Del terremoto

Anche stanotte il letto ha tremato.
Una scossa media (paragonata a quella di magnitudo 6 di domenica scorsa) ma che si è sentita bene, nel buio di una camera in cui avevo appena spento la luce dopo avere letto alcune pagine virtuali di Belli e dannati.
Una settimana di scosse. Il primo pensiero va alle persone che sono fuori casa, a chi la casa l’ha persa e a chi ha perso il lavoro di una vita, a chi non ha più lavoro da dare ai collaboratori.

In giro, ad esempio su facebook, leggo tanti post o status (di persone che non abitano nei luoghi dove c’è l’epicentro ma in zone limitrofe alla mia, quindi a 50 km) in cui si dice di kit di sopravvivenza pronti di fianco alla porta, di nottate passate sul divano accanto alla porta d’uscita e non in camera da letto, pronti a fuggire se dovesse arrivare una scossa potente come quella dell’altra domenica. Si narra di ore passate con le orecchie puntate agli scricchiolii degli armadi e occhi fissi sui lampadari.
Io ho sentito le scosse, ho pensato agli emiliani (anche se non sono nati qui ma abitano nelle zone colpite dal sisma), ma non ho avuto paura.
Mi sono chiesta da cosa dipenda, se io sono diversa dagli altri (che lo sia è indubbio: ogni essere umano è un capolavoro a sé), se non ho perso l’uso della ragione e sono troppo avventata.

Quando è successo il terremoto in Abruzzo, il terremoto dell’Aquila, come viene definito, vedendo le persone tra le macerie, le case distrutte con le foto che penzolavano dai residui di muri e brandelli di tessuti, forse lenzuola ma anche maglie, cappotti e altri capi d’abbigliamento, mi sono chiesta: “Se succedesse un terremoto cosa cercherei di portare con me?”.
Credo sia stata una delle molle che hanno spinto il mio trasloco (una, ma non la sola: ne esistono altre anche di più forti).
Se ci guardiamo intorno, quante sono le cose di cui non possiamo davvero fare a meno?
Abbiamo questa sindrome del possesso, questa mania di circondarci di cose, di oggetti, di abiti, di aggeggi anche inutili.
Ma di cosa non ci possiamo privare? Di cosa non possiamo fare a meno?
Vedo che vi state guardando attorno: è vero, abbiamo tanti libri che ‘amiamo’. Ma i libri si possono sostituire.
Ci sono le foto delle persone cui vogliamo bene. Va bene, staranno in una scatola, no? E ora, molte sono digitali e non occupano posto. Ma le foto sono foto, non sono le persone.
Ecco, c’è il pc. Di quello manco io farei senza. Però, suppongo che sia un problema uscire nella notte, impauriti, con il pc sotto braccio. Io prenderei il disco esterno nella borsa.
Poi? Che altro? Due maglie per cambiarsi, una giacca o cappotto se è inverno. Dopo? Cos’altro ci è indispensabile?
Eliminare le cose superflue aiuta ad affrontare le emergenze. Se dobbiamo capire cosa è indispensabile, meglio farlo con cento cose davanti piuttosto che con tremila, no?
E per avere di fronte cento cose è più pratico farlo con una abitazione più ridotta. Le cose che non servono si possono regalare e il trasloco si fa meno pesante. Sistemare armadi e cassetti non sembrerà più l’impresa epica che era prima e ci sentiremo molto più leggeri.
I terremoti assalgono spesso di notte. E la notte è il momento in cui siamo più indifesi. Il sonno e il buio si fanno complici del male e amplificano le paure e i timori.
Però, se venisse davvero un terremoto, cosa importerebbe avere con noi una bottiglia d’acqua, un televisore o un sacchetto con gli oggetti d’oro?
Cosa si deve portare davvero fuori nella notte mentre il mondo si sfalda sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste?
Credo che sia essenziale portare in salvo le persone. La nostra vita.
Se si perdono case, posti di lavoro, aziende che formavano il territorio, bellezze artistiche irrecuperabili e insostituibili, cosa può importare  una maglia in più o una scatola di libri?
Ma se salviamo la vita, se abbiamo accanto le persone di cui ci ci preoccupiamo, forse troveremo la giusta spinta per rimboccarci le maniche e salvare il futuro.

