SATANA TI HA AGGIUNTO AGLI AMICI

Satana ti ha aggiunto agli amici
© Morena Fanti 

Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.
Apocalisse 13,16-18

È tutta colpa di Lucifero; anche stasera, al mio rientro a casa, mi ha assalito approfittando del buio. Quando mi sono seduta qui, ero così sconvolta che ho combinato questo casino.
Eppure finora ero riuscita a tenere tutto sotto controllo e non ero mai caduta nel trabocchetto della comodità, dell’ovvio, del facile.
Neanche quella volta della crociera vinta con il coupon di “Sorrisi e Canzoni”. La nave era una delle più belle di Costa Crociere e io sognavo da una vita di viaggiare in quel lusso. Quando ho letto del concorso, ho subito ritagliato e spedito il tagliando, anche se io alla fortuna mica ci credo. Alla notizia della vincita ero sbalordita, pensavo fosse uno scherzo. Ho chiamato subito il giornale e quando ho avuto la conferma che era tutto vero, mi sono seduta e ho scritto una lista delle cose che mi servivano; la crociera è un’occasione unica e non va sprecata.
Ho preso un giorno di permesso e ho svaligiato i negozi dell’outlet di Castelguelfo: volevo presentarmi al meglio e non sfigurare vicino agli altri croceristi. Ho comprato abiti da giorno, da sera, da mare e da passeggio; mi sono indebitata, con la cessione del quinto dello stipendio, per i successivi dodici mesi. Ho stipato gli abiti in due valigie e ho riempito il beauty case di cosmetici, trucchi e creme abbronzanti.
La mattina della partenza mi sono recata all’imbarco con largo anticipo: il taxi che prendo di solito – Napoli otto, numero di licenza quattrocentoventotto –, poteva effettuare il servizio solo alle 5.00, ultima corsa della notte, ma non ho voluto saperne di prendere un’altra macchina. Io mi sposto solo con quel taxi, alla Cooperativa tassisti lo sanno, non devono tentare di rifilarmi un altro mezzo.
È che il numero della licenza è perfetto, con quella sequenza di numeri pari che escludono il sei. Un solo sei non è come se fossero tre, però io mi tengo alla larga: non si sa mai, si possono moltiplicare e a vederli diventare tre si fa presto. La sequenza sei sei sei mi fa ribrezzo; io lo odio quel numero. I tre sei sono La Bestia, l’emissario di Satana mandato per carpire le anime.
Quando finalmente sono salita a bordo della nave da crociera, entusiasta e con le mie valigie piene di abiti nuovi, sono stata accolta dal Capitano che mi ha sorriso, mi ha stretto la mano e mi ha dato la chiave della cabina di lusso compresa nel premio.
«Appuntamento stasera alle venti, al mio tavolo», mi ha detto languido, lasciandomi immaginare una serata di sguardi e allusioni. Mi vedevo già seduta di fianco a lui che mi fissava nella scollatura e mi baciava la mano sottintendendo che avrebbe voluto baciarmi ben altro: una vera scena da Love Boat, il mio telefilm preferito. Non ne perdevo una puntata, anche se la mamma non voleva che lo guardassi: diceva che mi riempiva la testa di sciocchezze.
È stato solo mentre seguivo il ragazzo con i bagagli che ho guardato la chiave. L’entusiasmo per la conoscenza del Capitano si è afflosciato sulla placca di ottone con l’ancora in rilievo, dove era inciso il numero sessantasei. È vero, erano solo due sei e non tre, ma mi è salito subito un brivido nella schiena, un tremito che si attorcigliava come un serpente: il numero era di certo il segno di una disgrazia, l’avvisaglia di una tragedia, era un monito a non osare tanto e a non farsi abbagliare dal lusso. Ho bloccato il ragazzo; il convoglio dei bagagli si è fermato, con la fila dietro di noi che premeva perché stavamo ostruendo la via agli altri croceristi.
«A che piano è?», ho chiesto agitando il portachiavi con il numero sotto il suo naso.
«Ponte signorina, sulle navi si chiamano ponti», ha precisato lui, senza capire la gravità della situazione.
«Che piano è!», ho urlato. Lui mi guardava con aria stranita ma a quel punto ero sicura fosse tonto.
«Il sei», si è deciso a rispondere.
In quel momento ho capito che era davvero una trappola di Satana.
«Si torna indietro!», ho intimato. Lui era perplesso ma non ha osato replicare; ha girato intorno al carrello con le valigie e l’ha spinto indietro, facendosi largo lungo il corridoio formato dagli altri carrelli.
