Il pizzo non paga

Xxhissa spinse il tasto ‘Wonderbra’ e attese completamente nuda davanti alla Contorbody4x.
Il Wonderbra non esisteva più da almeno 150 anni e ne restava testimonianza solo nelle foto sui libri di Storia del Costume. Nessuna delle sue amiche lo aveva mai visto, ma la nonna di Shawnna le aveva raccontato dello scalpore che aveva suscitato all’epoca in cui fu lanciato e le aveva mostrato vecchie foto pubblicitarie. Le aveva assicurato anche che certi reggiseni, e slip, antico nome dei coprisesso che si usavano ora, erano fatti di un tessuto morbido e prezioso, molto lavorato chiamato pizzo. Nessuna di loro aveva mai visto un tessuto così. Ma ormai tutto ciò era storia vecchia, pensò Xxhissa mentre aspettava con impazienza.
La macchina ronzò e il braccio sputasprandex si avvicinò al seno di Xxhissa e iniziò a costruire il reggiseno di gel azzurro che seccando diventava un tessuto-nontessuto dal colore indefinibile. Pochi secondi e il seno fu inglobato in un sostegno bianco-grigio, anonimo ma tanto pratico. Ora Xxhissa spinse il tasto ‘coprisesso’, tasto unico perché qui non c’erano altre opzioni, e attese. Di nuovo la macchina ronzò applicandole il gel all’inguine. Pochi secondi e lei si girò per completare la parte dietro.
Alla sera, prima di andare a letto Xxhissa avrebbe tolto quella biancheria e l’avrebbe gettata. Tutto era rigorosamente monouso. D’altronde, chi avrebbe mai pensato a lavare gli abiti?
Le donne ormai erano impegnate nella conduzione del pianeta e a lavare non pensavano più.
E gli uomini, beh quelli, mica ci avevano mai pensato.
Così il Governo provvedeva a tutto e forniva le direttive su cosa indossare e cosa mangiare – anche se i cibi non esistevano più e tutti si nutrivano con bustine monodose da portare in tasca, contenenti un gel misto a granuli dal sapore senza nome certo.
Dopo aver sostato davanti alla Performer7yz per mettersi l’abito, quel giorno aveva cliccato sul tasto ‘Tuta da riunione’, versione molto formale della consueta tuta che si portava in tutte le occasioni, Xxhissa fece la scorta delle bustine per la giornata. Mise tutto nella borsa e uscì per la sua giornata di lavoro che si annunciava molto pesante: una riunione fiume in cui prendere decisioni importanti, e colleghi con cui combattere per la vittoria delle proprie proposte di legge – Xxhissa era a capo del settore “Ambiente, Tasse e Procreazione” e come le tre cose fossero unite era una delle questioni più inquietanti del pianeta.
La riunione fu più combattuta del solito ma alla fine le decisioni furono prese: il Governo aveva deciso di varare nuove norme per regolare le nascite e la pianificazione familiare, e nuove tasse sui progetti di lavoro giovanile. Niente di nuovo, pensò Xxhissa uscendo dal palazzo d’acciaio.
Guardò in su anche se il cielo era ormai irriconoscibile, indistinguibile dal resto, e il sole non si vedeva. Il mondo aveva una cupa luce viola da quando era stato inserito davanti al sole uno schermo pararaggi UVA-Z. I casi di tumore alla pelle erano aumentati enormemente e il provvedimento si era rivelato indispensabile anche se, ovviamente, aveva causato molti problemi.
Nulla cresceva più e la vegetazione di ogni tipo era completamente morta. Niente boschi, prati, parchi e naturalmente niente verdure, e questo aveva favorito la decisione di eliminare il cibo cosiddetto naturale a favore delle bustine, e delle case farmaceutiche che pagavano grandi tangenti per spingere i loro granuli insapori e scavalcare la concorrenza con altri granuli dallo stesso sapore-nonsapore.
