La voce narrante in una storia

Quando si affronta la scrittura di un testo, si deve valutare con attenzione la forma in cui vogliamo rendere questo testo.
La storia ha delle esigenze, la narrazione deve suscitare emozioni nel lettore. Quale modus narrativo è più adatto a ciò che vogliamo mostrare, narrare? Cosa vogliamo evidenziare?
C’è chi dice che le storie che vengono scritte sono sempre le stesse da secoli. I temi narrativi sono quelli.
L’originalità, il plus che fa la differenza, è nello stile e nella forma. Quindi, la voce narrante assume una grande importanza.

“Fabio incontra Annalisa e le propone un week end al mare. Là incontrano un ristoratore che li convince ad acquistare il suo ristorante. I due decidono di lasciare famiglia e città per trasferirsi in quel borgo della Liguria e cucinare per i turisti”.

Una storia semplice, no? Quasi banale.

Ma, a parte aggiungere altri personaggi, situazioni ostili – magari i due sono sposati e i rispettivi coniugi hanno un’attività remunerativa che non vogliono abbandonare – si può giocare con le voci narranti.
Se scegliamo la terza persona, un narratore esterno che ci mostra i pensieri di ognuno, avremo un risultato. Se facciamo scelte più ardite potremmo narrare con voci diverse, ad esempio partire con la voce del ristoratore che vede arrivare questi due e decide che sono polli sognatori a cui rifilare il suo esercizio commerciale in perdita.
Oppure si può mostrare la vicenda con gli occhi dei coniugi dei due irresponsabili: la voce potrebbe raccontare preoccupazione, ansia e rabbia per la decisone irresponsabile dei due amici.
Ma si può anche scegliere di raccontare con gli occhi di uno dei due e scoprire che era da anni che detestava la propria vita e che non ama più il marito (o la moglie), e coglie questa occasione come un regalo.

A volte le storie nascono già con una voce decisa. Vi sarà capitato di partire senza indugi, vedendo bene chi era il narratore, ma avrete anche provato la sensazione di iniziare in un modo e scoprire che non era quello perfetto, che la storia non scivolava via come avreste voluto.
Tentare un cambio di punto di vista può essere, in certi casi, la soluzione ottimale. provate con un racconto che avete già scritto: se nella prima versione parla il gatto, scrivetene una in cui parla il pesce e vedrete come cambia tutto.
Sarebbe possibile anche una versione in cui parla la boccia di vetro. Oppure il proprietario del gatto. Insomma, a voi la scelta e la riscrittura.

Resta poi da valutare se il cambiamento è migliorativo o meno. Ma questa è un’altra storia 😉

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5 pensieri su “La voce narrante in una storia

  1. Per me sarebbe un gran bel passo avanti anche solo uscire dalla prima singolare… do la colpa al blog!! Però una volta volta ho provato a far parlare altri tre della quarta (di me) ed è venuta fuori una cosa divertente che, se l’avessi programmata, non avrei mai creato e sarei caduta in depressione da inadeguatezza. Prendo con me il tuo suggerimento di modificare il punto di vista di una storiella già scritta, in fondo.. tutto sta nell’iniziare e nell’esercitarsi (e nel fare una pausa ogni tanto).
    Grazie 🙂

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    1. Cara Elle, è vero, il blog abitua a un certo modo di scrivere. Per te è la prima persona, per me è una certa brevità che condensa i miei pensieri e, a volte, li rende criptici. Scrivere un romanzo è stato difficile anche per questo. Ma la scrittura va praticata.
      L’esercizio (spesso) la migliora. Fai quel tentativo e vedrai. Grazie a te 😉

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  2. Non so se sia un mio ingenuo e rozzo limite o un mio pregio, ma ogni storia mi si è sempre presentata, per farsi raccontare, con la voce narrante già decisa, istantaneamente. Trovo che la prima persona singolare sia tutt’altro che un limite (per me è quasi sempre la soluzione ideale, per mille motivi) però mi è capitato di ricorrere anche alla terza persona, di giocare con inserti intertestuali, di sperimentare nuove forme e linguaggi legati alla tecnologia (non gli sms, per carità) e di scrivere romanzi corali, in cui ogni protagonista racconta la sua parte. Ma in nessun caso ho avuto ripensamenti, né a inizio lavoro né a opera finita.
    Non sono neanche d’accordo con chi dice che le storie siano sempre le stesse, che l’originalità non possa in nessun modo riguardare l’argomento e l’intreccio. Spesso è un appiattimento ricercato e voluto dagli editors, che scartano il “nuovo” e ripropongono alla noia il ritrito (basti vedere come spopolano, e spappolano i coyotes, ai nostri giorni, le storie tutte uguali di struggente amore adolescenziale eterosessuale, con protagonisti intercambiabili che in realtà son sempre gli stessi due, quelli che io chiamo Piercazzillo e Mariavulvetta…) 🙂

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  3. Una volta pensavo che solo la terza persona fosse quella “giusta”. Poi ho compreso la follia di una tale idea. Adesso la storia appare già con la sua voce, e c’è anche il protagonista. La sua immagine. Non mi è mai successo sino a ora di sentire la necessità di cambiarla per essere più efficace. Sino a ora: in futuro chissà 😉

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  4. Cari Nicola e Marco, come mi piacciono queste vostre affermazioni. Sicuri e decisi alla meta eh? Beati voi.
    Spesso capita anche a me: tutto deciso e chiaro fin dall’inizio.
    Però, ed è pure recente, quando ho iniziato la scrittura del racconto per “Fobie”, ho sbagliato pista. Ho iniziato con la terza persona e la faccenda non mi girava.
    Quel racconto poteva essere scritto solo in prima persona e infatti, quando l’ho capito e ho modificato tutto, dopo è stato più ‘facile’.

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