Il coraggio uno non se lo può dare

Se non ce l’ha, uno non se lo può dare, diceva Manzoni del suo personaggio.
Chissà cosa direbbe oggi il Manzoni se ci potesse vedere; il coraggio sembra essere il grande disperso di questi anni.
Eppure serve sia per scrivere sia per compiere scelte editoriali.
Il coraggio è merce necessaria allo scrittore: per trasferire su carta le storie che sente e i personaggi che vede deve lasciare perdere le domande sugli effetti che avrà la sua scrittura.
“Cosa penserà mia zia di questa donna che sto descrivendo? Assocerà i suoi pensieri ai miei? Penserà che io non sono così retta come ha sempre creduto, che non ho saldi principi?”
Se lo scrittore si lascia fermare da questi lacci, se non osa, se non sfodera tutto quello che sente, per timore del giudizio altrui, il suo testo sarà povero, monco di un braccio e con una gamba zoppicante.

Ma il coraggio serve anche a un editore, per non fare scelte ovvie e ‘comode’.
Penso sia facile per tutti puntare su un ragazzo di trent’anni, su un uomo – chi compra i libri sono, per la maggior parte, le donne e di conseguenza è più facile puntare sullo scrittore uomo, perché anche alle presentazioni potrà dispensare più fascino sul pubblico femminile che compra i libri.
Per questo motivo, quando si manda un testo vogliono sapere quanti anni hai: se sei over cadi dalla scala punteggio e vai diritto sul fondo del barile da dove nessuno ti raschierà.
Ci vorrebbero un paio di quelle cose che oggi in pochi possiedono.
Se qualcuno le avesse, se ne fregherebbe di scegliere sempre i soliti ‘sicuri’ su cui puntare e farebbe scelte diverse dagli altri.
E il discorso è molto più ampio, non riguarda solo gli editori: anche nei programmi ‘culturali’ della tv le scelte sono omologate, sempre uguali, sempre sicure e tranquille.
Non si invita uno che non sia noto, che non sia bello, che non sia televisivo, che non sia garante di buoni ascolti e di interesse nel pubblico.

Faccio anche un esempio che mi riguarda: io non sono la trentenne con le tette di fuori [il Mac si rifiutava si scrivere ‘tette’], non ho scritto di sesso, non ho scritto di politica o religione, non di scandali, non di pedofilia. Io sono out, indipendentemente dalla bontà del testo.
E non sto piagnucolando, sto facendo un resoconto serio.
Parlo di me, ma potrei parlare di voi.
Facciamo anche l’esempio di Orfana di mia figlia: un libro forte su un argomento ostico quale la morte. Non tutti gli editori lo accetterebbero. Un libro che non diverte, che non fa audience pruriginosa se non in certi programmi, quelli dove io non andrei, non solletica il cassetto dei ‘grandi’  [ma solo perché non ne hanno valutato bene l’impatto, perché io sono convinta che trattato nel modo giusto potrebbe essere molto venduto], non attira molte persone.
Per scriverlo ci vuole coraggio e per pubblicarlo pure.

Come la mettiamo, Alessandro? Don Abbondio la diceva giusta: “Il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.

E Buona Pasqua.

* e comunque il Festival dell’inedito sembra andato al macero. E questa è un’ottima notizia.

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6 pensieri su “Il coraggio uno non se lo può dare

  1. Forse potresti fare un edizione e-book di quel libro 🙂 . Non ti ho fatto ancora sapere nulla perché ancora non l’ho letto… so che è passato un bel po’ di tempo, ma sai, devo trovare il tempo. Ci voglio dedicare costanza ai libri sennò preferisco non iniziarli 🙂 .

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  2. Hai ragione, tante volte si diventa famosi per strani motivi che non centrano nulla con il proprio talento, altre volte invece perché piaci e basta e quello credo sia il più bel motivo.

    In bocca al lupo, e buone feste Morena! 🙂

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  3. Hai perfettamente ragione, Morena, certi libri non fanno audience, ma non per questo valgono di meno. Non importa se sono letti poco, è importante che esista qualcuno che ha ancora il coraggio di “raccontare” storie che affrontano con altrettanto coraggio quegli argomenti che gli altri vogliono fuggire, che dicono “verità” scomode. E’ importante che esista qualcuno che vada “oltre” il successo per non rinunciare alla propria dignità,
    Tu sei una di queste persone e per questo ti ringrazio.
    Giulia

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  4. Io sono stato uno di quelli che avrebbe voluto raccontarsi o raccontare, ma mi sento le pastoie alle gambe. Mi sonto molto condizionato. Se fossi coraggioso…forse… Ma forse no, considerato che il paradigma editoriale è molto formalizzato da un clichè. Mi riconosco in te, ma sono meno coraggioso.
    In bocca al lupo!

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