Amazon e un estratto del romanzo

L’ebook La centesima finestra è in vendita anche su Amazon

dove è anche disponibile un estratto da scaricare subito.
Anche se l’inizio, inteso come prima parte non come incipit, a mio parere, non rende giustizia al resto.

Il romanzo si apre con ‘La telefonata’, una sorta di prologo in cui i personaggi si presentano. Da questa telefonata parte la vicenda.
Il primo capitolo si intitola ‘Fuori dal mondo’ e questo è il senso di questi tre giorni in riva al mare, ed è il nucleo da cui è iniziato tutto.
Un giorno vi farò leggere il racconto che ha fatto da lancio per il romanzo.

Ma, secondo me, è dopo che si inizia a giocare sul serio. È dopo che si sviluppa la faccenda.

Ecco perché credo che la prima parte possa anche non attrarre del tutto.
Ma quella ci fanno scaricare e quindi…

Incollo qui ‘La telefonata’, la prima parte dell’estratto scaricabile da Amazon

La telefonata

Solo cinque passi dividevano la scrivania dalla finestra: cinque passi per colmare gli occhi del blu del mare, sentire il cuore calmarsi e cancellare il senso d’oppressione al petto. Fabio si alzò e misurò per l’ennesima volta quella distanza. Il sole era brillante e scaldava l’aria come se fosse estate, lo sentiva anche attraverso la finestra, mentre ammirava lo spettacolo del Golfo e del mare illuminato da quel calore senza ombre. Fece un respiro profondo. Il golfo era il motivo per cui aveva preso quell’ufficio in via XXVII Marzo, la strada che portava in collina e al Castello San Giorgio, al quinto piano di un palazzo antico pieno di studi tecnici e legali.
Era costretto a stare spesso a Milano, la città dove si sentiva pulsare il denaro, e dove aveva, vicino a Piazza Affari, un ufficio enorme – un intero piano di un palazzo – e una dozzina di collaboratori fidati. Quando era là, però, sentiva la mancanza del mare; si era creato, quindi, quel buen retiro completo di panorama. Appena poteva, scappava e tornava a La Spezia, la città dov’era nato e dove ancora abitava, in quell’ufficio dove non riceveva mai nessuno. Sedeva a lavorare nel silenzio attutito dai doppi vetri, cosciente che il mare era là fuori.
Certe giornate hanno in sé tutta la potenzialità di una vita intera. La frase gli arrivò improvvisa, con una sensazione di pericolo. Si domandò chi facesse vibrare le cose e intrecciare gli eventi. Era un’idea ancora velata, come una conchiglia sommersa dalla sabbia, che l’onda scopre arrivando a riva e poi ricopre ritornando sui suoi passi. È una mossa del destino decidere quando scoprire le conchiglie sommerse e c’è chi si affida all’oroscopo per sapere come sarà la sua giornata. Fabio De Santis no, lui non credeva all’oroscopo; credeva nel lavoro individuale e nelle scelte consapevoli ed era convinto che il destino fosse racchiuso nelle mani delle persone e che tutto si potesse guidare verso la direzione scelta.
In quell’istante, guardando quell’immensa distesa d’acqua, intuì la grandezza di ciò che stava fuori, e sentì la presenza minuscola dell’uomo, il suo ininfluente potere sul mondo. Questo pensiero lo infastidì. L’uomo può dominare ogni cosa se non delega il suo ruolo di attore nella vita.
Ritornò alla scrivania e si sedette. Stava sorvegliando le azioni della Saipem, aspettava che il valore scendesse e arrivasse il momento giusto per l’acquisto. Il gruppo Eni gli procurava sempre ottimi profitti, e i profitti erano una cosa che Fabio De Santis aveva imparato a non sottovalutare. Si preparò per una videochiamata con Galloni, il suo braccio destro, l’uomo che guidava il gruppo di assistenti che aveva a Milano.
Il viso della moglie, che gli sorrideva dalla foto posata sulla scrivania, gli ricordò la discussione della sera prima: Laura si opponeva da mesi alla sua richiesta di avere un figlio e inventava sempre nuovi pretesti per giustificare la sua decisione. Fabio trovava la faccenda molto irritante.
Tentò di concentrarsi sulla Saipem. Allungò la mano per chiamare Giovanni Galloni. Il telefono suonò, bloccandolo a metà del gesto.
Non riconobbe subito la voce che esordì senza perdersi in formalità: “Ciao Fabio. Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ci siamo visti? Dieci? E Dario? Saranno dodici anni che non lo vedo. È ora di fare una bella rimpatriata”, ma dopo queste frasi sparate a raffica non ebbe dubbi. Quella voce decisa e piena d’energia poteva essere solo sua: “Annalisa?” chiese, ma era solo una formalità. Lei non rispose e proseguì: “Sarò in Liguria la settimana prossima, per un corso ai responsabili locali. Pensavo di fermarmi qualche giorno in più e andare in un paese che mi hanno raccomandato per la sua bellezza. Conosci Cervo?”. Annalisa fece una pausa e lui replicò: “No, non lo conosco”.