Il capitano stava ancora stringendo mani e dispensando sorrisi e mi ha ascoltato stupito; non capiva perché rifiutassi quella meravigliosa suite, una delle migliori della nave, con un balcone e la vista del mare. «In tanti vorrebbero quella suite, signorina», ha detto tenendomi la mano tra le sue. «Il problema è che non ci sono suite libere. Non ci sono neanche cabine libere. Le conviene tenere la sessantasei».
«Neanche una cabina più piccola? In fondo ci si va solo per dormire», ho replicato.
È stato così che ho passato tutta la settimana in una cabina minuscola, ai piani inferiori, di fianco alle cucine, con la puzza di fritto e l’umidità delle zuppe di gamberi. I miei stupendi vestiti nuovi si sono rimpinzati dell’odore dei cibi e il mio stomaco, nauseato dalle puzze e dalla scomodità della cabina senza balcone e senza aria, ha rifiutato di mangiarli, così non ho approfittato della compagnia del Capitano e non ho verificato se lui avrebbe approfittato di me. Una vacanza misera di cui non conservo foto o ricordi, a parte i tagliandi delle rate pagate per abiti che non ho sfoggiato, e il conto del lavasecco che ha tentato di restituire un odore normale ai vestiti.
Ma non ho ceduto alle lusinghe di Satana e questa è la più grossa soddisfazione.
Anche Suor Giovanna avrebbe approvato, sarebbe stata fiera di me; negli anni passati in collegio, non mi ha mai mostrato un minimo segno di consenso e mi ha riservato solo rimproveri e punizioni. Suor Giovanna era bassa e molto magra, con la pelle del viso tesa sugli zigomi e un grappolo di rughe intorno agli occhi e alla bocca. Forse perché non sorrideva mai e teneva le labbra strette come se temesse di farsi sfuggire l’aria. Quando Suor Giovanna ci osservava, i suoi occhi ci trapassavano l’anima e il suo sguardo frugava nei nostri pensieri più nascosti. Quando entrava in classe o passava nel corridoio, tutti si zittivano e tremavano dentro le divise ben stirate. Metteva paura, noi abbiamo sempre pensato che fosse cattiva ma ora, dopo tanti anni, mi dico che forse era il suo modo di nascondere l’affetto che aveva per noi bambini che frequentavamo il Collegio delle Immacolate.
Certe sue penitenze erano così tremende da farmi stare male, ma non ce l’ho con lei: ora so che era per il mio bene. Come quella volta che mi ha lavato la bocca con il sapone – il disgusto provato per quella patina densa e appiccicosa che mi riempiva la gola, mi fa ancora rivoltare lo stomaco – perché avevo pronunciato una parola di cui ignoravo il significato ma che ai miei compagni faceva tanto ridere.
«Le parole del Diavolo non possono stare dentro alle signorine perbene! Ora faremo uscire Satana da questo corpo e laveremo il peccato dalla tua bocca!», aveva esclamato sfregandomi il blocco di Marsiglia sulla lingua.
Io avevo solo otto anni e non ho capito nulla dell’accaduto, ma il ricordo di quel sapore orribile, oltre all’umiliazione davanti alle compagne, non mi ha mai abbandonata.
Qualche giorno dopo, era martedì grasso e le lezioni erano state sospese. Suor Giovanna aveva dato il permesso di portare le stelle filanti e la cuoca aveva fritto dei dolci tondi come palline, ricoperti di zucchero. Il tavolo del refettorio era apparecchiato con una tovaglia gialla e c’erano grandi vassoi con bicchieri di una bibita arancione che non avevo mai assaggiato. Alcuni bambini avevano un cappello di carta colorato, da Zorro per i maschi e da fatina per le bambine. Io non avevo un cappello e neppure una maschera perché la mamma aveva detto che in casa non c’erano “soldi per le sciocchezze”. Lei diceva che le feste erano stupidaggini e Carnevale era la festa degli sfaccendati, di chi non aveva voglia di lavorare o di studiare.
Guardavo i miei compagni ridere con le loro maschere e i cappelli colorati e mi tormentavo di invidia. Marco Pinardi si avvicinò e mi porse un bicchiere di bibita: sapeva di arancia ed era dolce in gola. Marco sorrideva mentre bevevo e io gli sorrisi a mia volta mentre gli rendevo il bicchiere. Lui lo posò sul tavolo e mi prese per mano tirandomi verso la porta e portandomi nello stanzino dove la cuoca teneva i grembiuli per cambiarsi quando arrivava alla mattina. Chiuse la porta e mi fissò con gli occhi brillanti come se fosse a conoscenza di un segreto. Prese un sacchetto nascosto dietro a un mucchio di biancheria e me lo mise davanti aprendo e spingendomi a guardare.
