Le recensioni negative

recensioni

Chi scrive un testo, lo termina, lo consegna alla pubblica lettura, pensa di avere fatto un buon lavoro, altrimenti non lo farebbe leggere, ma lo terrebbe sul disco fisso per riservarsi il potere/diritto/dovere di fare riletture e correzioni.
Chi scrive deve sapere che non potrà mai piacere a tutti: se si piace a tutti significa che il testo non dice niente e che non ha preoccupato, scombussolato, disgustato, nessuno. Se io ricevessi consensi unanimi mi preoccuperei.
È come nella vita: se tutti ti trovano simpatica, vuol dire che non ‘sai di niente’, che non hai carattere.
Il pane toscano sciapo è buono se lo accompagni con i salumi. Da solo è, appunto, sciapo. Va bene con tutto, ma non sa di nulla. (senza offesa per i toscani: è il pane che compro più spesso).

Però, come in tutte le faccende all’apparenza semplici, c’è un però.
Se in mezzo ai pareri favorevoli ci sono alcune critiche negative, va bene: significa che quei lettori hanno più esperienza di lettura e sanno scovare ‘difetti’ che gli altri non hanno visto. Ma, per essere difetti, devono riguardare alcune parti del testo, non tutto il testo.
Se chi ha letto, ha trovato che tutto il testo ha qualcosa che non lo convince, se ci sono problemi di grammatica e sintassi, oltre a dialoghi insulsi, a prosa banale, allora dobbiamo interrogarci davvero e molto.
Ma c’è chi non sa interrogarsi, chi pensa di essere sopra a ogni dubbio.
Questo tipo di scrittore, deve tenere i suoi testi segreti. Deve scrivere solo per il suo disco esterno (l’avete, vero, il disco esterno su cui fare i backup?) e rileggersi i suoi romanzi e racconti nella sua cameretta di adolescente mentre si schiaccia i brufoli di un ego purulento che gli sta infestando il fegato.

Qualche giorno fa ho letto questo post e ho letto anche la recensione, e relativi commenti, di cui si parla nel post.
L’autrice ha mandato un suo romanzo per farlo recensire e poi non accetta il commento del lettore, che ci è, comunque, andato giù duro. È vero che ci sono evidenti problemi di scrittura, e anche di grammatica, di contenuti, di tutto.
Di certo, l’autrice non ha sufficiente discernimento. È convinta di essere molto brava e di avere superato il livello in cui si devono accettare le critiche.
Questo accade quando il pane toscano crede di essere la Focaccia di Recco.

 

* l’immagine proviene da qui. È una casa editrice che non conoscevo, o che non ricordavo. Potete dare un’occhiata

 

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3 pensieri su “Le recensioni negative

  1. mamma mia…
    su questa frase “L’idea di cercare questo meccanismo che rivelasse un segreto irrivelabile diventò irresistibile.” mi si è attorcigliata la lingua sul ponte.
    con il dovuto rispetto, non credo nemmeno sia un testo da accantonare con leggerezza. credo sia proprio da scaraventare lontano con una dovuta energia.
    (cosa per altro, a scanso di equivoci, faccio spesso pure con testi miei che sembrano usciti da una notte imbevuta nella vodka)

    però non so se hai notato, la “scrittrice” dice che ha avuto pareri molto favorevoli sul suo blog. e qui torniamo al discorso di giorni fa. l harem di seguaci sempre giulivi alle volte fanno davvero male… certo, il lettore non gliele ha mandate a dire, ma, come disse in buon Grisham, “se non sei capace di incassare una stroncatura, cambia mestiere”.

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  2. Quando scrivo una recensione negativa cerco di assumere un tono pacato, segnalando ciò che penso non funzioni a livello di grammatica/sintassi/lessico/trama, ma non mi prendo mai la libertà di usare un tono aggressivo o un linguaggio rude.
    Questo perché anche io scrivo e so quanto lavoro c’è dietro.
    Le critiche fanno crescere ma non trovo sia giusto “andarci giù duri”. Una critica negativa è buona se è motivata e se può servire a migliorare. Una critica che ferisce e basta non ottiene nessuna altro risultato se non quello, appunto, di ferire.

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  3. Sono andato a sbirciare: indubbiamente la pseudo-romanziera ne esce come un’astiosa arrogante, priva di qualsiasi senso di umiltà, di una minima capacità di autocritica (nonchè di senso dell’umorismo). Non mi passerebbe mai per la testa di leggere un suo racconto neanche fosse di 2 pagine (i pochi passi riportati della sua scrittura del resto confermano tutta la sua pochezza. Il blogger-recensore ne esce indubbiamente invece a testa alta. Ma lo scambio di commenti dimostra anche che la pseudo-scrittrice non è capace neanche di saèper ascoltare, probabilmente neanche di leggere nulla al di fuori di se stessa (e di chi le lecca il culo).

    Scriveva Anna Maria Ortese nel 1957 (e l’ho lasciato in un un mio commento anche lì):
    “Si capisce così, data questa tendenza degli italiani a concepire lo scrivere come un piacere, perché da noi tutti scrivano e nessuno legga, (…); si capisce perché la nostra letteratura sia in genere un soliloquio, uno sfogo forbito oppure curioso, mai un’autentica voce, un richiamo, un grido che turbi, una parola che rompa la nebbia in cui dormono le coscienze, il lampo di un giorno nuovo. Noi scriviamo per piacere a noi stessi, nel migliore dei casi; nel peggiore, agli altri: quando avremmo bisogno ogni giorno di ripeterci che siamo la più fastidiosa espressione della nullità, nella più arretrata e insignificante delle nazioni.
    (Ripubblicato in “Da Moby Dick all’Orsa Bianca”, Adelphi 2011)

    Appare evidente che la pseudo-scrittrice appartiene alla prima categoria (piacere a se stessi); forse vorrebbe appartenere alla seconda (piacere agli altri) ma semplicemente non ne è neanche capace. Il che è fra tutte ancora peggiore.

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