La voce narrante – la prima persona

Quando le storie iniziavano con “C’era una volta”, la voce narrante era già segnata, si seguiva quella e non c’erano problemi o dubbi. Era la voce di un narratore, un cantastorie che, invece di andare di piazza in piazza metteva su carta le parole che avrebbe pronunciato davanti alle folle. Il narratore era sempre presente e sapeva di avere un pubblico: “come vi ho detto poc’anzi”, “vi ricordate”, “prendete esempio da quanto narrato”. Ma ora le cose non sono più così semplici, ora le voci narranti si cambiano da storia a storia e diventano parte integrante della bellezza di un testo.
Come decidere quindi in che modo, con che voce, raccontare la nostra storia?
Molti puntano sulla narrazione in prima persona, proprio come se lo scrittore parlasse al lettore che, in questo modo, si sente parte della storia, coinvolto in essa, disposto a credere quasi ogni cosa lo scrittore gli propini.
Quasi. Perché scrivere in prima persona non è così facile come si crede: si finisce facilmente nella retorica e nelle tinte forti. L’Io Narrante tende a caricare le vicende e anche gli aggettivi e la narrazione può diventare meno ‘vera’ di come si pensava.
Ed è anche vincolante: l’autore non può far sapere i pensieri degli altri personaggi ma solo delle interpretazioni della voce narrante. I fatti vengono raccontati con gli occhi del protagonista e sono quindi viziati dal suo modo di vedere le cose.
La prima persona è una scelta che va ponderata. Dobbiamo pensare a cosa dobbiamo raccontare e decidere se è la voce adatta.

Seguiranno altre voci.

 

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7 pensieri su “La voce narrante – la prima persona

  1. è una scelta da ponderare, come l’uso del tempo. Meglio parlare al passato, e quindi raccontare una successione di episodi o parlare al presente, scoprendo cosa succede insieme al lettore?

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    1. Devo dire che trovo la scelta del tempo verbale ancora più ostica della scelta della voce narrante. A volte mi capita di riscrivere un intero racconto solo per provare come ‘suona’ con un altro tempo verbale.
      E anche quando uso la prima persona mi trovo a non parlare al presente. Sarò grave? 😉

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  2. Di solito inizio, e il tempo verbale, o la voce narrante, sono già fissati. Più che scrivere mi sembra di essere uno sbadato archeologo che gira con pala e piccone, e si imbatte in “qualcosa”. Che gli resta da fare, se non portare alla luce il fossile? 🙂

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    1. Sì, anche per me è tutto deciso. A volte, però, ci sono racconti che non si prendono dal lato giusto: scrivi ma la faccenda non ti convince. Allora prendi il fossile e lo giri ed ecco che tutto scivola via e si illumina.

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  3. io invece distinguo tra scultore e modellatore. Il primo scrive e poi (come suggeriva King) comincia a togliere, scavare, incidere, ridurre. Il secondo invece aggiunge, modella, farcisce. La storia nasce in testa già con il suo tempo e la sua persona, è difficile cambiarla in seguito.

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  4. io faccio proprio come nel mio mestiere di fornaio: impasto sul momento, lascio lievitare, formo, lascio lievitare, imprimo alcune impronte o tagli, altra lievitazione, inforno, controllo la cottura, sforno, lascio raffreddare, perché il pane caldo può essere gustoso ma poi fa male allo stomaco.
    Non si butta niente, anche il pane raffermo a saperlo usare nel modo giusto può diventare una delizia.
    Preferisco in prima persona e al presente ma racconto tutte storie del passato ( forse è proprio questo il mio problema più grosso!).

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