Pantaloni bianchi – quattro e cinque

Prosegue da qui

La storia sta prendendo corpo: abbiamo ‘pantaloni bianchi’, un ometto che viene con una proposta e un lui, all’inizio chiamato Enrico e poi cambiato in Aldo, che attende con ansia la proposta e il relativo pacchetto monetario.
Però c’è una valutazione, cosa assai diversa dall’offerta, che presuppone uno scambio diverso, e ci sono altre cose che non filano come dovrebbero; con la versione quattro e cinque si iniziano a sistemare, anche se la storia è ancora in alto mare e in mezzo ci sono degli appunti e i dubbi che arrivano puntuali a ogni rilettura:

***
Ho i pantaloni bianchi. Mai avuti pantaloni bianchi prima d’ora.
Sono belli, fanno luce sotto il sole e la gamba sembra più scura. Bel contrasto.
C’era un uomo davanti al bar e quando sono passata ha abbassato il giornale che stava leggendo e mi ha seguita con lo sguardo. Era uno sguardo che non faceva male. Allora mi sono voltata e lui mi ha sorriso.
Lucia dice che dal sorriso di un uomo puoi capire tante cose; io credo sia vero. L’uomo pensava a sua figlia ne sono sicura. Forse ha una figlia piccola e ha pensato che quando sarà grande e camminerà indossando pantaloni bianchi, gli uomini si gireranno per ammirarla.
Era un sorriso dolce. Per un po’ l’ho portato con me.
Ho camminato sino al bar che ha la terrazza sulla spiaggia, e palafitte che affondano tra rocce e sabbia. Sono rimasta indecisa davanti all’entrata, finché non ho scelto di sedere a uno dei tavolini sulla passeggiata. Ho ordinato un analcolico, poi ho sorriso al ragazzo che ha preso l’ordinazione e gli ho chiesto di sistemare l’ombrellone in modo che il sole non mi infastidisse.(da limare in seguito se i caratteri saranno troppi)
Ho controllato l’ora. Quando ho alzato lo sguardo stava arrivando, un po’ di corsa, un metro e cinquanta di uomo dentro giacca e calzoni stropicciati. Mi ha riconosciuto, allora ha appiccicato un sorriso sul volto rotondo, ha accelerato il passo. Ha incespicato, si è lasciato sfuggire un’imprecazione, e ha agguantato di nuovo quel sorriso fasullo.
Si avvicina (è ancora il tempo verbale giusto? O sono sbagliati i verbi della frase precedente?), mi porge la mano, gli dico:
“Restiamo ai fatti. Siamo qui per concludere una transazione”.
Lui deglutisce, dice:
“Certo”. Si passa un fazzoletto di carta sulla fronte. Se ne sta lì in piedi, si passa quell’odiosa lingua sulle labbra.
“Si sieda, no? Vuole attirare l’attenzione?”
Lui si lascia andare sulla sedia di plastica bianca e rimane in attesa.
“Ha l’offerta?” chiedo decisa.
Lui non apre bocca, infila la mano in tasca ed estrae un foglio piegato in quattro. Lo prendo e apro. “Duecento? Assurdo. Non crederà che accetti” e gli rendo il foglio come se ciò equivalesse a ritirare la mia offerta.
“Si era detto duecentocinquanta” affermo. Non mi piace essere fregata e, comunque, di quei soldi ho proprio bisogno. L’ometto mi guarda come se sapesse delle mie necessità. Apre la bocca e dice: “Duecentomila. Di più non è possibile”.
Fanculo, penso fissandolo. Se gli occhi pungessero i suoi sarebbero ridotti a un colabrodo.
“Ok. Accetto” e gli strappo di nuovo il foglio dalle mani, quasi fossero le banconote viola che desidero.
Lui si alza e fa per andarsene. Lo tiro per la manica: “Quando?”
“Domani sera. Dietro la cattedrale”. Si è chinato e l’odore del suo dopobarba mi fa rivoltare lo stomaco. O forse è la trattativa.
L’uomo sparisce dietro un cartellone pubblicitario. Mi alzo anch’io: devo andare subito da Enrico per dirgli la cifra.
“Bene” Dice Enrico; e sorride. Ripenso all’uomo davanti al bar, al suo sorriso, lo confronto con questo, e ho voglia di fermare tutto, tornare indietro. Intanto, si rigira il foglio tra le mani, non gli stacca gli occhi di dosso. E ripete: “Duecentomila. Duecentomila”.
Incrocio le braccia sul petto, accavallo le gambe e dondolo il piede destro; nemmeno ha notato questi pantaloni bianchi, ha chiesto solo com’era andata, e basta.
Fermare tutto. Tornare indietro, no, però alzarsi e uscire da questo. Ci fosse una botola, un’uscita di sicurezza. La sua voce mi strappa dai pensieri, alla fine devo scuotermi, quindi sospiro, e dico: “Sì?”.
“Che hai? Sei strana. Eppure siamo a un passo dalla felicità. Con quei soldi saremo felici”.
È l’ora. Enrico freme vicino alla porta e mi incita. Prendo la borsa rossa, è grande e la cassetta blu ci sta comoda. Prima di infilarla dentro la borsa, la apro e controllo; il bagliore delle pietre è impressionante. Il signor Andreachi doveva amare molto sua moglie per farle tanti regali. Una punta di rimorso mi chiude lo stomaco ma mi passa subito; la signora Andreachi non ricorda più il marito e di certo non avrà più bisogno di indossare gioielli là nella casa di riposo dove l’hanno messa i figli.
Devo sbrigarmi, però. Ogni giorno che passa potrebbe essere quello in cui i due rampolli decidono di spartirsi gli averi della madre e scoprono che la cassaforte è vuota.
“Allora, ti sbrighi?”
Enrico mi guarda impaziente, anche lui non vede l’ora di andarsene da qui e di iniziare una nuova vita. È stato lui a trovare il contatto e a spingermi a prendere la cassetta.
Chiudo il fermaglio di metallo e infilo tutto nella borsa. “Andiamo”, gli dico e lui apre la porta.
La cattedrale è illuminata dalla luna e, se non fosse per l’ansia del momento, sarebbe da fotografare. Lui è già lì, indossa ancora l’abito del giorno prima, sempre più spiegazzato. Ci osserva arrivare, si guarda intorno e ci fa cenno di sbrigarci. Andiamo nell’angolo in ombra, lui mi mostra la valigetta e io gli mostro la cassetta. Butta un’occhiata a Enrico; mi aspetto che gli chieda cosa c’entra con tutto questo, ma l’ometto tace. Mi chiede la cassetta, l’apre, muove le collane e i bracciali – un bagliore catturato dalla luna forma un punto di luce che ondeggia nel buio – annuisce e richiude. Mi porge la valigetta, l’apre e mi mostra il contenuto. Io sfoglio qualche mazzetta ma so che devo fidarmi. Ci salutiamo, in due minuti tutto è finito. 

 * ho saltato una versione intermedia altrimenti la faccenda diventa troppo lunga e noiosa, visto che le versioni sono state quattordici. Ho avuto pietà di chi legge 😉

Annunci

3 pensieri su “Pantaloni bianchi – quattro e cinque

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...