Adelmo – racconto in divenire

Adelmo non è neanche qui. Faccio un giro intorno alle sedie della grande sala d’aspetto, ma è inutile: se Adelmo ci fosse, si sarebbe fatto sentire subito. “Sandrino” avrebbe detto nel momento stesso in cui entravo, e io avrei saputo dove sedermi.
È fresco qui all’Usl e ci veniamo tutte le mattine: da giugno a settembre, l’Usl diventa il nostro bar.
Che noi al bar, Adelmo e io, mica ci andiamo. Non siamo tipi da bar. Però ci piace fare due chiacchiere e raccontarci come stiamo.
E io ora mica sto tanto bene. Mi sento il cuore che spinge in gola come se volesse uscire.
Mi viene un dubbio; forse Adelmo è di là, nella sala d’aspetto dei medici. Magari si è sentito male e qualcuno l’ha portato dall’infermiere per fargli misurare la pressione. Passo la porta a vetri, la grande sala è piena di gente seduta in piccoli capannelli davanti a ogni porta. Sette medici ci sono qui, per forza è sempre pieno di gente. Cammino lentamente in mezzo alle sedie, butto un occhio in ogni circolo ma di Adelmo non c’è traccia.
Mi avvicino alla porta dell’infermiere, è socchiusa e guardo dentro. L’infermiere è da solo, seduto al tavolo e sta scrivendo su un foglio.
Niente da fare: Adelmo non si è sentito male, nessuno l’ha portato qui e l’infermiere non gli sta provando la pressione. Che poi un po’ bassa ce l’ha, gliel’ho detto anche ieri: “Devi farti vedere dal medico. Il caldo ti fa male. Hai la faccia bianca”. E lui ha risposto: “Anche tu mica sei tanto bello, eh”. E giù a ridire. Che Adelmo prende sempre in giro. Anzi, a volte mi irrita quel suo modo, quel ridere di tutti, anche di me. Se siamo amici, non prendermi in giro, no? Gli amici si devono rispettare.
Mi lascio andare su una sedia. Una donna mi fissa; tiene la fronte alta e ha la bocca stretta come se disapprovasse i miei pantaloni corti e le gambe magre che finiscono nei calzini bianchi. La guardo e fisso gli occhi nei suoi, lei abbassa lo sguardo e fissa il pavimento. È appassita come i fiori del suo vestito.
Sento una voce di là, mi sembra quella di Adelmo. Mi alzo e vado a vedere. Mi aspetto di sentire il mio nome gridato e di vedere la sua mano che batte sulla sedia di fianco alla sua. Ecco, è lui, sta guardando se mi vede, ne sono sicuro. È voltato verso la porta dell’oculista e non mi ha ancora visto. Ha i pantaloni sgualciti e una camicia a maniche corte che gli scopre gli avambracci con la pelle macchiata dalla vecchiaia. “Adelmo”, dico verso la porta dell’oculista.

* Adelmo è un racconto di cui ancora non so nulla. Quello che è certo, è che Sandrino non lo trova. Questa è l’immagine che ho. Si può elaborare in tanti modi. Chi ha un’idea, lo dica.
E vedo ora che proprio nella stessa data, lo scorso anno, iniziai la pubblicazione del racconto a staffetta Asfalto e anguria. Chissà se anche quest’anno si trova qualche volontario per giocare.

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