizie. Forse persino qualche consegna in giro.
Io penso: “500 Euro”, e dico:
– Ma hai sentito cosa ho detto? Martedì Lucia compirà gli anni.
Lui sbuffa, sbatte entrambe le mani sul divano. Si alza di scatto, mette i piedi sul pavimento, cerca le pantofole e dice:
– Tanto che serve parlarne? Non abbiamo soldi. Mica posso chiedere un anticipo sullo stipendio già il primo giorno. Se per una volta non festeggia, non muore nessuno.
Spegne il televisore, si alza in piedi e posa il telecomando sul tavolo. Mi guarda mentre si gratta la pancia con entrambe le mani:
– Svegliami stasera alle nove. Per la cena fai qualcosa di leggero.
Non mi era mai accaduto niente del genere: scoppio a ridere, così tanto che alla fine ho le lacrime agli occhi. Franco mi guarda a bocca aperta.
Io gli faccio cenno di non badarci, muovo le mani e rido, rido sempre di più. Alla fine mi calmo, però mi viene un accesso di tosse. Mi alzo, prendo un bicchiere e, col riso che mi solletica ancora la gola, lo riempio di acqua. Bevo a piccoli sorsi, ho la fronte sudata, infine mi calmo. Poso il bicchiere nel lavello, torno a sedere.
Franco deglutisce, fa un passo in avanti e mi chiede:
– Stai bene?
Mi passo le mani sugli occhi, mi soffio il naso, respiro a fondo e fisso la sua figura un po’ gobba, la camicia azzurra a maniche rimboccate, stropicciata, fuori dai jeans.
– È tutto a posto – dico.
Resta a fissarmi per qualche istante, esce dalla cucina senza aggiungere altro.
Sento la porta della camera da letto che si chiude, le tapparelle che si abbassano. Le molle del letto che cigolano.
Se avessi del caffè me lo farei. Potrei fumarmi un’altra sigaretta, invece mi alzo e mi lavo le mani nel lavello. Prendo un panno, lo bagno appena e con quello pulisco il televisore. Lo schermo, il retro, il telecomando. Anche i cavi. Ne prendo un altro e con quello lo asciugo, elimino ogni traccia di umidità. Guardo l’orologio a muro, segna le quattro e mezza.
Mi allontano di un paio di metri dal mobile che lo ospita, e cerco di calcolare il suo peso: ha uno schermo lcd da 40 pollici, è stata l’ultima follia che ci siamo permessi. Un Sony.
A quei tempi credevamo che bisognasse comprare il meglio o lasciar perdere. Il nostro motto era: una sola spesa ma buona. Io ero già senza lavoro, ma la falegnameria dove Franco era impiegato sembrava solida. Lui guadagnava bene, sapeva fare il suo lavoro, e il suo capo era sicuro di durare. Di farcela a superare il momento.
Il negozio di vendita di motociclette dove lavoravo come contabile, una mattina non ha più aperto. Mi sono presentata alla solita ora, ma non si è visto nessuno dei padroni. Ci stavo da vent’anni; appena finita ragioneria mi sono impiegata lì. Ho telefonato a casa loro, ma squillava e nessuno rispondeva, e i cellulari erano irraggiungibili. Dopo pochi giorni si è saputo cosa era successo. Erano scappati coi soldi, e non li hanno più trovati: marito, moglie e due figli ancora piccoli. Qualcuno dice siano in Venezuela, altri in Sudafrica. Un mucchio di gente aveva versato gli anticipi per comprare la propria motocicletta. Tutto andato. Alcuni pensavano che facessi parte del piano, fossi coinvolta e restassi per sistemare le cose. Mi fermavano per strada, chiedevano dei loro soldi, li volevano indietro.
Quando ci penso mi viene il magone; è un genere di azione che non merita nessuno. Però ti rendi conto che non conosci mai davvero una persona; credevo di poterli considerare come di famiglia.
Piego le ginocchia e osservo da vicino il televisore, a caccia di graffi, di imperfezioni. È perfetto. Cerco di sollevarlo. Sento una fitta alla schiena, lascio stare. Mi sposto in corridoio e prendo il cellulare dalla borsa. Scatto alcune foto al televisore, verifico che siano nitide.
