La solita musica – incipit n.5

“Voglio entrare nella tua anima” disse lui pensando che avrebbe voluto entrare in quell’anima calda e umida che lei aveva in mezzo alle gambe.
Le mise una mano sulla schiena e la fece girare in un ballo languido in mezzo alla sala del circolo. Il paese era tutto lì, la domenica pomeriggio.
Non c’era altro da fare la domenica, in quel buco in mezzo alle montagne, e neanche gli altri giorni.
Lei, ventiseienne giunta dall’Ucraina con il miraggio di un lavoro e annoiata dalla vita di paese, si lasciò stringere e chiuse gli occhi mentre giravano lenti al ritmo di una vecchia musica.
“La mia anima è vuota” rispose con la voce sottile, staccandosi un poco dalle sue braccia per guardarlo negli occhi.
“Balliamo allora” le disse lui, giovane figlio di papà in cerca di qualcosa che l’aiutasse a scacciare la noia, e la strinse di nuovo portandola in cerchio lungo la sala tra gli occhi immobili dei vecchi nel pomeriggio addormentato.
C’erano altre ragazze in sala, tutte bionde e alte, e Giovanni le aveva guardate tutte, prima di invitare Ludmila. Lei era la più bella e lui non aveva atteso che un altro gliela rubasse da sotto il naso.
L’aveva invitata a ballare e ora la stringeva tra le braccia mentre incrociava gli occhi invidiosi degli altri ragazzi che, come lui, erano arrivati dalla vicina città: la provincia è sempre territorio di caccia grossa per questi giovani inconcludenti che non trovano pace e amore.
Il corpo di lui era forte e sodo e lei sentiva le gambe che cercavano le sue e le mani che le percorrevano la schiena.
La musica era la solita di tutte le domeniche ma ora le sembrava diversa mentre girava sul pavimento a mattonelle bianche e nere.
Sollevò il viso a guardare il viso di lui: fronte ampia e occhi scuri dall’espressione vivace e sorridente, così le parve. Era bello, però, e sembrava educato e gentile. Lui le sorrise con aria sicura.
I vecchi seduti in circolo le guardarono le gambe: era l’unico avvenimento che avrebbero ricordato di quella giornata.
Il ragazzo le guardò la scollatura e sorrise di nuovo.
“Ti va di fare due passi? Qui fa caldo”.
“Non posso fare tardi”.
“Solo due passi” e la prese per il braccio spingendola verso la porta e il giardino.
Il giardino sembrava fresco e da dentro arrivava la musica, anche se smorzata. Non c’era nessuno in giro, erano tutti dentro. Lui la spinse dietro un cespuglio e tentò di baciarla mentre entrava sotto la sua gonna.
Lei si divincolò e lui le disse: “Scema! e che ti credevi? che mi piacessero i tuoi occhi?”
Lei rimase muta di fronte alla sua risata, sconvolta e incapace di reagire.
Lui approfittò della sua sorpresa e avanzò dentro le sue mutandine, prima con le mani e poi con il pensiero fisso che aveva in mezzo alle gambe.
Quando i due uomini uscirono da dietro i cespugli la sua voglia stava per concludere l’operazione. Lo presero mentre era contento di sé.

Quando Giovanni si svegliò il dolore alla testa era atroce e faticò a capire dov’era. I pantaloni calati mostravano residui di umanità animale e chiazze che stavano seccando, ma purtroppo mostravano anche la tasca posteriore vuota. Il portafogli era sparito e con lui quasi quattrocento euro del paparino. … ma guarda un po’ quella troia… faccia d’angelo e poi… fanculo a tutte ‘ste stronze straniere…
Giovanni si rialzò e si allacciò i pantaloni mentre cercava di ricordare cosa era accaduto.
Si avviò verso il parcheggio cercando le chiavi dell’auto: almeno quelle le avevano lasciate.
Quando passò davanti alla porta del circolo sentì di nuovo la musica. Si fermò ad ascoltare. Non era neanche bella. Chissà perché c’era venuto, lì in quel paese dimenticato da Dio.

