Un altro sassolino nella scarpa

Ogni tanto bisogna fermarsi, togliersi la scarpa e vuotarla dai sassolini.
Io sono molto (abbastanza, ma qualcuno direbbe poco) tollerante e incamero. Sento pungere ma cerco di camminare lo stesso.
Però si arriva a un punto in cui non è più possibile andare avanti.

Sento il bisogno di spiegare una cosa, perché mi pare di intuire che qualcuno non l’ha ben chiara e sta facendo confusione.
Il self-publishing NON è editoria a pagamento. C’è molta (anche finta) confusione sull’argomento: questo articolo ne è un esempio.
Sono due pratiche ben diverse e hanno due procedure all’opposto. Hanno anche due significati diversi. Lo spiega bene anche Arturo Robertazzi a questo link.

Io non ambisco a vedere il mio nome sulla copertina di un libro tanto per.
A me non interessa dire che ho pubblicato per vantarmi. Non mi interessano i soldi (anche se ci fossero, ma sappiamo tutti che per lo scrittore ce ne sono pochi. A parte gli autori di best seller, gli altri vedono poche royalties).

Io avrei pubblicato il mio romanzone sul web in un blog apposito.
Ma ho capito da sola, e me l’hanno detto tanti amici, che non si mette un lavoro di un anno e mezzo così sul web, senza Isbn e qualcosa che dica che è opera tua.

Quindi ho spedito le mail agli editori. Ma dopo averle spedite e avere lasciato passare i mesi senza nessun riscontro, ho capito che non mi va di stare qui ad aspettare una cosa che non verrà.
Non sono di certo una scrittrice bravissima, non sono perfetta, ma credo di avere scritto un buon lavoro e, siccome detesto i libri nel cassetto [un libro nel cassetto è come un amore non vissuto] e quelli nell’hard-disk esterno che poi mi devo sempre preoccupare che non vada perso nulla e che qualcuno non mi freghi il titolo, ho capito che il self-publishing fa per me.
So che molti (scrittori con libri pubblicati, anche se con case editrici di cui ora dicono: “Maddai! E chi lo sapeva del doppio binario? Mai saputo che fosse così”) storceranno il naso. Ebbene, se vogliono avere il naso storto, sono problemi loro.

Io so cosa ho fatto e so che lo rifarò.
Mi piace essere un autore indie, anche se non faccio musica 😉

Autopubblicarsi è anche un atto di coraggio, un modo per mettersi in gioco, come dice Robertazzi nel link di cui sopra.
Non ci si nasconde dietro un editore che magari non ti ha neanche fatto un editing al testo e ti ha mandato in stampa con dei refusi disgustosi. Un editore che non ti spinge da nessuna parte e devi sempre fare tutto da te.
Se devo fare da me, allora lo faccio in tutto.
E non dimentichiamo che se hai pubblicato con un editore ‘piccolo’, non verrai distribuito in tutte le librerie. Certo, ma i libri si possono richiedere, no?  Ebbene, pare che (cosa già saputa da tempo) le librerie di catena, ma anche le altre, a richiesta di un lettore, dicano che il libro desiderato non è ‘procurabile’, quando invece basta un click sul pc per ordinarlo e farselo spedire, come dice Antonio Paolacci in questo post. Questa pratica è molto diffusa e mi è capitata decine di volte con il mio primo libro. Lo so perché poi le persone mi scrivevano per sapere come fare a procurarselo.

Quindi, come fare se si ama condividere? Self-publishing.
Io parlo di self-publising digitale perché è questa la strada che ho scelto (siamo nel 2012, perbacco!), ma esiste anche l’autopubblicazione cartacea.
Il digitale ha il pregio che si porta a casa con un click e costa molto meno del cartaceo.

