Pantaloni bianchi – tre

prosegue da qui

Dopo l’integrazione di Marco mi sono trovata a dover decidere che strada dare al nostro racconto (in blu la parte nuova).

***

Ho i pantaloni bianchi. Mai avuti pantaloni bianchi prima d’ora.
Sono belli, fanno luce sotto il sole e la gamba sembra più scura. Bel contrasto.
C’era un uomo davanti al bar e quando sono passata ha abbassato il giornale che stava leggendo e mi ha seguita con lo sguardo. Era uno sguardo che non faceva male. Allora mi sono voltata e lui mi ha sorriso.
Lucia dice che dal sorriso di un uomo puoi capire tante cose; io credo sia vero. L’uomo pensava a sua figlia ne sono sicura. Forse ha una figlia piccola e ha pensato che quando sarà grande e camminerà indossando pantaloni bianchi, gli uomini si gireranno per ammirarla.
Era un sorriso dolce. Per un po’ l’ho portato con me. Ho camminato sino al bar che ha la terrazza sulla spiaggia, e palafitte che affondano tra rocce e sabbia. Sono rimasta indecisa davanti all’entrata, finché non ho scelto di sedere a uno dei tavolini sulla passeggiata. Ho ordinato un analcolico, poi ho sorriso al ragazzo che ha preso l’ordinazione e gli ho chiesto di sistemare l’ombrellone in modo che il sole non mi infastidisse.

Ho dato un’occhiata all’orologio. Quando ho alzato lo sguardo stava arrivando, un po’ di corsa, un metro e cinquanta di uomo dentro giacca e calzoni stropicciati. Mi ha riconosciuto, allora ha appiccicato un sorriso sul volto rotondo, ha accelerato il passo. Ha incespicato, si è lasciato sfuggire un’imprecazione, e ha agguantato di nuovo quel sorriso fasullo.
Si avvicina, mi porge la mano, gli dico:
“Restiamo ai fatti. Siamo qui per concludere una transazione”.
Lui deglutisce, dice:
“Certo”. Si passa un fazzoletto di carta sulla fronte, deglutisce. Se ne sta lì in piedi, si passa quell’odiosa lingua sulle labbra.
“Si sieda, no? Vuole attirare l’attenzione?”
Lui si lascia andare di botto sulla sedia di plastica bianca e rimane in attesa.
“Ha la valutazione?” chiedo decisa.
Lui non apre bocca, infila la mano in tasca ed estrae un foglio piegato in quattro. Lo prendo e apro. “Duecento? Assurdo. Non crederà che accetti” e gli rendo il foglio come se ciò equivalesse a ritirare la mia offerta.
“Si era detto duecentocinquanta” affermo. Non mi piace essere fregata e, comunque, di quei soldi ho proprio bisogno. L’ometto mi guarda come se sapesse delle mie necessità. Apre la bocca e dice: “Duecentomila. Di più non è possibile”.
Fanculo, penso fissandolo. Se gli occhi pungessero i suoi sarebbero ridotti a un colabrodo.
“Ok. Accetto” e gli strappo di nuovo il foglio dalle mani, quasi fossero le banconote viola che desidero.
Lui si alza e fa per andarsene. Lo tiro per la manica: “Quando?”
“Domani sera. Dietro la cattedrale”. Si è chinato e l’odore del suo dopobarba mi fa rivoltare lo stomaco. O forse è la trattativa.
L’uomo sparisce dietro un cartellone pubblicitario. Mi alzo anch’io: devo andare subito da Enrico per dirgli la cifra.

È evidente la non congruenza nella storia; si intuisce che stiamo andando senza direzione e forse è giunta l’ora di prendere bussola e timone e fare il punto.
Alla prossima!

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