8 pensieri su “Del terremoto

  1. Mi hai fatto venire i brividi Morena.
    È una di quelle riflessioni su cui avrei volentieri scritto, ma ho sempre preferito leggerne.
    “Se si perdono case, posti di lavoro, aziende che formavano il territorio, bellezze artistiche irrecuperabili e insostituibili, cosa può importare una maglia in più o una scatola di libri?” una piacevole e vera osservazione. Cosa ce ne facciamo del lavoro, degli oggetti, dei monumenti che comunicano, sì, la cultura, ma niente di più. Le persone, invece, sono la fonte primaria della comunicazione e delle emozioni, necessarie e indispensabili.

  2. io ho il sonno di carta velina. la mia gatta cambia modo di respirare e io mi sveglio.
    sabato scorso mi sono svegliata qualche secondo prima, e quando è giunto il boato e tutto tremava e c erano cose che mi cadevano dalle mensole, l unica cosa che ho fatto è stato arraffare la melli e tenermela stretta.
    anche qualche secondo dopo, quando tutto pareva essersi fermato e c era solo l abbaiare dei cani fuori.
    pensavo al terremoto l anno scorso, quando andavo a dormire da sola e non potevo camminare: “come faccio a “correre in strada” con le stampelle?”
    e il pensiero di “cosa prenderei?” l ho fatto tante volte e a mente fredda ti vengono in mente più cose.
    io al disco rigido non c ho pensato… all oro neppure, anche se a perdere la fede e la catenina di mio padre soffrirei da matti…
    io ho agguantato la mia gatta, me la sono tenuta vicina le ho tenuto la mano sulla schiena per tutto il tempo a seguire.
    ho chiamato mia madre e mio fratello e stavano bene. il resto non contava più.

    p.s. la mia figlioccia però è stata una sagoma: mentre stavano in strada con mio fratello il quale faceva un discorso analogo “guardate… alla fine di tutto ciò che abbiamo, noi si è salvati noi stessi… quello che conta veramente siamo noi, la nostra vita la nostra famig…” Giulia alza la mano “nel dubbio però io ho preso anche la carta di credito…” 😉

  3. Quant’è vero, cara amica mia….
    Noi abbiamo dormito per una settimana giù, in soggiorno, tra divani uniti mo’ di letto matrimoniale e materasso a terra…. vestiti e “pronti”… coi bimbi esaltati da quest’avventura del campeggio dentro casa, ma poi (il più grande) timoroso nel momento delicato dell’addormentarsi..
    “mamma, ma il terremoto non lo sa che ci siamo noi uomini sulla terra?!! cosa crede, che sia solo sua???”
    Avevamo pronti solo poche cose: una bottiglietta d’acqua, le felpe x i bimbi già in macchina, le chiavi della macchina, appunto, e quelle x aprire manualmente il cancello elettrico…
    stop.
    Il piano era svelto: afferrare quei 2 nani e fuori!!!!
    come dici tu: salvare la vita.
    il resto è ricostruibile..
    ti abbraccio, mia cara,
    Elena

  4. Ecco, quando abbiamo preso i bambini e le gatte, cos’altro ci resta da prendere? La carta di credito è sempre nella borsa, ma nel caso di smarrimento, la banca ce ne farà avere una nuova.
    E se i negozi non esistessero più? A cosa servirebbe?

