Pantaloni bianchi – otto e nove

prosegue da qui

In questa versione del racconto, troviamo parecchie modifiche: lo sguardo iniziale dell’uomo che ammira ‘pantaloni bianchi’, e il suo sorriso, hanno perso di significato e sono stati eliminati. Al loro posto lo sguardo di un portiere.
All’incontro va anche l’uomo che ora si chiama Aldo e che si è rotto una gamba cadendo in cantiere. È sparita anche la scatola con i gioielli rubati e la somma offerta è dovuta a un ricatto che i due stanno facendo…

***

Ho indossato i pantaloni bianchi; mi stanno alla perfezione, si vede che sono di uno stilista. Mai avuto un capo così bello prima d’ora.
Quando siamo scesi, anche il portiere, che smistava la posta, si è fermato e mi ha seguita con lo sguardo ammirato.
Almeno lui, perché Aldo, invece, non si è neppure accorto come sono vestita.
Anche ora cammina davanti a me, saltellando sulla stampella. Pochi passi e siamo arrivati. Aldo si siede, sbuffa e guarda l’orologio.
Il cameriere ci chiede se vogliamo ordinare; Aldo prende un analcolico. In quel momento alziamo lo sguardo e vediamo arrivare l’uomo, un po’ di corsa. Indossa un abito stropicciato e ha il viso sudato.
Si avvicina e ci porge la mano, ma Aldo non si muove e gli dice: “Non perdiamo tempo. Parliamo d’affari”.
Lui deglutisce prima di parlare: “Certo”. Si passa un fazzoletto di carta sulla fronte. Se ne sta lì in piedi, sposta lo sguardo da Aldo a me e viceversa.
“Si sieda, no? Vuole attirare l’attenzione?”. Aldo gli fa un gesto brusco.
Lui si lascia andare sulla sedia di plastica bianca e rimane in attesa.
“Avete deciso la cifra?”. Decido d’intervenire.
Lui non apre bocca, infila la mano in tasca ed estrae un foglio piegato in quattro. Lo prendo e apro. “Diecimila? Non se ne parla” e gli rendo il foglio.
“Per tacere diecimila sono pochi. Vogliamo parlare della gamba di Aldo? Del fatto che non potrà lavorare per tre mesi e che è senza assicurazione e senza contributi? Se venisse un’ispezione, e scoprisse altri lavoratori in nero, scatterebbe la chiusura del cantiere. Ne vogliamo almeno ventimila” affermo.
Aldo annuisce e lo fissa; se gli occhi pungessero il viso dell’uomo sarebbe ridotto a un colabrodo. Apre la bocca e dice: “Ventimila. Di meno non accetto”.
“Ok” sospira infine lui, prende il foglio, scrive la nuova cifra e lo porge a Aldo. Lui lo prende con religiosità, quasi fosse una cambiale. L’ometto si alza e fa per andarsene. Lo tiro per la manica: “Quando?”
“Domani sera. Alla cattedrale”. Si è chinato e l’odore del suo dopobarba mi fa rivoltare lo stomaco. In un attimo è già sparito.
“Bene”, dice Aldo; le sue labbra si piegano in un sorriso che non gli arriva agli occhi. Ripenso a com’era all’inizio, a come mi sorrideva prima che tutto questo accadesse. Intanto, si rigira il foglio tra le mani, non gli stacca gli occhi di dosso. E ripete: “Ventimila. Una bella somma per una settimana di lavoro”.
Accavallo le gambe e dondolo il piede destro; mi aspetto che noti i pantaloni bianchi ma lui vede solo il foglio con la cifra.
Fermare tutto. Tornare indietro. Ma ormai non si può. Ci fosse una botola, un’uscita di sicurezza. La sua voce mi strappa dai pensieri, sollevo il viso e lo guardo.
“Che hai?” chiede lui. “Sei strana. Con tutti quei soldi ci faremo una vacanza ai Caraibi, quando avrò tolto il gesso. Grazie alla mia intraprendenza”. 
La sua intraprendenza ti avrebbe fatto accettare i diecimila Euro; preferisco tacere.