Ormai era tutto così. Qualsiasi cosa era anche la negazione di se stessa.
Anche l’amore, pensò Xxhissa. La mente andò alla sera precedente, quando si era avvicinata a Roger per farsi fare un massaggio rilassante sperando che gli venisse voglia di approfondire il discorso, e lui le aveva detto che non potevano farlo. Avevano già depositato all’ufficio preposto il loro PPF, ‘Progetto di Pianificazione Familiare’, e ora dovevano attenersi a ciò che avevano scritto: chiunque dichiarasse di non volere figli non poteva praticare sesso con il proprio compagno di vita, visto che gli anticoncezionali erano stati vietati tanti anni prima. Il Governo interveniva su ogni cosa e il controllo delle nascite era uno dei punti di forza della nuova legislatura. Le sue obiezioni che nessuno l’avrebbe saputo non avevano fatto breccia nella decisione di Roger e lei si era messa a dormire di malumore. Il mal di testa, che l’angosciava anche ora, era dovuto a quello.
Xxhissa pensò che non avrebbe più tollerato una serata come quella e decise che qualcosa doveva cambiare nella loro vita. Si sedette su una panchina e si fermò a riflettere.
Shawnna le aveva confidato di aver comprato da un pusher della zona di Piazza della Quinta Repubblica –gli urbanisti hanno sempre grande ironia, pensò Xxhissa- delle pilloline di colore blu, cloni di un medicinale del secolo scorso, e di averle date al marito a sua insaputa. Il risultato era stato una notte di sesso sfrenato. La cosa più bella era stata che al mattino Ulxner non ricordava nulla e perciò si sentiva la coscienza a posto e non correva il rischio di dirlo a nessuno.
Per un secondo Xxhissa meditò di recarsi nella Piazza e vedere se trovava quel pusher. Poi cambiò idea, le sembrava troppo rischioso. Con quell’abito poi, correva il rischio di essere riconosciuta: i rappresentanti del Governo erano noti a tutti e non passavano inosservati. Rimase indecisa qualche minuto, la mente che valutava i pro e i contro, poi aprì il braccialetto-comunicator9wk e Shawnna comparve nel piccolo schermo rettangolare.
“Buongiorno, Xxhissa. Come mai quel viso buio?”
“… sarà lo schermo pararaggi ecc… lo sai che fa tutto viola. Come va?”
“Lascia stare. Dimmi cosa ti preoccupa. Vedo che hai qualcosa che non va…”
“Ho bisogno d’aiuto. Ma non credo che possiamo parlarne qui…”
“Ok, senti, stavo per uscire. Mi servono due cose all’iperspazio. Ci vediamo lì, fra dieci minuti”
Xxhissa chiuse la comunicazione con l’amica e si alzò di scatto, avviandosi a passo deciso verso l’iperspazio e l’appuntamento con Shawnna .
Pochi minuti e si trovarono davanti all’ingresso. Shawnna la fece entrare e la portò, con aria cospiratrice, direttamente nel fondo del magazzino, lontano da telecamere e microfoni, un angolo morto in cui non c’era campo e che, perciò, permetteva di parlare in tutta tranquillità. Le chiese subito cosa non andava. Erano amiche da tanto tempo e ormai si capivano al volo e Shawnna aveva intuito che Xxhissa doveva parlarle di cose molto intime e riservate.
Le confidenze dell’amica non colsero di sorpresa Shawnna: anche a lei era successo la stessa cosa tante volte e anche lei si sentiva frustrata e aveva sempre mal di testa, disse.
“… se è così, allora… ma come hai risolto?”
“Te lo dissi, no? Con quelle pilloline… ricordi? Quelle azzurre…”