Ti devi editare da solo (se sei fortunato con l’aiuto di qualcuno, ma c’è anche l’opzione a pagamento) e devi impaginare e trasformare il file in epub (nel mio romanzo ci sono due cose non perfette: una nella formattazione di un titolo e un’altra che è una mia mancanza e non c’entra con un editore o meno. L’avrei fatta lo stesso. Però, e non è una consolazione, ho letto ebook di case titolate pieni di refusi). Anche questa è una cosa che si fa fare pagando.
E poi c’è la copertina che, ad esempio, Narcissus offre con la modica spesa di 30 euro.
Ma io, donna molto fortunata, ne ho avuta una stupenda da un grafico di fiducia.
Ma mi sono allargata. Mica volevo parlare di questo. E poi ho già parlato qui di questo argomento.

In questo post volevo solo liberarmi la scarpa da chi crede di essere superiore perché ha pubblicato un cartaceo con un nome di un editore sconosciuto e pensa che la mia sia una pubblicazione di serie B solo perché mi sono autoprodotta.

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8 pensieri su “Un altro sassolino nella scarpa

  1. Oltre ad essere stata molto chiara e grazie ai vari link indicati c’è veramente l’occasione di capire tante cose che riguardano l’editoria a pagamento (dalla quale penso che in molti si siano trovati fregati) mi piacciono molto le persone che si tolgono i sassolini dalle scarpe, che parlano chiaramente come hai fatto tu e che per amore della condivisione pubblicano in internet i loro lavori, fregandosene di chi crede di essere superiore solo perché ha il cartaceo.
    Complimenti
    Patrizia

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  2. Ben detto Morena!
    Sono d’accordo con il auto-produzione perché – oggi più di ieri – chi fa da sé… ci guadagna, e non si tratta di soldi come sappiamo, anche perché mica son quelli che restano nella carriera personale di un’artista? Possono far piacere, ma ciò che resta e per cui un’artista è in grado di vivere è il puro Talento.

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  3. L’epub, l’ebook, è una realtà che incomincia a far parte di noi, e mettendo da parte per un attimo l’idea che il libro in mano dia un’emozione, per certi versi è anche molto comodo, con un tablet ti porti in vacanza tutta la biblioteca di casa.

    Per il resto, convengo con te che ci vuol coraggio a fare delle scelte simili, perché malgrado tutto c’è ancora tanta prevenzione sull’argomento. E a questo proposito mi viene in mente quando parecchi anni fa, ho sostituito il tavolo da disegno con il computer. Pensavo, sbagliando, che il rapporto con la matita e la squadra fosse decisive a livello emozionale per le mie scelte professionali, poi invece ho capito che dietro ad un mouse c’ero ancora io con la mia tanta o poca creatività, insomma, non cambiava nulla, se non l’equivoco di non accettare che ci si può evolvere nella vita, che poi vuol dire crescere.

    Quindi, appoggio incondizionatamente la tua scelta, perché giustamente un libro in un cassetto non ha motivo di esistere e non per questo valuto meno il tuo lavoro che, tra l’altro ho avuto la fortuna e il privilegio di veder crescere un po’ per volta, perché ci hai creduto tanto e già solo per questo…

    Però, lo ammetto, sono di parte, perché ho avuto modo di apprezzarti prima per tante altre cose e allora se per caso faccio un giro in una libreria oppure tra i banchi di un autogrill, ammetto che mi sarebbe piaciuto molto vedere il tuo nome lì in bella vista, non sarei stato più fiero di te solo per questo, perché la stima dipende da altre cose, ma solo per un pizzico di vanità, avrei potuto dire alla persona che mi stava vicino che quella era una mia amica, vuoi mettere?

    Evvabè, lo faccio lo stesso adesso, vado nella libreria di Narcissus e mi gongolo lì che dippiù non si può, vuoi mettere che posso andarci quando piove, quando c’è il sole, di giorno, di notte, durante le feste, d’estate, d’inverno, ‘nnagg…!!!

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  4. Verissimo: il self-publishing non è editoria a pagamento (e l’EAP è la cosa peggiore che si possa fare/subire, nel campo editoriale). Però per me (lettrice) hanno una cosa in comune che non è da poco: in entrambi i casi, l’unico a credere in quel libro è l’autore. E per me è un po’ poco (ogni scarrafone, si sa…). Quindi non condanno chi ricorre al self-publishing, ma neanche lo leggo.

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