Lei riprese subito a parlare: “Allora è tempo che tu lo conosca. Che ne dici se ci troviamo tutti e tre? Da venerdì a domenica. Tre giorni fuori dal mondo”. Annalisa parlava velocemente, come se volesse sbrigarsi e accantonare l’argomento. “Cellulari spenti e nessuna interferenza. Ti va?”.
A lui andava molto, se ne rese conto mentre le diceva “sì”. Promise che avrebbe chiamato Dario: “Tranquilla, ci penso io. Poi prenoto le camere, certo”. Lei gli diede il nome dell’albergo da chiamare, un “B&B molto carino con vista mare trovato sul web”, e l’orario d’arrivo del treno. Lo salutò con le ultime raccomandazioni: “Ci vediamo venerdì alle dieci alla stazione d’Imperia. Io arrivo da Sanremo, dove ho il corso. E mi raccomando, lascia a casa quei completi da mille euro e il cellulare. Solo noi tre, come una volta”.
La comunicazione si chiuse all’improvviso. Fabio rimase un momento immobile, con il telefono in mano e gli occhi fissi sulla scrivania.
Annalisa era l’amica del cuore ai tempi dell’università a Bologna. Amica sua e di Dario. Andavano sempre in giro insieme, anche se frequentavano facoltà diverse: economia e commercio per lui, scienze politiche per Annalisa, mentre Dario, che aveva iniziato con ingegneria ma si era stancato subito, studiava architettura a Firenze: “Ma non ci penso nemmeno a trasferirmi là, non vi lascio qui da soli”, aveva detto quando aveva comunicato il cambio di facoltà.
Erano sempre insieme, tutti e tre; la conoscenza, nata per caso, era diventata una parte essenziale delle loro vite. I primi tempi alternavano le serate tra l’appartamento di via Petronio Vecchio, il bilocale dove abitavano Dario e lui, in una casa dove le scale avevano odori ormai stagionati, come il colore che si sfaldava dai muri, e l’appartamento di via Massarenti, che Annalisa divideva con due ragazze. La famiglia di Annalisa abitava a Reggio Emilia, ma lei preferiva stare a Bologna – città dove aveva poi trovato lavoro e dove ancora abitava – e rientrava a casa solo per le vacanze. Dopo pochi mesi avevano trovato, in via Giuseppe Petroni, un appartamento più grande in cui stare tutti insieme.
Era stato un periodo fantastico, Fabio lo ricordava bene e a volte ne aveva nostalgia. Tra loro c’era molta complicità; si confidavano ogni cosa, condividevano tutto ed erano sempre pronti ad aiutarsi. Eppure, nonostante un’amicizia così forte, erano anni che non si vedevano. Fabio si domandò cosa avrebbe detto Dario.
Lui fu sorpreso ma accettò subito: «Sono in un momento di superlavoro; stare qualche giorno senza telefono e senza gente che chiede sempre qualcosa mi sembra un regalo di Natale fuori stagione». E aggiunse: «Ho voglia di vedervi. Ma sono davvero tanti anni che non ci troviamo tutti e tre?».
Prima di salutarsi si accordarono per fare il viaggio insieme: Fabio disse che sarebbe passato a prenderlo a Genova, dove Dario abitava, per proseguire poi verso Imperia e andare a prendere Annalisa.
Si domandava come fosse diventato Dario. L’ultimo incontro era di almeno sette anni prima. Si sentivano ogni tanto al telefono, per un saluto, e si erano scambiati qualche messaggio con la posta elettronica, ma sembrava non ci fosse mai il tempo di vedersi.
Si alzò per avvicinarsi di nuovo alla finestra. Il sole ora colpiva il vetro con raggi obliqui e lui ci vide un’immagine distorta del proprio viso. Si guardò come se fosse davanti a uno specchio; si conosceva bene e non aveva bisogno di conferme. Era soddisfatto del suo aspetto: un quarantasettenne in gran forma, fisico asciutto e il viso senza rughe. I capelli biondo scuro, corti e sempre perfettamente pettinati, erano ancora folti e avevano solo qualche filo grigio alle tempie. Aveva l’aspetto sano di chi fa sport, anche se in verità si limitava a due ore di palestra a settimana e a una partita a squash con il cognato, partita che vinceva regolarmente, anche se il fratello di Laura aveva dodici anni in meno e più tempo da dedicare allo sport.
Il completo che indossava, di un impeccabile tessuto cucito su misura, costava più dei mille euro ipotizzati da Annalisa. Avrà letto l’articolo su Forbes del mese scorso. La rivista aveva dedicato un servizio agli uomini della finanza italiana e lui era tra i primi dieci: nell’articolo si parlava della sua cura maniacale dell’abbigliamento e degli accessori.
Fabio tornò verso la scrivania per chiamare Galloni ma la voce di Annalisa continuò a ronzargli nella mente anche mentre discuteva di azioni e valute.