  5. a quel paese tutto…. e allora forse ricominceremo a vivere di baratto, coabitazioni, condivisione, orto,…. e non credo sarebbe poi tanto male…. non più di quel che sta capitando in questi anni al nostro paese, per tanti versi 🙂

  6. Io invece ho un sonno molto pesante, pieno di film, e quando mi sveglio penso spesso a quello che potrebbe succedere ad un metro dal mio letto senza che io me ne possa accorgere. Qui – dicono – sulle colline dell’Oltrepò Pavese non si sono avvertite le scosse, neppure la più forte tra quelle che stanno scuotendo una terra non molto lontana da qui. Ma sta vacillando quella certezza, che era comune con loro, di una terra non sismica e dove per questo, le costruzioni non hanno avuto quelle accortezze necessarie ad essere rese più sicure. Così il mio pensiero è corso alla mia torretta, ‘tirata su con lo sputo’ da poveri contadini che un tempo curavano le vacche della stalla adiacente, di proprietà del ricco possidente locale. Erano in otto e vivevano in tre locali, uno sull’altro, di 12mq ciascuno. So che la torretta è la parte più fragile della casa e sento le sue pareti esterne friabili sotto le dita. Ora una bellissima edera rampicante sta cercando di conquistarla e qualche volta vede staccarsi le sue microscopiche ventosette con granelli di sabbia rimastigli appiccicati.
    Amo questa casa come fosse una protuberanza di me, ha accolto la mia anima inquieta e l’ha un po’ placata. E’ stata il rifugio da una vita tormentata e molto difficile. Anche i miei pelosi Jaspar e Venere e Leone e Olivia e Tigrotto e Orsetto e le nuove paperine, la vivono anch’essi con grande affettività e tutti insieme è qui, tra queste mura un po’ ‘sgarrupate’, che ci ritroviamo insieme e sentiamo l’amore che ci lega. E loro, con Daniele, costituiscono la mia famiglia. Temo che basterebbe la scossa più forte avvertita a Finale per vederla cedere, la mia torretta.
    Certo, la mia casa adesso è costituita da altri due corpi che, quasi certamente, ce la farebbero a resistere e – probabilmente – non sarei costretta a lasciarla. Ma comprendo bene le lacrime di un vecchio che ha perso la sua casa dopo anni di vita vissuta tra le sue mura. Lacrime di una perdita che non è quella economica, quanto quella di badilate di sabbia cemento sassi e mattoni che hanno assorbito negli anni i nostri sudori, le nostre risate, le lacrime e i sentimenti che sono usciti da noi e che lì dentro abbiamo ricevuto. Si sono appiccicati sui muri, penetrati tra le loro pieghe e sotto le falde del tetto.
    Continuare a vivere senza una parte di sè è certamente possibile ma sarebbe un’altra vita, non più quella vissuta fino a lì.

  7. vi lascio una cosa scritta da Eleonora Buratti in un post qui su fb:

    La paura l’ho ereditata da mia madre. Se tornavo tardi, nel suo immaginario ero già morta, schiacciata da un camion o violentata da una banda di skinhead. Se non rispondevo al telefono, di sicuro mi avevano rapita e imbarcata clandestinamente su una nave diretta all’inferno.
    E’ per questo che stanotte quando ho sentito il letto tremare ho pensato fosse l’ultimo giorno utile per i miei pensieri. Poi ho visto che qualcuno trasformava la levataccia in un’occasione per una spaghettata, qualcun altro scriveva, altri dormivano. Sono scesa in strada portando con me ciò che di più caro avevo, la vita. E assieme a lei non ho più avuto paura…

  8. La terra trema, e tu con essa. Come fossi un tutt’uno. E scopri la tua fragilità, l’approssimazione di una vita, che può sparire in un istante. E in quel momento non pensi nemmeno a salvare te stesso, perché è come se non esistessi già più.
    Poi il rombo se ne va, il mondo attorno ridiventa stabile, e tu speri che sia stato un brutto sogno, e che tutti gli altri, come te, si siano già svegliati.

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