M.F. (giugno 2008)

già pubblicato sul blog di Enrico Gregori

Questo è il racconto da cui è uscito l’incipit n.5 ( o viceversa) e qualcuno l’ha già letto. Il racconto non è perfetto ma la prima parte non è male. Dite pure (con calma eh) 😉

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9 pensieri su “La solita musica – incipit n.5

  1. La mia attenzione si fissa su “per questi giovani inconcludenti”. Trovo che stoni, sia una specie di giudizio dell’autore (autrice in realtà), che secondo me non ci dovrebbe stare. Anche in seguito capita di sentire ancora la voce di chi scrive, che censura certa gioventù d’oggi (ma lo faccio pure io).
    Dal momento che sono un essere malvagio, avrei rubato anche le chiavi dell’auto, e l’auto.

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  2. Questo è quanto avevo scritto allora:
    Confesso: mi era piaciuto di più quello di fantascienza coi pizzi (proprio delizioso). Qui c’è una bella scrittura (sicuramente, che lo dico a fà), due bei personaggini, il delitto e il castigo, ma il finale lascia comunque insoddisfatti (o almeno insoddisfatto me). Mi è parso un pò troncato: sarebbe un bell’incipit di una storia un pò più lunga. Sorry, io lo vedo così. Ma più leggo Morena e più vedo comunque i segni di una scrittrice coi controcazzi.
    Confesso (ora) che lo avevo dimenticato (mentre di quello di “fantascenza coi pizzi” lo ricordo ancora).
    Che faccio? Confermo il giudizio a tre anni di distanza e a una rilettura che segue tante diverse strade prese da quello stesso incipit?
    In parte sì, e in parte no: confermo che il finale mi lascia leggermente insoddisfatto, ma forse ora riesco a leggerlo come una storia chiusa in sè, e non come un tema per un racconto più lungo. E poi ora riesco ad apprezzare maggiormente quell’invenzione dell’ “anima” in mezzo alle gambe. Insomma, mi è piaciuto più ora che allora. Brava Morena.

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  3. M.F. Morena Fanti giusto? ma potrebbe essere anche Marchetti Fausto! Nel 2008 Enrico Gregori non sapevo chi fosse, quindi non l’ho scritto io. :)))
    Mi è piaciuto fino a quel “spingendola verso la porta del giardino” poi sembra proseguire proprio come succedono molte storie con un finale anche peggiore, a volte tragico, M.F. invece ha fatto scattare la trappola e la punizione adatta a persone senza scrupoli come questa che trovano il pane per i loro denti.
    Io sono tipo da storie romantiche, mi sarebbe piaciuto un finale dove la povera ragazza sposa il principe azzurro, ma alla fine devo dire che mi soddisfa la morale : frega chi ti voleva fregare. Complimenti a Morena.

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  4. Ben scritto, concreto, attuale, credibile! Io, che non amo nulla di onirico e/o di politicamente corretto ad ogni costo ( che spesso equivale a qualche bugia che ci si racconta, per convincersi…), sono avvinta dalle storie che abbiano invece un legame stretto e verosimile con la realtà dei fatti.Non ricordavo questo racconto sul blog di Enrico ( più volte ho tentato di convincerlo a…riaprirlo, ma non c’è verso:-)

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  5. Racconto molto bello, allegramente crudele e amaro. Mi ha evocato luminosità di abbagliante e disperante realismo di alcuni brani pasoliniani.
    Complimenti Morena!

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  6. Gentile Morena, io avrei fatto a meno di queste due frasi: “gli altri ragazzi che, come lui, erano arrivati dalla vicina città: la provincia è sempre territorio di caccia grossa per questi giovani inconcludenti che non trovano pace e amore. ” e “I vecchi seduti in circolo le guardarono le gambe: era l’unico avvenimento che avrebbero ricordato di quella giornata.” Secondo me rischiano di spostare l’attenzione del lettore, non avendo un rapporto diretto con ciò che racconti. Non mi prenderei la briga di fartelo notare se non riconoscessi il tuo talento di scrittrice. Ma qualcuno l’ha fatto notare a me; se per esempio leggi attentamente Chechov, il padre del racconto, non lascia nulla al caso, anche una una lacrima illuminata dall’ultimo raggio del tramonto ha un senso e un rapporto con i personaggi.

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