“Orfana di mia figlia” di Morena Fanti – relazione di Floriana Coppola

Una testimonianza cruda violenta, un cammino difficile dal trauma del lutto di un figlio fino alla consapevolezza della volontà di vivere ancora, con straziante dolorosa ma vitale lucidità.
Questo libro è un’immersione profonda nella battaglia quotidiana a cui un dolore così forte ti chiama quando si sopravvive ad un figlio.
La morte di un figlio crea uno spartiacque nella vita di un genitore. Bisogna sopravvivere alla sua morte e convivere con il dolore della perdita, con i sensi di colpa, con la crisi della propria genitorialità e quindi con il ruolo identitario che si frantuma, lasciando un vuoto che bisogna lentamente colmare.
Morena è capace di raccontare come nasce una diversità, una dolorosa diversità tra gli altri, come genitore, come madre , come donna. Si è diversi anche nel non volersi conformare ai vari stereotipi accettati dalla società relativi all’elaborazione del lutto.
Morena racconta la difficoltà di sentirsi guardata mentre soffre, mentre sopravvive, mentre cerca giorno per giorno nuove strategie per non affondare, strategie personali e originali, senza appiattirsi sulle richieste della gente, senza adattarsi a codici, sentimenti e forme che non siano le sue.
La sua testimonianza lucida e spietata racconta il dolore, la percezione dell’ingiustizia vissuta con tremenda coscienza dell’insensatezza logica di un evento che rimane incomprensibile. Registra senza false e comode consolazioni l’assenza di un motivo valido per la morte di un giovane. Racconta il furto alla madre e alla figlia del futuro, di ogni futuro prima concepito.
Morena esplora e traccia sulla pagina tutte le fasi della rabbia: la rabbia di rancore e di risentimento per quello che è successo, la rabbia di frustrazione per ciò che non ha potuto evitare, la rabbia di indignazione per l’assurdità di un evento di tale assoluta portata.
Ma già dalle prime battute, Morena riesce a tracciare una ragnatela, una rete di frasi, di concetti, di espressioni emotive e filosofiche che lasciano intravedere la sua RESILIENZA, la sua voglia di recuperare un senso, di riscoprire la vita con Federica, pur non essendo più presente nella realtà.
Dice: 

credo di intuire il significato di questa eredità: si raccoglie ciò che si semina e l’amore non va mai perso. Noi l’abbiamo dato a nostra figlia, lei l’ha trasmesso ad altre persone, che adesso ce lo rendono, perché l’hanno amata e amano il suo ricordo… capisco che l’amore non è mai sprecato… 

Infatti il potere di autoguarigione fa di Morena una madre e una donna resiliente, che ripartorisce dal dolore più acuto la memoria di Federica e le permette di tornare a vivere attraverso un progetto affettivo di grande potenza educativa ed esistenziale, che parte dall’autobiografia per arrivare alla piena condivisione di una relazione altamente significativa in cui i valori della socialità, dell’appartenenza nell’affinità esistenziale, dell’amore reciproco, della gratuità, del farsi carico degli altri, della cura dei più deboli sono tasselli di un mosaico che Morena e Federica costruiscono ancora insieme, al di là della vita e della morte.
Inoltre la poesia, raccolta, riscritta, ricordata, ricercata, diventa un canale potente di significato, un alleato prezioso per riprendere a percepire la vita che scorre nelle vene, come un dono da accettare e non come un peccato, una colpa da sostenere, malgrado tutto.
Dice Morena: 

Ricami di rami sul bianco silenzio del cielo.
Nidi vuoti su sostegni assopiti,
guardo e sento che ci sarà un nuovo inizio. 

La scrittura autobiografica diventa una corda a cui appendersi per convivere con il dolore, per guardarlo, per assaggiarne lo spessore, il sapore amaro, le tossine con cui ti avvelena, ma contemporaneamente diventa il mezzo per gestirlo, per imparare a vederlo come compagno inevitabile dei propri giorni, per capacitarsi di riuscire incredibilmente a reggere un tale macigno, senza soccombere. La scrittura permette anche di lasciare sulla carta, con una potenza espressiva aperta, drammatica e di una sincerità travolgente tutte le proprie fragilità, tutte le ferite e i tentativi di rimonta.
Morena permette ai lettori di guardare quel ring dove combatte ogni giorno, ogni ora. Permette con profonda lealtà, seguendo una visione perfettamente laica e orizzontale, di filmare tutti i calci, i pugni nello stomaco, i tentennamenti, gli sbandamenti e le cadute a tappeto.
Come un pugile si rialza ogni volta e ogni volta che viene risbattuta a terra, prende il suo corpo e la sua anima, trascinandosi sui gomiti e con i pugni chiusi si rimette in piedi, per ricominciare a camminare.
Ha un debito che diventa una voce che, di impero, la fa ogni volta rialzare dalla depressione, dal lasciarsi andare, dal più feroce abbattimento, un debito con il suo essere madre e con la figlia che è stata Federica: i ricordi del loro amore vissuto, coltivato, prezioso. Un album doloroso di ricordi belli, autenticamente belli che sono davanti ai suoi occhi e che le ricordano una relazione indimenticabile, che la conduce a prendere consapevolezza di una visione etico-sociale del dolore.
Scrivere prima per se stessi, diventa pagina dopo pagina, scrivere per gli altri, per chi può attraversare un evento come il suo, per far riflettere sulla vita e sulla morte, per condividere con gli altri una eredità valoriale intensa e positiva lasciata da Federica.
Dice :