“Sì, ricordo. Ma non ci sono altre cose? Non vorrei usare medicine… metti che Roger sia allergico, o che se ne accorga…”
“Senti, quel pusher” e qui la voce di Shawnna si abbassò ulteriormente, “ha anche altre cosette… mi ha fatto vedere degli articoli nuovi l’ultima volta che sono stata da lui…”
“Che cosette?”
“Ti ricordi quando ti ho parlato di quella biancheria della nonna? Quella che avevo trovato in soffitta…”
“Sì, quella con quel tessuto prezioso… pizzo, no?”
“Esatto. Ma non solo il tessuto è bellissimo. Dovresti vedere i modelli che ci sono!”
“Cioè?… non sono tutti uguali, come quelli che usiamo ora?”
“Ma no! Tanti modelli diversi… reggiseni, slip…”
“E allora? Hai preso qualcosa? Dai… racconta, no?”
“Sì. Ho preso un sacco di cose… vuoi venire a vederle?”
Xxhissa annuì senza fiatare e le due amiche uscirono di corsa per recarsi all’appartamento di Shawnna.
Davanti alla varietà dei modelli e dei colori, e alla preziosità del tessuto, quel famoso pizzo, a Xxhissa si illuminarono gli occhi. Una bambina nel negozio dei gelati, si sarebbe detta, se avesse saputo cos’erano i gelati, ma in quel momento aveva occhi solo per quelle meraviglie e sentiva sotto le dita la raffinatezza degli oggetti che toccava.
“Color champagne!” disse Shawnna mentre prendeva un minuscolo triangolino d’impalpabile bellezza. Poi, prendendo un altro pezzo: “Color glicine… e color borgogna…”
“Che nomi! Mai sentiti… Come li sai, tu? E che meraviglia, questo tessuto! E questo?… Come si indosserà?”
“Perizoma!” disse Shawnna sussurrando con occhi furbi “Si indossa così: questa parte va dietro” e indicò un triangolino in cui si distingueva a malapena la differenza tra i lati…
“… tu l’hai già provato? Posso provarlo anch’io?”
In un secondo Xxhissa scalciò per uscire dalla tuta e si strappò quell’orribile grigiore che la copriva. “Proverò questo color glicine… un bel nome. Strano, ma bello. Vediamo come mi sta..”
Si infilò quello straccetto di un viola tenue che, lei non lo sapeva, ricordava il colore di una pianta dai fiori a grappolo molto delicati e profumati.
“Ti sta benissimo! Una meraviglia. Quando Roger ti vedrà con quello non potrà resisterti, te lo garantisco. Prova anche questo: il color borgogna ti dovrebbe stare benissimo”.
Xxhissa provò tutto e guardandosi allo specchio si sentì un’altra donna, più sicura e sensuale e si vide più bella. Pensò che Roger non le avrebbe più resistito se l’avesse vista con quegli indumenti di pizzo.
“Quanto costa tutta questa roba? La voglio tutta… me la puoi dare o serve a te?…”
“Ok, prendi tutto. Me li comprerò di nuovo… aspetta… quanto ha voluto quel pusher?… ah, sì, 350mila manovar… un po’ caro, vero?… beh, però ti stanno davvero bene”.
“Sì, sì, non m’interessa la cifra. Per un pizzo così sono disposta a non comprarmi più niente per tre mesi. … beh, facciamo per due” e Xxhissa fece uno dei suoi sorrisi, uno di quelli per cui Roger aveva perso la testa anni prima.
Pagò l’amica e raccolse tutti gli indumenti infilandoli nella borsa: “Scappo. Non vedo l’ora di farmi una doccia e indossare il completo color… borgogna, ecco, hai detto così, no?”
“Mi raccomando, fammi sapere com’è andata” e Shawnna strizzò l’occhio mentre salutava con un bacio l’amica.
