Il grande romanzo americano

Sto leggendo Le correzioni di Jonathan Franzen e mi sono procurata anche La libertà (spesso, quando affronto uno scrittore che non conosco ancora, leggo due o più libri suoi). Mentre leggo – il libro è davvero corposo, più di quanto vorrei, ma d’altronde ho già affrontato Underworld di Don DeLillo, ne ho parlato qui, e quindi non mi spaventa più nulla: procedo indomita tra le parole – mi sorprendo come sempre della diversità tra gli scrittori americani e quelli italiani.
Da cosa deriva questa loro grandezza? Dalla coscienza americana, dalla consapevolezza di fare parte del paese più potente e grandioso? (nessuna traccia di ammirazione sfegatata da parte mia: non sono filoamericana e queste sono solo domande che mi pongo).
Eppure la diversità c’è, esiste. Lo si capisce anche dalla risonanza mondiale di certi titoli, cosa che non accade per molti dei nostri autori.
La scrittura di Franzen (sono solo a un terzo della lettura) è curata e coinvolgente. Ci sono brani perfetti e, per il mio gusto personale, anche alcuni brani lenti e un poco prolissi. Ma questi sono gusti e non inficiano la bravura dell’autore.
Di fronte a questi romanzoni americani mi sento sempre minuscola. È vero, ci sono parti che limerei e taglierei addirittura, ma questo è naturale con 600, 700, 800 pagine.
La cosa che è comunque eccellente a mio parere, è la capacità di tratteggiare la società; questi romanzi trattano sempre di una famiglia e cos’è la famiglia se non il nucleo base della società?
Da dove derivano le incomprensioni, la depressione, la mancanza di comunicazione? Cosa provocano nelle persone e nelle loro famiglie?
Gli autori americani, mi pare, sanno trattare meglio questi temi e li sviluppano con perizia e con il necessario ‘distacco’ pur essendone, ne sono certa, emotivamente coinvolti (altrimenti scriverebbero d’altro).
Vorrei che qualcuno tra gli autori italiani avesse questa capacità.
E vorrei averla pure io.

* la foto di Roberto Arleo proviene da qui

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