Pantaloni bianchi – sei e sette

Prosegue da qui

La storia s’ingarbuglia, alcune cose non tornano: è il caso di iniziare a dare una direzione al testo. Non si capisce perché l’ometto debba dare dei soldi a ‘pantaloni bianchi’ e al suo uomo: a quanto sembra, i due devono vendere dei gioielli rubati e lui li compra. Però ci sono ancora sbavature e incongruenze (dovute al fatto che Marco e io non abbiamo studiato la storia a tavolino, cosa che forse sarebbe auspicabile se si vuole scrivere a quattro mani) e dobbiamo aggiustare il tiro.
Dopo altre due revisioni il testo è questo:

***
Ho i pantaloni bianchi. Mai avuti pantaloni bianchi prima d’ora.
Sono belli, fanno luce sotto il sole e la pelle sembra più scura. Bel contrasto.
C’era un uomo davanti al bar e quando sono passata ha abbassato il giornale che stava leggendo e mi ha seguita con lo sguardo. Era uno sguardo che non faceva male. Allora mi sono voltata e lui mi ha sorriso.
Lucia dice che dal sorriso di un uomo puoi capire tante cose; io credo sia vero. L’uomo pensava a sua figlia ne sono sicura. Forse ha una figlia piccola e ha pensato che quando sarà grande e camminerà indossando pantaloni bianchi, gli uomini si gireranno per ammirarla.
Era un sorriso dolce. Per un po’ l’ho portato con me. Ho camminato sino al bar che ha la terrazza sulla spiaggia, mi sono seduta a un tavolino e ho ordinato un analcolico.
Controllo l’ora. Quando ho alzato lo sguardo stava arrivando, un po’ di corsa, un metro e cinquanta di uomo dentro giacca e calzoni stropicciati. Mi ha riconosciuto, allora ha appiccicato un sorriso sul volto rotondo, ha accelerato il passo. Ha incespicato, si è lasciato sfuggire un’imprecazione, e ha agguantato di nuovo quel sorriso fasullo.
Si avvicina, mi porge la mano, gli dico:
“Restiamo ai fatti. Siamo qui per concludere”.
Lui deglutisce, dice:
“Certo”. Si passa un fazzoletto di carta sulla fronte. Se ne sta lì in piedi, si passa quell’odiosa lingua sulle labbra.
“Si sieda, no? Vuole attirare l’attenzione?”
Lui si lascia andare sulla sedia di plastica bianca e rimane in attesa.
“Ha la transazione?” (transazione?) chiedo decisa.
Lui non apre bocca, infila la mano in tasca ed estrae un foglio piegato in quattro. Lo prendo e apro. “Duecento? Assurdo. Non crederà che accetti” e gli rendo il foglio come se ciò equivalesse a ritirare la mia offerta.
“Si era detto duecentocinquanta” affermo. Non mi piace essere fregata e, comunque, di quei soldi ho proprio bisogno. L’ometto mi guarda come se sapesse delle mie necessità. Apre la bocca e dice: “Duecentomila. Di più non è possibile”.
Fanculo, penso fissandolo. Se gli occhi pungessero i suoi sarebbero ridotti a un colabrodo.
“Ok. Accetto” e gli strappo di nuovo il foglio dalle mani, quasi fossero le banconote viola che desidero.
Lui si alza e fa per andarsene. Lo tiro per la manica: “Quando?”
“Domani sera. Alla cattedrale”. Si è chinato e l’odore del suo dopobarba mi fa rivoltare lo stomaco. O forse è la trattativa.
L’uomo sparisce dietro un cartellone pubblicitario. Mi alzo anch’io: devo andare subito da Enrico per dirgli la cifra.
“Bene”, dice lui e sorride. Ripenso all’uomo davanti al bar, al suo sorriso, lo confronto con questo, e ho voglia di fermare tutto, tornare indietro. Intanto, si rigira il foglio tra le mani, non gli stacca gli occhi di dosso. E ripete: “Duecentomila. Duecentomila”.
Accavallo le gambe e dondolo il piede destro; mi aspetto che noti i pantaloni bianchi ma lui vede solo il foglio con la cifra.
Fermare tutto. Tornare indietro. Ma ormai non si può. Ci fosse una botola, un’uscita di sicurezza. La sua voce mi strappa dai pensieri, sollevo il viso e lo guardo.
“Che hai?” chiede lui. “Sei strana. Eppure siamo a un passo dalla felicità. Con quei soldi saremo felici”.