Poco dopo Xxhissa si infilava sotto la doccia dopo aver scalciato gli stivali e buttato a terra la tuta che indossava. Fece in fretta perché Roger stava per rientrare e voleva farsi trovare già pronta. Uscì dalla doccia e si spalmò sul corpo la crema al profumo di “fiori antichi” che il pusher aveva dato in omaggio a Shawnna; anche se non sapeva bene cosa fossero i fiori antichi, le piaceva l’odore che aveva. Poi si mise davanti allo specchio e indossò quel nulla color borgogna che tanto le piaceva. Si rimirò da tutte le parti, molto soddisfatta del risultato, e poi indossò una tuta da casa color nero e si sedette in una poltrona dopo aver abbassato tutte le luci.
Roger entrò dopo pochi minuti e sembrò sorpreso di trovarla seduta senza far nulla. Fece un sorriso stanco: “Come mai sei al buio? Stai male?”
“No, sto bene. Così mi sembra più intimo. Non trovi?”
“Mah, non so. A me piace vedere bene” rispose Roger accendendo il lampadario centrale.
“Su, tesoro, rilassati un po’” disse Xxhissa alzandosi dalla poltrona e facendolo sedere al suo posto.
“Ti ho preparato un drink. Bevi, è alla “ciliegia”. Mi hanno detto al negozio che era un frutto rosso molto dolce e succoso. Ti farà bene” e Xxhissa gli porse il bicchiere chinandosi su di lui e baciandolo sul collo.
Lui si irrigidì e disse: “Ma che fai? Sai che non sono ammesse certe cose. Controllati, no? Vado a farmi una doccia ora, sono stanchissimo. Ma cos’è questo odore strano?” chiese starnutendo.
“Sarà la crema che ho messo dopo la doccia. Non ti piace?” disse Xxhissa porgendogli il braccio per lasciarsi annusare.
Roger replicò con una fila di tre starnuti secchi e soffiandosi il naso aggiunse: “Crema? E perché l’hai messa? Non serve a niente ed è pure fastidiosa” e si diresse verso il bagno.
Xxhissa finse di non aver sentito e andò in camera da letto dove si tolse la tuta nera con impazienza, poi si guardò di nuovo nello specchio soddisfatta di ciò che vedeva e pregustando il finale che desiderava.
Si sdraiò prendendo un giornale dietro cui fingere indifferenza. Sentiva l’acqua scrosciare nella doccia e pensò che poco dopo Roger sarebbe uscito e avrebbe visto ciò che indossava. Si immaginò la scena e sorrise tra sé.
Quando Roger uscì trattenne il respiro e poi posò il giornale per vedere la sua reazione.
“Ma come sei vestita? Beh, vestita… dove hai preso quella roba?” e accompagnò le parole con una smorfia quasi di disprezzo.
Xxhissa sentì la delusione bruciarle lo stomaco e tentò di parlare ma la voce non le usciva.
Si alzò e fece una specie di passerella a beneficio di Roger, avanzando avanti e indietro lungo la camera e voltandosi per mostrare la bellezza degli slip: “Vedi? Si chiama perizoma questo modello. Non lo trovi carino?”
“Cariiiino? Mi sembra indecente, non carino! Ma che roba è? E il tessuto poi? Ma da dove arriva? Su, copriti, prima che ti vedano dal Centro di Servizio Familiare. Se ti riprendono così, puoi salutare il tuo posto al Governo. Ma cosa t’è venuto in mente oggi?” Roger quasi urlava mentre tentava di coprire l’occhio delle T.I.G. Telecamere Interne Governative di cui ogni appartamento era dotato.
Xxhissa si infilò sotto le coperte. Sentiva l’avanzare del mal di testa e sentiva lo stomaco che si contorceva sotto il pizzo del reggiseno.
Roger si infilò il pigiama d’ordinanza: tessuto che sembrava carta e colore che sembrava grigio, e si sdraiò tirandosi sopra il lenzuolo.
Si girò sul fianco e spense la luce. Forse non disse neanche buonanotte. Almeno Xxhissa non sentì nulla oltre alla delusione e forse un po’ di rabbia, le uniche cose vere che erano rimaste nel mondo supermoderno che avevano costruito.  

