L’inquietudine e l’inchino – incipit n.5

“Voglio entrare nella tua anima” disse lui pensando che avrebbe voluto entrare in quell’anima calda e umida che lei aveva in mezzo alle gambe.
Le mise una mano sulla schiena e la fece girare in un ballo languido in mezzo alla sala del circolo.
Il paese era tutto lì, la domenica pomeriggio.
Ballarono per ore, alternando alcuni brevi intervalli per riprendere fiato, bere qualcosa, fumare una sigaretta. Infine, con i passi indecisi e gli sguardi sfocati dopo la danza, uomini e donne raggiunsero i margini della pista. Un cenno di sorriso, una parola appena bisbigliata, ed erano di nuovo prigionieri, goffi albatri che hanno smarrito le vie del cielo, come nei versi di Baudelaire.
Quei due invece erano ancora lì, a volteggiare con ali esperte, in accordo con le correnti aeree, e la terra appariva in un volto sorprendente, dimenticato.
“Voglio entrare nella tua anima.”
L’uomo ripeté quella frase come un ricordo riapparso all’improvviso ed espresso ad alta voce.
“Sei già nella mia anima,” sussurrò lei reclinando il viso sul collo del suo compagno.
L’uomo sentì il profumo d’ambra dei lunghi capelli che gli sfioravano la guancia. Strinse ancor di più a sé il corpo della donna, avvicinò le labbra al suo orecchio e quasi in un bacio disse:

“Se nel mio passo hai avvertito
un’inquietudine e un grande inchino,
ero vicino a una città lontana
tutta di madreperla, argento,
vento, ferro, fuoco
e non trovavo qui nessuno
per parlarne un poco…” *

Poi accadde quel che succede in un paese dopo la danza, in qualsiasi paese di qualsiasi costellazione. L’universo spossato si addormentò. E portò nel suo sogno i due ballerini. Strade intrecciate, liquide, sentieri di terra e vapori che aleggiano, passi nella campagna, fiamme di stelle, riflessi di pianeti avvampati di luce, alberi e radici, fango e gemme, occhi spalancati e chiusi, serpenti azzurri, foglie luccicanti, la scia d’una cometa, bolle di sapone, la punta aguzza d’una freccia, sapore del sangue in bocca, profumo di mattino sulla spiaggia, una farfalla che tinge i polpastrelli, rumore della penna sulla carta, voce della madre e del padre, voci della nostra esistenza e d’altre vite, il gioco e il sorriso, il respiro, e un suono vastissimo, dovunque, una musica e una parola che il pudore ci impedisce di dire – poiché sappiamo ciò che svanisce se pronunciato.
Squillò un cellulare. Il motivo d’una canzonetta. Un ragazzo al bancone del bar interruppe quelle note stridule e rispose. Disse qualcosa su un appuntamento in un luogo non lontano, mentre la telefonata diveniva un usuale e frammentato monologo pubblico.
Chiarore a oriente. Alba. L’universo fece un gigantesco sbadiglio e si svegliò.
“Ti va una birra?” chiese lui.
“Preferisco del vino. Rosso. Non è l’ora adatta, lo so, ma ho voglia di vino.”
“Va bene. Vino, anch’io,” disse lui. “E cappuccino e brioche, così il barista non ci scambia per alcolizzati.”
Si guardarono in viso facendo mosse buffe, come due bambini. La musica si diffondeva ancora nel locale estivo all’aperto. Una registrazione che aveva ripetuto durante la notte, per molte volte, gli stessi brani.
L’uomo e la donna uscirono dalla pista da ballo. Erano un po’ sudati e avevano addosso il gusto d’una notte insonne.
Lui indicò le luci rosa sui monti. La donna guardò in quella direzione, ma venne attratta da un grande albero che protendeva i rami folti verso il cielo.
“Due calici di vino rosso, per favore,” disse l’uomo.
“Va bene un Cirò?” domandò il barista. “Del 2007.”
“Va bene?” chiese l’uomo, rivolto alla sua compagna d’una notte e un’alba.
“Sì,” rispose, guardando un ciuffo nero di capelli che cadeva sulla fronte dell’uomo. Era chiara e bella la sua fronte, notò la donna, come la prima luce di quel mese di luglio.
“Brindiamo all’estate,” disse lui innalzando il calice. Il vino rosso divenne trasparente, attraversato dai raggi di sole.
Bevvero quel gusto denso, meravigliati, sorpresi dal sapore della notte che si mescolava in bocca col Cirò del 2007. Lava di vulcani calabresi, acini sanguigni, polvere di pietra pomice sulla lingua, piume di ciottoli chiari galleggianti sul mare e portati a riva.
“Voglio entrare nella tua anima,” disse ancora lui.
“Vieni,” rispose la donna prendendolo per mano. “Sarà per sempre la prima volta.”
Luce dovunque e oscurità. Oscurità dovunque e luce.

* “Dancing” di Paolo Conte.

* Questo racconto, il diciassettesimo della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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11 pensieri su “L’inquietudine e l’inchino – incipit n.5

  1. mi piace la descrizione dei sogni del paese dopo la danza come pietruzze multicolori di un caleidoscopio. Aggiungo che secondo me l’autore ha frequentato un corso di degustazione vini ( mio figlio nel precedente lavoro li organizzava nella ditta per la quale lavorava e sentivo spesso queste descrizioni). Anche a me sarebbe piaciuto leggere qualcosa di più in questa bella storia.

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  2. Piuttosto interessante ed efficace. Sono perplesso per l’uso della canzone di Paolo Conte che dovrebbe essere usato come una specie di epigrafe (quindi escluso dal racconto vero e proprio). Per lasciare spazio alla narrazione. Mi pare che non sia nemmeno la prima volta che accade, tra l’altro. 
    Certo, ha ispirato l’autore/autrice, ma questo dovrebbe essere una ragione in più per usare le poche battute a disposizione per narrare, invece che riportarle. Ma forse, sono solo strano io.

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    1. probabilmente nelle intenzioni dell’autore non c’era bisogno, o voglia, di tanta narrazione. forse ha preferito indicare un’idea a cui il lettore può, o meno, aggrapparsi.
      ma naturalmente non lo so. mica sono io l’autrice 😉

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  3. Il racconto non è male. Alcune descrizioni sono sicuramente efficaci. Nella sua “leggerezza” appare forse un pò evanescente nell’insieme, meno “vivo” di altri che mi sono piaciuti di più.

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  4. evanescente, come ha già detto Carlo, ma proprio per questo mi piace.
    e trovo incantevole il contrasto tra le giravolte metafisiche della prima parte con il Cirò d’annata.
    mi ha fatto pensare a un amore ultrafisico ma ancora memore delle delizie terrene, e magico, tanto da poterle “rivivere” a piacimento.

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  5. Sono l’autore del racconto “L’inquietudine e l’inchino”.
    Ho cercato soprattutto la misura, consapevole del paradosso di trattare un argomento smisurato: l’erotismo. In tal senso il verso poetico è forse la misura più adeguata:
    *
    Questa è la mano
    che talvolta toccava
    la tua chioma.
    *
    (J. L. Borges)

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