L’idiota – di Fëdor Dostoevskij

NZO

Traduttori: Eugenia Maini, Elena Mantelli

Il principe Miskyn torna in Russia dopo un lungo soggiorno in svizzera, dove era andato per curarsi. Già in treno, prima ancora di arrivare a  Pietroburgo, conosce Rogozin, che gli parla del suo amore per  Nastas’ja Filippovna.
Poco dopo, a San Pietroburgo, il principe va a fare visita all’ultima Myskin ancora in vita: Elizaveta Prokof’evna Myskin. Il marito,  il generale Epancin, ha un segretario, Gavrila Ardalionovic, che mostra al principe la foto di una bellissima donna, che è proprio Nastas’ja Filippovna.
Da qui partono le vicende, in parte molto tragiche, del principe e della società russa che l’accoglie.

Potremmo semplificare e raccontare così tutta la vicenda: un uomo torna in patria dopo un lungo soggiorno all’estero, conosce un uomo che gli parla di una donna di cui è innamorato e conosce la donna stessa (che ha un passato tenebroso alle spalle) e se ne innamora. Ha quindi diversi scontri con l’innamorato di lei e la vicenda assume toni oscuri fino a sfociare in un evento tragico.

Niente di straordinario, direte. Una vicenda come tante altre.
Ma cosa rende questo romanzo di  Dostoevskij un capolavoro?
L’essenza del principe è la struttura portante del romanzo. Inutile dire che senza di lui, senza questa figura ammantata di splendore, il romanzo non sarebbe lo stesso.

In una lettera del 1867, indirizzata a un altro scrittore, Dostoevskij, parlando del romanzo, scrive: “Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto”.
“Un uomo assolutamente buono”, così descrive l’autore il suo personaggio.
Eppure io non direi solo questo del principe. A mio parere, ciò che esce da queste pagine è proprio uno splendore inusuale, un’aura che rende Myskin invincibile anche quando sembra soccombere alle ironie e alle maleparole altrui. Gli altri lo prendono in giro, ridono di lui, ma lui pare non accorgersi di nulla, riuscendo perfino a unirsi alle risate. Eppure la parola che userei io per definire il principe, non è certo ‘idiota’. Io userei ‘puro’, perché è nella purezza che vedo l’aura di questo personaggio. E se Dostoevskij pensava che nel 1867 fosse difficile raffigurare questo “uomo assolutamente buono”, nel 2013 sarebbe impresa impossibile.
Dovrebbe forse rinascere Dostoevskij, e anche lui faticherebbe.
Definire L’idiota un capolavoro è semplice, la parola sorge immediata di fronte alla grandezza di questa scrittura, alla profondità delle passioni che animano le pagine, alla forza del Male che si contrappone alla bontà di Myskin.
Anche Nastas’ja e Rogozin sono due personaggi basilari, degni contraltare per il principe.
Forse gli altri, a parte Aglaia, diventano personaggi minori e di alcuni si potrebbe anche fare a meno, se non per dipingere meglio questa società russa, con i suoi salotti, i suoi intrighi, le sue vanità e i raggiri.
L’idiota è un romanzo da leggere; io dovevo farlo dal 2006 (per me Myskin è stato un caro amico di splinder, un blogger dall’animo puro e a tratti ingenuo, non per niente si era scelto il nick) e finalmente sono riuscita a leggerlo.

Un pensiero su “L’idiota – di Fëdor Dostoevskij

  1. E io dal 1988 (o 89, non ricordo, ma siamo lì), anno in cui lo comprai e dal quale aspetta ancora di essere letto. E se penso a tante di quelle puttanate che ho invece scelto di leggere prima, al suo posto, mi viene da prendermi a martellate.
    Ma tant’è. E’ ancora lì che (mi) aspetta.
    Fedele, nonostante tutto.

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