giugno 2008

* liberamente suggestionato dalla lettura di un brano – quello del confessionale – di Philip K. Dick

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19 pensieri su “Il pizzo non paga

  1. Premessa. Non amo la fantascienza, sarà un mio limite. Questo per dire che il racconto non mi è piaciuto. Apprezzo la capacità di Morena di provare (io nemmeno ci proverei, però questo mi devo ricordare di cancellarlo perché so che lei mi direbbe: che ne dici di provarci lo stesso? È così che è nato “Più incipit per tutti ;)), ma secondo me è dannatamente brava coi racconti “terrestri”. Dannatamente. E migliora pure racconto dopo racconto…
    Forse il suo difetto è che è tutto troppo compresso. Si potrebbe riprenderlo e svilupparlo meglio, sempre che si voglia mantenerlo in questo ambito. Ecco: se fosse “terrestre” sarebbe un altro di quei gioielli che la terra emiliana-romagnola ci regala con regolarità.

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  2. Bello. Fantascienza ironica: non di facile realizzazione. Sheckley, Douglas Adams, Fredric Brown… giusto per ricordare qualche autore che ha nobilitato questo genere.
    Ben strutturato, con buon ritmo e dialoghi frizzanti e godibili.
    Forse avrei preferito un finale un po’ meno didascalico.

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  3. @Daniela: la visione del futuro è spesso triste. Ma io del racconto vedo solo l’ironia, o meglio ‘sento’ l’ironia.
    @Marco: premetto che di fantascienza non so nulla. All’epoca non avevo letto neanche un rigo e il brano del confessionale di P.K. Dick fu letto da Daniele Barbieri alla presentazione del libro ‘Di futuri ce n’è tanti’ scritto in coppia con Riccardo Mancini (Avverbi, 2006), Rimasi così colpita da quel tizio che entrava in un confessionale e pigiava un bottone per avere un certo tipo di confessione che la mattina seguente scrissi il racconto di questa donna che pigia un bottone per mettersi le mutande 😉
    Di fantascienza continuo a non capire nulla ma ho appena finito ‘1984’ e sono molto colpita da certe intuizioni di Orwell e anche dalla somiglianza del mondo di Xxhissa con quello descritto da lui.

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    1. Lo sapevo che c’era un pizzico dell’ottimo George! Quello è un libro da rendere obbligatorio in tutte le scuole.
      Ribadisco i complimenti: a me non è piaciuto, però hai il coraggio di provarci. Se t’impegni potresti confezionare qualcosa di interessante. Non dico che arriverebbe a piacermi però… 😉

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      1. Sì, anch’io lo renderei obbligatorio nelle scuole. È un libro che può servire per spiegare molte cose. Invece dei soliti testi noiosi, sarebbe un bel cambiamento.
        Se io m’impegnassi, chissà che farei… 😉

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  4. @Carlo: ricordo che ti piacque molto. A volte rileggere dopo tanto tempo non provoca le stesse sensazioni. Sono felice della conferma.
    @Gaetano: il racconto lo scrissi di getto fino a quando Xxhissa, vestita di pizzo, aspetta il marito. Poi è rimasto lì un anno perché non riuscivo a terminarlo. Ricordo che l’ho anche mandato a qualche amico chiedendo di aiutarmi ma nessuno ha voluto farlo. In giugno 2008 mi sono decisa e ho scritto il finale. Forse risente di questo tempo d’attesa?… Però mi piace. È un esperimento, come scrive Marco, ma mi garba.