Mi chinai e rimasi abbagliata da un luccicore che mi fece stringere gli occhi. Guardai di nuovo Marco e lui disse: «È per te». Infilò la mano nel sacchetto e ne estrasse la più bella maschera che avessi mai visto: era azzurra, ornata da piume della stessa tinta, e aveva il contorno ricoperto di brillantini dorati. Da vicino era ancora più lucente e mi intimidì; non osai prenderla. Marco me la infilò e mi mise l’elastico dietro alla testa.
«Ti sta benissimo», disse.
Suor Giovanna spalancò la porta mentre mi dava un bacio sulla guancia.
Due ore passate dietro alla lavagna, con le ginocchia sui ceci, mi convinsero a chiedere scusa alla Superiora, e le botte di mio padre mi convinsero che le cose belle non facevano per me. “Una vita semplice e cristiana è la giusta premessa al Paradiso”, tagliò corto la mamma di fronte alle mie lacrime, mentre papà cercava di riparare il cinturino dell’orologio che si era rotto mentre me le dava.
Da allora mi sono tenuta alla larga dal Diavolo e dalle sue lusinghe.
Fisso di nuovo lo schermo del pc. Come ho fatto a essere così incauta?
Mi giro di scatto, mi pare di avere sentito un fruscio, fisso il buio dietro le mie spalle. Rimango immobile ad ascoltare il rantolo del mio respiro. Forse ho le allucinazioni: quest’appartamento è troppo isolato per una ragazza che vive sola. Se solo avessi un compagno, un fidanzato. Al negozio sono tutte fidanzate o sposate; io sono l’unica single e non m’invitano mai ad uscire con loro perché sono tutte coppie e io cosa farei? Mi tocca passare le serate davanti al pc giocando a Farmville su Facebook.
Sto in ascolto ma nella stanza non si muove nulla; mi volto di nuovo verso il computer, aperto sulla mia pagina personale di Facebook: il numero degli amici è 666. Come ho fatto a essere così idiota da accettare la richiesta di quel Paolo Zerbini, che manco lo conosco? Colpa di Lucifero e del suo agguato: quando ho l’adrenalina in circolo non capisco più niente e dimentico la prudenza.
Devo mantenere la calma se voglio conservare la mia vita e restare la persona che sono. È sempre più difficile; il Diavolo si presenta con forme diverse e si camuffa in modo da non farsi riconoscere. Ma io so che gli devo impedire l’accesso alla mia anima.
Anche quella volta del colloquio a Roma, quando papà aveva avuto la notizia di quel noto produttore che aveva bisogno di un’assistente. Avevo frequentato da poco un corso di regia e sceneggiatura e sognavo di lavorare nel cinema; lui mosse tutte le amicizie che aveva e mi procurò la promessa di un appuntamento per il colloquio. Ero al settimo cielo; sarei riuscita a entrare nel mondo dello spettacolo. La conferma arrivò per telefono e la mia delusione fu enorme: la data dell’appuntamento era il sei giugno. Mi scesero dei brividi lungo la schiena e mi tremarono le braccia. Quel colloquio poteva cambiarmi la vita e realizzare un sogno. Guardai il calendario appeso di fianco al mobile della cucina: il sei giugno era un venerdì ma, cosa ancora più grave, l’anno era il 2006. 6/06/2006: la data di Satana.
Papà urlò che ero una stupida e che stavo bruciando la mia vita: «Rinunci a un’occasione magnifica e a un lavoro straordinario in una città meravigliosa, e per cosa? Per una stupida superstizione che ti ha inculcato tua madre e quella suora al collegio. Sei pazza!».
Per un attimo pensai che mi avrebbe picchiata come quando ero bambina; gli occhi gli guizzavano in modo pericoloso e si era tolto gli occhiali. Ebbi un fremito di paura, poi pensai che se mi avesse picchiata sarebbe stata una giusta punizione. Ma lui si rimise gli occhiali e mi guardò depresso: «Dove ho sbagliato?», mi chiese prima di uscire.

… la seconda parte del racconto la troverete lunedì 23 aprile, qui

* il racconto Satana ti ha aggiunto agli amici è stato pubblicato nel volume Fobie (Ciesse edizioni, 2011), a cura di Alessandro Greco.

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