Il rapporto che abbiamo con la morte è molto vago, pieno di un silenzio che incute timore… Rompere questo muro di silenzio potrebbe aiutare a migliorare la nostra comprensione di questi sentimenti e la loro accettazione. Potrebbe anche migliorare il rapporto che abbiamo con la morte e favorire le relazioni con le persone che se la trovano accanto.

Morena è una madre resiliente che accetta con grande lucidità l’eredità del figlio, che diventa a questo punto nella giostra della vita egli stesso genitore, perché insegna a chi rimane vivo e lascia indizi e tracce che Morena con grande pazienza e coraggio riesce piano piano a decifrare, a comporre in un disegno che vuole leggere e far leggere. Riesce a restituire con estrema cura e intelligenza i doni della figlia alla madre. La figlia ha insegnato alla madre la voglia di ridere, di essere libera come solo le anime giovani e bellissime sanno fare, la voglia di dedicarsi agli altri con gioia e entusiasmo.
Dice infine Morena, nelle pagine conclusive di questo diario: 

credo di essere pronta per un rinnovamento

Vuole rinnovarsi, ripartire, attivarsi, reagire e condividere con gli altri la sua storia e il suo dolore, allentare la tensione e passare dalla RABBIA STERILE allo SGUARDO INTERIORE, riuscire a analizzare le emozioni, dividerle in frammenti per poterle contenere, superare il senso di perdità di una identità individuale attraverso il senso di appartenza ad una comunità. Sentire il NOI, come realtà effettiva , magnetica, trascinante. Occuparsi degli altri in una relazione di aiuto che diventa vocazione partecipata, senza falsi eroismi, senza atteggiamenti magistrali ma con estrema autentica umiltà.
Morena ci ricorda in questo bellissimo libro che ognuno dentro di sé ha una naturale forza interiore di autoguarigione, che passa attraverso la consapevolezza dell’amore dato e ricevuto, una forza interiore che non cancella gli sbandamenti ma li accetta.
Parla alla fine della MORBIDEZZA del vivere, del lasciarsi andare alla voglia di imparare dagli altri, di aprirsi al loro calore, alla loro amicizia, alla loro dolcezza e comunicare. Riprendere a comunicare. 

Volo
sto provando a volare
me l’ha insegnato un amico

finalmente mi aggrappo
mi lascio trascinare

Morena ora è tornata e sa tornare nella sua casa-anima, come dice Clarissa Pinkola Estess e ha imparato, ascoltando e leggendo la vita di sua figlia e di tutti quelli che l’amano e l’hanno amata. 

Floriana Coppola

* Questa relazione è stata letta in occasione della presentazione dell’11 maggio 2011 alla libreria San Paolo a Napoli.

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6 pensieri su ““Orfana di mia figlia” di Morena Fanti – relazione di Floriana Coppola

  1. Lo lessi con grande commozione anch’io.
    Una narrazione misurata, mai esternazione fine a se stessa, di un dolore che di più atroci non ce ne sono.
    Da madre e da lettrice, ho abbracciato Morena pagina per pagina, apprezzandola per il grande coraggio messo a disposizione anche di altri che, come lei, hanno subito questa inconsolabile perdita, questo taglio profondo alla propria vita.
    un abbraccio
    cri

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  2. E’ molto difficile parlare di un libro come questo. Figuriamoci scriverlo. Però scriverlo le ha permesso di oltrepassare il muro del dolore sordo e cieco. Creare una piccola breccia in quel muro. Dall’altra parte ci siamo noi tutti. Una breccia faticosamente creata per lei ma anche per noi. Per poterlo leggere e conoscere che magnifica persona è Morena.

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  3. Ancora una volta, ogni volta, la lettura del tuo libro, Morena, costituisce un’esperienza emotiva forte, offre importanti spunti di riflessione, arricchisce e apre.
    E questo perché dietro c’è vita vera e una persona autentica.

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