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  5. Cara Morena, mi piacerebbe condividere con te qualche libro tra i più rappresentativi del genere fantascientifico. Tra i tanti molto belli, me ne sono venuti in mente subito due che ritengo bellissimi, scritti da noti autori dei nostri giorni (il primo è morto pochi anni fa, il secondo è un novantenne che ancora crea pagine incantevoli):
    Kurt Vonnegut, “Mattatoio n. 5 o La Crociata dei bambini”
    Ray Bradbury, “Cronache marziane”.
    Abbracci e buona giornata,
    Gaetano

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    1. Grazie Gaetano. Due autori che avevo già in mente ma che non avevo inserito (materialmente) nella lista. Ormai non posso più fidarmi della sola memoria: devo iniziare ad appuntarmi le cose. Devo preoccuparmi? 😉

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    2. Sia “Mattatoio n. 5” sia “Cronache marziane” sono due capolavori – e non solo per quanto riguarda la “fantascienza” – per cui mi sento di consigliargli vivamente anch’io, entrambi.
      Non penso, invece, che 1984 rientri nel genere “fantascienza”… o almeno, non in senso stretto. La fantascienza, comunque, è un genere che, come il poliziesco, ha prodotto tante buone cose. I libri Urania spesso avevano cose di qualità.
      Personalmente, uno dei racconti di fantascienza che amo di più (e che ricorda, in qualche modo, “La metamorfosi” di Kafka) è “Nato di uomo e di donna” di Richard Matheson. E’ un racconto struggente, straziante, ma rigoroso. Lo si può leggere qui: http://toninopintacuda.splinder.com/post/83223/richard-matheson-nato-duomo-e-di-donna

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  6. Non ho mai letto niente di fantascienza, non è il mio genere, ma questo racconto mi è piaciuto molto, devo dire che non siamo poi troppo lontani da un mondo così.
    Certo che sul primo momento ti vien voglia di dire: speriamo di morire prima!
    Per quel che riguarda la lingerie (regalo ad ogni compleanno di mia moglie qualcosa del genere, perchè so che le fa molto piacere, ma odio la biancheria intima troppo raffinata, a me le donne piacciono in “vedo-non vedo” oppure nude al buio, forse anche se non so scrivere poesie sono poeta lo stesso e vado molto d’immaginazione).
    Per quel che riguarda Roger propongo la sterilizzazione così risolviamo il problema.
    Xxhissa si rivolga direttamente al pusher, sicuramente gli consiglierà un maschio di quelli di una volta.
    Brava Morena !

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    1. Grazie Falconiere. Anch’io ho sempre pensato alla fantascienza come a una cosa distante dal mio sentire. Forse inizio a ricredermi: basta fare le letture ‘giuste’, farsi consigliare da chi la pratica da tempo.
      La biancheria, invece, mi piace. Tempo fa inserivo almeno un paio di mutande in ogni racconto…

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  7. Comunque, visto che sei appena uscita dalla lettura di Orwell, ti propongo di vedere (o rivedere se all’epoca non l’avevi perso) un film che sposa il claustrofobico tema di 1984 con la grottesca e visionaria ironia di un ex-Monty Pyton quale Terry Gilliam: Brazil.
    Un autentico capolavoro, assolutamente superiore al quasi coevo (e mediocre) film che fu tratto dal capolavoro di Orwell, diretto da Michael Radford, con un Richard Burton all’ultima apparizione.

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  8. E siccome qui parte della conversazione si è spostata sulla fantascienza, mi ricollego all’indicazione di Paolo Zardi d’un racconto di Matheson (uno scrittore che amo anch’io, autore, tra gli altri, della vecchia meravigliosa serie tv “Ai confini della realtà”). Segnalo, a proposito di racconti sf, due titoli:
    P.K. Dick, “La formica elettrica”. Uno dei più bei racconti che abbia mai letto (insieme a “Il paese dei ciechi” di H.G. Wells, ma, come si dice, questa è un’altra storia…).
    Valerio Evangelisti, “O’ Gorica tu sei maledetta”. Terribile e commovente. Un apologo antimilitarista d’un autore italiano – la sf di qualità non è dunque esclusivamente angloamericana – di alto livello non solo come narratore, ma anche per quanto riguardo il suo acuto occhio critico.

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