Prendo un foglio di carta e scrivo: “Sono a fare una commissione”. Se per caso si alza non voglio che Franco stia in pensiero. Dovrei fare una doccia prima, ma ho fretta.
Esco di casa e do un giro di chiave alla porta; non si sa mai. C’è gente che riesce a introdursi in casa con niente, una tessera di plastica e fa scattare la serratura. L’ho letto da qualche parte. Noi non abbiamo più molto da rubare: abbiamo già venduto l’impianto hi-fi, la radio, il microonde, assieme a soprammobili, persino un paio di servizi di piatti. Però preferisco essere prudente. Magari entrano in casa mentre Franco dorme, e si fregano proprio il televisore.
Cammino sino in centro; ci vuole mezz’ora, e spostarsi in autobus è una follia. Ho indossato una giacca ma c’è un sole caldo, già sudo e penso alla doccia che non ho fatto.
C’è un negozio che vende roba usata, due vetrine in una via un po’ nascosta. Da un pezzo siamo tra i suoi fornitori più fedeli. Lasciamo gli oggetti; quando riescono a venderli, trattengono una percentuale sul prezzo concordato, e il resto lo intaschiamo noi.
Entro, saluto, mi dirigo verso il bancone senza prestare attenzione a niente. C’è il solito ragazzo con l’orecchino che brilla all’orecchio destro, le braccia ricoperte da tatuaggi, le mani sul piano. Spiego cosa posso offrire e gli porgo il cellulare perché dia un’occhiata alle foto. Siede su uno sgabello, si fa serio e scorre le foto, mentre mi allontano di qualche passo, mi guardo attorno.
C’è un vecchio che gira, osserva le lampade, allunga una mano, ne sfiora una. Come se avesse commesso una brutta azione, con uno scatto ficca le mani nelle tasche del soprabito. Il tessuto è macchiato, dai bordi pendono dei fili. Mi vede e abbassa gli occhi. Poco oltre, una giovane coppia parla sottovoce vicino a una cucina a gas. Lui annuisce, abbassa lo sportello del forno e gli getta un’occhiata, lo richiude. Si spostano un poco più in là. Lei sembra aver visto dei lampadari che le piacciono, glieli indica e lo tira per la camicia. Lui sbuffa, la segue verso la parte più interna del negozio.
Torno verso il bancone. Il ragazzo annuisce, allarga le braccia e, mentre mi consegna il telefonino, dice:
– Signora, così non so giudicare. Un apparecchio del genere bisogna vederlo.
– È un Sony da 40 pollici. Perfetto – dico.
– D’accordo – incrocia le braccia sul petto, – Noi siamo sempre qua. Restiamo aperti fino alle otto.
Dico:
– Però dovete venire a prenderlo. Io non ce la faccio a sollevarlo, e poi tutte quelle scale. Così decidiamo anche il prezzo.
– Sì – dice. Ci pensa su, si passa una mano sul capo rasato a zero, le luci dei neon lo rendono brillante, sospira:
– Domattina?
Si china sul bancone e prende un quaderno e una penna. Lo apre.
– Alle otto. Ha il lettore DVD. Ma per quello non voglio niente.
Segna nome, cognome e indirizzo; non gli devo ricordare che abitiamo nella scala B, è un dettaglio che conosce. È già venuto a prendere la lavastoviglie, il giorno che Franco era a fare uno sgombero al Cadibona. Per quel lavoro gli devono ancora dei soldi, 50 euro se ricordo bene.
Quando esco mi dico che sono una cretina. Come se ci potessimo permettere di regalare un lettore DVD, o qualunque altra cosa. Ormai il guaio è fatto, ma sono così furiosa con me stessa che non mi accorgo neppure che sto correndo. Quando me ne rendo conto, rallento il passo, mi guardo attorno.
Alle otto Franco non dovrebbe essere a casa. Tiro il fiato e riprendo a camminare.
Magari riesco a farmi dare qualcosa anche per il DVD, in qualche maniera.