È l’ora. Aldo freme vicino alla porta. Prendo la borsa rossa, è grande e ci sta un sacco di roba.
Una punta di rimorso mi chiude lo stomaco ma mi passa subito.
“Allora, ti muovi?”
Aldo mi guarda impaziente, non vede l’ora di mettere le mani su quei soldi, dice di avere un mucchio di progetti per noi due. Ventimila Euro: ne parla come fossero l’autostrada per il paradiso.
In macchina non parliamo, ognuno immerso nei suoi pensieri. Aldo cambia canale in continuazione e sentiamo brani smozzicati di Vasco e di band degli anni ‘70.
E parla, parla, lo ascolto appena. Sento infine che dice: “La felicità è un diritto”; spengo il motore, siamo a destinazione.
La cattedrale è illuminata dalla luna e, se non fosse per l’ansia del momento, sarebbe da fotografare. Lui è lì, indossa l’abito del giorno prima, sempre più spiegazzato. Ci osserva arrivare, si guarda intorno e ci fa cenno di sbrigarci. Aldo saltella come può con le stampelle. Andiamo nell’angolo in ombra, lui mi mostra la valigetta e io gli mostro la carta che Aldo ha firmato. Quella in cui dichiara di essere caduto dalle scale di casa, come ha detto al Pronto Soccorso quando il suo capo l’ha portato affermando che montavano le tende sul terrazzo e la scala era scivolata.
L’ometto tace, legge tutta la dichiarazione di Aldo, annuisce, piega il foglio e se lo infila in tasca.
Poi guarda perplesso i miei pantaloni bianchi, troppo appariscenti per quello che facciamo. In più c’è la luna; esita.
Scrolla le spalle, solleva la valigetta, fa scattare l’apertura e ci mostra il contenuto. Sfoglio qualche mazzetta mentre Aldo sorride alle banconote rosse. Ci salutiamo, in due minuti tutto è finito.
Dopo mezz’ora siamo a casa. Aldo si siede in cucina, apre la valigetta e guarda le banconote. Le accarezza, ha occhi solo per loro; io mi avvicino, mi chino, lo abbraccio da dietro. “Saremo felici?” Chiedo, e gli mordo l’orecchio, poi gli giro attorno e siedo sulle sue ginocchia, mi passo una mano sui pantaloni. “Sì sì”, farfuglia, e aggiunge: “Ne possiamo fare di cose. Altro che Caraibi”.
“Non sono tanti. Qualcosa bisogna risparmiare”.
“Che problema c’è?”. Si stringe nella spalle:
“Tu fai ripetizioni. Poi mi cercherò qualcosa. Devo guarire bene, ci vorrà tempo”. 
Gli accarezzo il viso, e sento come se qualcosa sotto le dita si sbriciolasse. È ancora Aldo quello che appare, eppure non è più lui. È un uomo con cui i miei ricordi faticano a restare in contatto.
Mi alzo, gli dico: “Datti un rinfrescata, che sei sudato. Dopo mi farò una doccia”. Strabuzza gli occhi, mi fissa senza vedermi: “Buona idea” Si alza e si ritira in bagno; gli ci vorrà un bel po’ con quel gesso. Resto immobile finché non sento scorrere l’acqua.
Forse avevo previsto ogni cosa: tutto si svolge senza esitazioni, o ripensamenti. Il parcheggio dei taxi è a un paio di minuti di cammino, l’aeroporto a 50 chilometri. Prendo la valigetta, il cellulare e la mia borsa rossa in cui metto qualche vestito. Il biglietto per lui lo scrivo quasi al volo: “La felicità a volte indossa pantaloni bianchi, ma tu non la sai riconoscere”.

***

Il racconto ora ha preso forma e si avvicina a quello che sarà il risultato finale. Se avessimo lavorato, Marco e io, con più metodo, questa versione sarebbe stata la prima o la seconda. Ma noi abbiamo improvvisato e abbiamo, quindi, lavorato di più.
Alla prossima

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