Dario era rimasto con il telefono in mano e lo sguardo perso nel vuoto. La telefonata di Fabio e la proposta dell’incontro con Annalisa lo avevano sorpreso. Dopo tanto tempo… tre giorni solo per noi. Come una volta.
Un colpo di tosse seguito da un raschiare di gola richiamarono la sua attenzione. Aprì gli occhi e guardò Marco, al tavolo di fronte, e poi Alberto, che gli stava di fianco, i due colleghi con cui divideva il lavoro. Lo fissavano con ostilità, in quel silenzio irreale che aveva riempito la stanza allo squillo del telefono. Gli sembrarono due sconosciuti. Non si sentiva di chiamarli “amici” come aveva sempre fatto, considerando che poco prima gli avevano urlato che era un incompetente e che stava rovinando la reputazione dello studio. “I clienti se ne stanno andando ed è tutta colpa tua!”, aveva urlato Marco. E Alberto aveva rincarato la dose: “Sei inaffidabile. Hai due progetti da consegnare e non hai ancora fatto un disegno. Ci stai rovinando!”.
Lo squillo del telefono li aveva zittiti; pensavano che fosse un cliente e non volevano farsi sentire. Dario era tentato di lasciarli in attesa ancora un po’. Li guardò senza espressione, come se non capisse cosa volevano da lui. Provava il bisogno di vendicarsi: si sentiva una vittima e pensava che lo accusassero senza motivo. Se il lavoro era fermo che colpa ne aveva lui? Se la sua creatività era come morta, non poteva farci niente, non era mancanza di volontà. È che non aveva idee; si sentiva vuoto e secco. Ma ora, dopo la telefonata, si sentiva quasi allegro.
Alzò gli occhi e li guardò con fermezza: “Un amico”, disse accennando al telefono. “Venerdì prossimo non verrò allo studio. Un impegno. Andare via mi farà bene. E ora mi metto al lavoro”.
Marco e Alberto lo guardarono in silenzio. Lui si voltò con decisione verso il tavolo; riordinò alcuni documenti, li mise nelle loro cartelle e consultò l’agenda per organizzare le scadenze. Fece una scaletta e si mise al computer, fingendo di non vedere che i colleghi lo stavano ancora guardando.
Si sentiva sereno come non gli succedeva da mesi. Basta poco, pensò. Anche se un incontro tra lui, Annalisa e Fabio non era certo possibile definirlo “poco”. Un bella svolta alla giornata. A volte la mattina leggeva il giornale al bar, mentre beveva il caffè prima di recarsi al lavoro. La pagina dell’oroscopo non la saltava mai: non che ci credesse davvero, ma gli piaceva l’idea che bastasse interpretare qualche ‘segno’ per conoscere in anticipo gli eventi. Era curioso di sapere se l’oroscopo aveva predetto quella telefonata inattesa.
Il pensiero si cullò sull’idea del viaggio a Cervo, poi scivolò fino alla moglie. Stasera le devo dire che venerdì partirò con Fabio. Prima di rientrare a casa mi fermo dal fiorista all’angolo. In quel periodo le sue azioni “nell’azienda famiglia” erano in ribasso. Tra lui e Rita c’era poco dialogo; le preoccupazioni sul lavoro lo rendevano irritabile e questo contribuiva a peggiorare la situazione. Dopo l’ultima discussione, avvenuta due giorni prima, Rita gli parlava solo davanti ai figli. Ma Luca e Sofia avevano capito che qualcosa non andava, Dario ne era sicuro.
Lo sfondo del desktop mostrava una Rita sorridente abbracciata ai figli. Quando lo screensaver dissolse l’immagine, Dario si riscosse per concentrarsi sul lavoro.

Annalisa era ancora seduta alla scrivania, lo sguardo fisso sulla parete bianca dove l’orologio continuava a scandire il passare del tempo. Di fianco, sul muro di sinistra, il calendario dell’azienda indicava che era il penultimo venerdì del mese.
Sulla sedia di fronte alla scrivania, dove l’aveva buttato entrando, c’era il giornale che comprava tutte le mattine prima di salire in ufficio. Nella rubrica dell’oroscopo avrebbe trovato queste frasi, riferite al suo segno: “Giornata di decisioni improvvise. Non tutte le decisioni, però, portano a bei risultati. Pensa prima di agire”. Se l’avesse letto, forse non avrebbe telefonato. Ma lei non leggeva mai l’oroscopo; non le interessava sapere cosa dicevano le stelle. Le piaceva decidere da sola della sua vita.
Ripensò alla telefonata e risentì la voce di Fabio, con quella nota attenta che aveva sempre avuto per lei. Non aveva fatto tante domande e lei non gli aveva lasciato il tempo di farle. Pensò a Fabio e a Dario, alla loro amicizia. Come saranno? Ci sarà la stessa intesa? E se non avessimo più niente da dirci? Si fissò le mani, osservò le dita, lunghe e sottili, e le unghie corte. Le toccò: erano gelide. Se non va bene si salta sul primo treno in partenza e si ritorna a casa. Nessun problema, pensò passandosi le mani sui pantaloni blu. Le cosce erano calde e le sue mani si fermarono a sentire il calore. È che Fabio su quel giornale aveva gli occhi così tristi. All’improvviso ho avuto voglia di vederlo. Di vederli tutti e due. 

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