È l’ora. Enrico freme vicino alla porta. Prendo la borsa rossa, è grande e la scatola blu ci sta comoda; prima di infilarla dentro, la apro e controllo. Il bagliore delle pietre è impressionante. Il signor Andreachi amava molto sua moglie per farle tanti regali. Una punta di rimorso mi chiude lo stomaco ma mi passa subito. Adesso la signora Andreachi non ricorda più il marito e non avrà più bisogno di indossare gioielli là nella casa di riposo dove l’hanno messa i figli.
Bisogna agire in fretta. Ogni giorno che passa potrebbe essere quello in cui i due rampolli decidono di spartirsi gli averi della madre e scoprono che la cassaforte è vuota. Lei si fidava di me, avevo le chiavi di tutto, e accesso a ogni cosa.
“Allora, ti muovi?”
Enrico mi guarda impaziente, non vede l’ora di andarsene da qui e di iniziare una nuova vita. È stato lui a trovare il contatto e a spingermi a prendere la scatola. “La felicità è un diritto” ripete.
Chiudo il fermaglio di metallo e infilo tutto nella borsa. “Andiamo”, gli dico e lui apre la porta.
La cattedrale è illuminata dalla luna e, se non fosse per l’ansia del momento, sarebbe da fotografare. Lui è già lì, indossa l’abito del giorno prima, sempre più spiegazzato. Ci osserva arrivare, si guarda intorno e ci fa cenno di sbrigarci. Andiamo nell’angolo in ombra, lui mi mostra la valigetta e io gli mostro la scatola. Butta un’occhiata a Enrico; mi aspetto che gli chieda cosa c’entra con tutto questo, ma l’ometto tace. Poi guarda perplesso i miei pantaloni bianchi, troppo appariscenti per quello che facciamo. In più c’è la luna; esita. Infine mi chiede la scatola, l’apre, muove le collane e i bracciali – un bagliore catturato dalla luna forma un punto di luce che ondeggia nel buio – annuisce e richiude. Mi porge la valigetta, fa scattare l’apertura e mi mostra il contenuto. Sfoglio qualche mazzetta ma so che devo fidarmi. Ci salutiamo, in due minuti tutto è finito.
Dopo mezz’ora siamo a casa. Enrico si siede in cucina, apre la valigetta e guarda le banconote. Le accarezza, ha occhi solo per loro; io mi avvicino, mi chino, lo abbraccio da dietro. “Saremo felici?” Chiedo, e gli mordo l’orecchio, poi gli giro attorno e siedo sulle sue ginocchia. “Sì sì”, farfuglia, e aggiunge: “Ma quanti sono, ma ci pensi, ma ci pensi?”.
Mi alzo, gli dico: “Fatti una doccia, che sei sudato. Dopo me la faccio io”. Strabuzza gli occhi, mi fissa senza vedermi: “Buona idea!” Si alza e si ritira in bagno. Resto immobile finché non sento scorrere l’acqua.
Il parcheggio dei taxi è a un paio di minuti di cammino, l’aeroporto a 50 chilometri. Prendo la valigetta e il cellulare (il portatile mi sembra eccessivo), li ficco nella borsa. Il biglietto per lui era già pronto. C’è scritto: “La felicità gira in pantaloni bianchi e qualcuno nemmeno la vede”.

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