Le correzioni

“Una versione sinfonica della più noiosa canzone di Natale di tutti i tempi, Little Drummer Boy, gocciolava da altoparlanti nascosti nella sala. Fuori dalle lastre di cristallo delle finestre il mattino era luminoso, ventoso e freddo. Un foglio di giornale si avvolgeva intorno a un parchimetro con erotica disperazione. I tendoni cigolavano e i paraspruzzi delle auto rabbrividivano.”

Le correzioni, Jonathan Franzen, pag. 510

“Si sbottonò i calzoni, tirò fuori quello straccetto che teneva nella mutande e pisciò in un barattolo di caffè Yuban.”

Le correzioni, Jonathan Franzen, pag. 490

Ho terminato ieri sera la lettura del romanzo di Franzen (Einaudi 2001, 599 pagine) e avrei potuto copiare molti paragrafi e frasi. Ho scelto queste sopra per mostrare l’accurata scelta dei vocaboli e l’ottimo lavoro di traduzione (la traduttrice è Silvia Pareschi). Scrivere bene è arrivare il più possibile vicino a ciò che vogliamo dire, a ciò che abbiamo in mente. Scrivere è trasmettere al lettore ciò che si vede.
Franzen sa trasmettere.

La canzone gocciola dagli altoparlanti, il foglio di giornale si avvolge con erotica disperazione, i paraspruzzi delle auto rabbrividiscono, e noi vediamo esattamente le immagini di questi oggetti e siamo immersi nella stessa atmosfera in cui vive il personaggio.
E quello straccetto? Che parola si potrebbe usare come sinonimo? Ve ne vengono in mente? A me, neanche una. Si potrebbe rendere il significato con un giro di parole, con una frase, ma cosa c’è di più bello che usare una parola sola e arrivare a colpire il centro del bersaglio?

La storia del romanzo è all’apparenza semplice: Enid Lambert vuole riunire tutta la famiglia per Natale e la vuole lì, nella casa dove hanno vissuto e da cui non si vuole staccare. Il marito Alfred, in preda ai sintomi di un annunciato Parkinson, vive in un mondo suo e abita il seminterrato e la sua amata poltrona blu. I tre figli della coppia dovrebbero tornare a casa per Natale e accontentare la madre, ma fino all’ultimo non sappiamo se riusciranno ad arrivare tutti e tre e se Gary porterà anche la famiglia.
Se la storia è ‘semplice’, non altrettanto lo è il modo scelto da Franzen per raccontarla. Il romanzo è diviso in cinque parti, di cui tre viste con gli occhi dei figli e l’ultima che racconta il Natale, ed è questa la peculiarità della storia. Si parte dalla vita fallimentare di Chip, si passa a Gary e alla moglie Caroline che lo accusa di depressione e lo manovra fino a fargli promettere che non obbligherà nessuno della famiglia (la coppia ha tre figli) ad andare nella casa dei nonni per le feste, si continua con Denise e i suoi rapporti d’amore con la moglie del suo capo.
Tutta la vita è gestita da Enid e le sue correzioni, ogni evento è guidato verso la giusta strada, ogni comportamento viene spinto verso l’andamento corretto. Ma tutto questo non serve ad evitare danni a sfacelo, e questa è la verità che ognuno di loro dovrà accettare.
Il romanzo, molto corposo per i miei gusti, si legge d’un fiato. Ho avuto qualche difficoltà con la parte della Lituania, troppe spiegazioni, dove ho saltato qualche frase, e la parte della Axon Corporation. Queste due parti le avrei ridotte, ma siccome il romanzo non è mio, queste sono chiacchiere oziose.
il punto è che, nonostante queste parti, il romanzo si continua fino alla fine e si vive con partecipazione ed empatia.
Il punto è che Franzen sa raccontare di persone che pisciano in barattoli di caffè, ma anche in boccali da birra, di persone che si grattano in testa e si annusano le unghie, di persone che tradiscono sé stessi e continuano ad andare avanti cercando uno sbocco che forse non ci sarà.
Che Franzen è un genio me ne sono accorta subito, dalla prima pagina:

“Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera regione settentrionale delle cose era giunta al termine. Neanche un bambino nei giardini. Ombre e luce sulle zoysie ingiallite. Querce rosse e querce di palude e querce bicolori riversavano una pioggia di ghiande sulle case senza ipoteca. Le controfinestre rabbrividivano nelle stanze da letto vuote. E poi il ronzio monotono e singhiozzante di un’asciugabiancheria, la  contesa nasale di un soffiatore da giardino, il maturare di mele nostrane in un sacchetto di carta, l’odore della benzina con cui Alfred Lambert aveva ripulito il pennello dopo la verniciatura mattutina del divanetto di vimini.”

2 pensieri su “Le correzioni

    1. Grazie a te, Silvia, per il tuo lavoro. I traduttori sono la voce che ci fa conoscere gli autori. Dovrebbero avere più risalto a mio parere.
      Ricordo ancora quando Tullio Dobner annunciò che non avrebbe più tradotto King: avrei pianto per la delusione.

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