Sono le undici di mattina quando sento la serratura della porta scattare, e la voce di Franco che dice:
– Sono io.
Si toglie le scarpe nel corridoio, posa le chiavi sul mobile dell’ingresso. Si ferma per un paio di secondi sulla soglia della cucina e si passa le mani sul volto con la barba da radere. È pallido, con addosso una stanchezza che non gli avevo mai visto. Sembra invecchiato di colpo, e i capelli ingrigiti, tagliati corti, gli danno un’aria comica, una specie di clown che si è struccato male. Per un attimo ho voglia di alzarmi, abbracciarlo e di prendere su di me la sua stanchezza. Invece resto seduta a fumare la mia sesta sigaretta della giornata.
Faccio un respiro profondo, stiro le labbra in un sorriso e gli chiedo:
– Allora, come è andata?
In mano ha una borsa verde. Si passa la lingua sulle labbra. Dice:
– Credevo peggio. Ma il caldo che fa. E la sete – aggiunge:
– Le bottiglie di acqua. Devo portarmi delle bottiglie di acqua, almeno tre. Tu non hai idea di quanto sia brutta la sete. Là dentro.
Si muove, dalla borsa estrae un sacchetto di carta e dentro c’è del pane, una lista di focaccia, dei grissini, lo posa sul tavolo, dice:
– Omaggio della casa.
Mi sfiora la guancia con le nocche, dice:
– Sempre a fumare, eh?
Infine si sposta verso il lavandino, prende un bicchiere e lo riempie di acqua sino all’orlo, lo svuota a piccoli sorsi. Lo riempie ancora una volta, si avvicina al tavolo e si siede. Dice:
– Se imparassi a fare il pane come si deve. Sai cosa pensavo? – avvicina la sedia a me, mi mette una mano sul braccio, dice:
– Aprire un negozio è fuori discussione. Anche prenderne in affitto uno. Ci vuole una barca di soldi. Però se imparo bene, potrei farlo. E venderlo.
– Il pane?
– Certo. Compriamo una di quelle macchinette al supermercato. Quelle per impastare il pane. Lo facciamo e ci mettiamo a venderlo. Magari porta a porta.
Schiaccio la sigaretta nel posacenere, soffio via il fumo, tossisco, dico:
– Che senso ha? Perché qualcuno dovrebbe comprare il tuo pane fatto con la macchinetta, quando con una macchinetta può farlo da sé?
Lui fissa gli occhi azzurri sul mio volto, li abbassa; annuisce. Svuota il bicchiere che aveva ancora in mano e lo posa sul tavolo. Dice:
– È che la stanchezza non mi fa ragionare bene.
– Fatti una doccia e vai a dormire. Ti chiamo per il pranzo. Ho preso una fettina. La facciamo con un po’ di patate fritte.
Dice:
– Stasera all’una. Ho fatto anche un paio di consegne con l’Ape. Meno male che non mi hanno fermato, perché ho lasciato a casa la patente.
Resta con la testa a ciondoloni per un minuto. Si alza in piedi con l’aiuto delle mani, si gira, si ferma.
Dice:
– Il televisore.
Si volta di scatto, mi guarda. Passo la lingua sulle labbra, dico:
– L’ho venduto. Col lettore di DVD. Avevano già chi lo voleva. Un Sony si piazza bene, mi hanno detto.
Il suo volto si copre di chiazze rosse, apre la bocca, il respiro accelera. La stanchezza si dissolve, compare qualcosa negli occhi azzurri.
– Tu e quella cazzo di festa per la bambina. Come se morisse senza torta.
Ho un sussulto, allungo le braccia come per domandargli di fermarsi; non riesco a parlare, mi nascondo il volto con le mani e scoppio a piangere.
Urla:
– Sei una demente, tu e le tue idee del cazzo sulle feste di compleanno.
Spingo indietro la sedia, mi rannicchio, aspetto i colpi. Si muove come un animale in gabbia. Butta per terra il bicchiere, il sacchetto col pane, lo pesta, urla e lo schiaccia, sbriciola i grissini, la focaccia. Mi tappo le orecchie, devo solo avere pazienza perché presto finirà tutto. Meno male che i bambini non ci sono, questa è una buona cosa. L’idea di mandarli dai nonni è stata mia, forse non sono tanto stupida.
Sussulto quando la porta di casa sbatte. Ho il fiato corto come se avessi fatto le scale a due a due; resto in ascolto ma c’è solo il mio respiro. Tremo così tanto che i muscoli non mi reggono più, mi lascio cadere a terra, sbatto la spalla sul pavimento e resto lì su un fianco. Ho rovesciato pure la sedia. Il bicchiere è in frantumi sul pavimento. Poteva andare peggio.
Quando ho finito di piangere, mi tiro su e appoggio la schiena alla lavatrice. Chiudo gli occhi, respiro a fondo, mi passo le mani sul volto, con la destra accarezzo il braccio sinistro fino al polso, con la sinistra quello destro. Cerco di calmarmi.
I soldi li ho spesi per il gas, e la carne, non è rimasto che qualche spicciolo. Quello che mi ha fatto piangere è che per Lucia non ci sarà niente: è la prima volta da quando è nata.
Penso a cosa ho sbagliato. Forse dovevo comportarmi in modo differente. Dovevo vendere il cappotto, qualche coperta, tanto siamo quasi in estate e al momento occupano solo spazio nell’armadio.
Dovrei avere più fiducia, ecco il mio problema. Magari il panettiere tiene Franco sino a Natale, gli aumenta lo stipendio. E cerca una commessa per la panetteria. Mi presento e mi prende. Però devo essere sicura di me, e se qualche cliente alza la voce, le mani non devono muoversi per conto loro. Tra qualche anno, il panettiere se ne va in pensione e lascia l’attività a Franco. I suoi figli non hanno voglia di impegnarsi perché fare il pane prende tempo, e lavorare di notte richiede sacrificio. C’è da tenere ancora duro per un po’, e le cose si rimetteranno a girare come si deve. Non ci sarà più tempo per le lacrime. Organizzeremo tutte le feste di compleanno che vorremo. Per Lucia, Ettore, i nonni, Franco, anche per me.
E riavremo tutta la gioia che ci hanno tolto.

Annunci

9 pensieri su “La gioia che ci hanno tolto – un racconto di Marco Freccero

  1. Angosciante (è ovviamente un complimento).

    Non è il primo racconto di Marco che mi capita di leggere, devo dire che questo mi ha catturato più di altri.
    Credo che sia ottimo come esempio delle indicazioni che quotidianamente regala ai lettori del suo blog.

    Mi piace

    1. Grazie isim. Dalle storie di Freccero si rimane sempre catturati.
      Io, lo dico anche da imbrattacarte virtuali, rimango pure stupita, perché scrive cose che io non so. Sono cose che potrei intuire, ma che comunque non saprei trasferire.
      Lui, invece, lo sa fare.
      A ognuno il suo.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...