Le anime – incipit n.5

“Voglio entrare nella tua anima” disse lui pensando che avrebbe voluto entrare in quell’anima calda e umida che lei aveva in mezzo alle gambe.
Le mise una mano sulla schiena e la fece girare in un ballo languido in mezzo alla sala del circolo.
Il paese era tutto lì, la domenica pomeriggio.
A guardare lui che la faceva volteggiare tra le sue braccia, lei così bella e per la prima volta carne sotto le sue dita, odore fra le sue narici, respiro nel suo respiro.
Lui aveva avuto tutte le donne del paese, tutte quelle che aveva voluto, trascinandosi dietro l’odio di fidanzati traditi e di padri che non avevano perdonato né lui per quel furto d’anime, né le loro figlie per essersi difese così malamente da quel ladro di nota fama.
Ma lei no, forse era stata l’unica fino a quel momento ad impedirgli di valicare i complicati sistemi antieffrazione istintivamente impiantati proprio nei suoi confronti. Col risultato di renderla ai suoi occhi ancora più desiderata, in modo sempre più ossessivo dopo ogni vano tentativo di attacco. In quella sala, quella domenica, per la prima volta il suo sistema di allarme, almeno quello più esterno, non aveva suonato e lui si era finalmente introdotto, non si sa attraverso quale breccia, nella prima cerchia di mura e per la prima volta, l’orecchio di lei così a portata di sussurro, le aveva potuto dire quelle parole.
“Voglio entrare nella tua anima”.
Parole mai pronunciate prima a nessun’altra.
Parole speciali per un’impresa speciale.
Parole che dovevano risultare un grimaldello per penetrare oltre, per abbattere le ultime resistenze ed installarsi sul trono. Padrone di anime e corpi. Signore assoluto. Il membro eretto, lo scettro del potere.
Ma nessuna risposta.
Lei continuava a danzare come se lui non avesse detto nulla, in silenzio, lasciando che la mano sulla sua schiena salisse e scendesse, a suo piacere, dalla scapola a quella zona imprecisata di confine con le natiche, oltre la quale tutti i sistemi antifurto degni di questo nome si metterebbero a ululare impazziti per scatenare una reazione. Davanti a tutti.
Finita la musica lei, senza ancora aver detto una parola, si divincolò dalla sua presa e fece per allontanarsi, senza neanche guardarlo in faccia.
Si sentì afferrata per un polso e trascinata fuori, nella notte appena calata e timidamente rischiarata dal lampione della strada e dalla fioca insegna del circolo.
“Voglio entrare nella tua anima” le ripeté una seconda volta.
“Cosa ne sai tu della mia anima” finalmente rispose lei, senza guardarlo.
Lui rimase interdetto e mollò la presa sui polsi.
Non era quella la risposta che si era aspettato. Un sì, un no, oppure ancora un silenzio, che avrebbe potuto voler dire una cosa o l’altra, o forse entrambe allo stesso tempo (e che alla fine sarebbe diventato un sì). Ma non un’altra domanda. Lui aveva tirato in ballo l’anima e di anima (quella vera, casomai esistesse) adesso bisognava parlare. E non se ne sentiva capace. Cos’era l’anima? Non se lo chiedeva più dai tempi di Don Gino, che all’oratorio tanto aveva insistito su quel concetto, su quella separazione tra corpo e spirito, da farglielo dimenticare a tutto vantaggio del primo, il corpo, così facile da riconoscere e da soddisfare nei suoi bisogni elementari, mangiare, bere, scopare.
“Cosa ne so io della sua anima” pensava, e sapeva che se avesse risposto così, di getto, con le prime parole che gli fossero venute in mente, avrebbe sbagliato, avrebbe rimesso in moto il sistema antifurto che almeno in quel momento, pareva disinnescato. Il suo grimaldello era d’un tratto inutile, un’arma spuntata.

“Conosco l’anima delle donne” disse dopo una lunga pausa, sapendo di avere tirato su dal mazzo la carta sbagliata.
“Ma se non conosci nemmeno la tua” infatti rispose lei, questa volta guardandolo freddamente negli occhi, e lasciandolo lì, sotto la flebile luce del lampione, a rimuginare su quale avrebbe dovuto essere la risposta giusta.
“Vuoi scoparmi?” gli chiese inaspettatamente, girandosi indietro, quando già si era allontanata di diversi metri. Di nuovo non sapeva cosa rispondere, d’un tratto la paura di essere preso in giro, di sentirsi ridicolo.
Fu ancora lei a fare la cosa più inaspettata. Si riavvicinò, si strinse a lui e gli mise la sua piccola mano tra le gambe, gli aprì lentamente la cerniera dei pantaloni e ve la infilò dentro, a toccargli il sesso fino a farlo venire duro e pulsante. Poi lo trascinò per quel manico fin dietro il muro della chiesa, si alzò la gonna e si lasciò penetrare da lui, incapace di dire nulla, inebetito da un piacere giunto in modo tanto improvviso, quanto inatteso, sorprendente, totalmente spiazzante.
Lei, dopo averlo trascinato, lo aveva lasciato fare, senza collaborare più di tanto a quella che in genere viene definita una sveltina, ricomponendosi velocemente appena lui ebbe finito, abbandonandolo al buio della notte e al vuoto che si crea in ogni uomo dopo il coito.
Se ne era andata così, senza dire nulla, senza neanche salutarlo.
Lui non la cercò nei giorni seguenti. Venne poi a sapere che aveva lasciato il paese, diretta verso qualche città. E anche, in qualche modo, che la sua partenza era già stata programmata da tempo. Si impose di non pensarci più, di dimenticarla come aveva dimenticato le altre.

Gli capitò di incontrarla anni dopo, molto lontano dal paese che anche lui aveva abbandonato già da parecchio. Era estate, un bar lungo la strada in un luogo di villeggiatura. Lei, ancora bella anche in età matura, gli sorrise ed accettò di farlo sedere al tavolo dove sorseggiava una tazza di tè.
“Avevo ragione io” le disse dopo un po’, “te lo avevo detto che conoscevo l’anima delle donne, e tu me lo hai confermato”.
“Idiota. Non sei mai stato capace di imparare nulla, e me lo dimostri ancora” avrebbe saputo rispondere. Ma non lo fece. Continuando a sorridere si alzò dal tavolo e lo lasciò definitivamente solo.

* Questo racconto, il sedicesimo della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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17 pensieri su “Le anime – incipit n.5

  1. Di nuovo un racconto molto bello. Sapientemente ambiguo e divergente nella prima parte, con successivi dialoghi e alcuni spostamenti temporali e spaziali ben scritti. Inoltre sono molto calibrati opposizioni e contrasti, resi con equilibrio nel loro risultato complementare. Autrice, suppongo.

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  2. spero tanto che sia un autore, così, tanto per pareggiare le cose.
    ma chiunque sia è un racconto che si manda giù tutto d’un fiato, non un momento d’intoppo.
    e sì che l’argomento poteva anche prendere la mano (non penserete mica ad altro eh?…).
    una lode coi fiocchi a chi l’ha scritto.
    cb

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  3. Anche io credo che il finale debba essere riscritto: lei deve parlare. Per il resto riscontro solo un uso un po’ generoso del gerundio, ma è un altro racconto efficace. Complimenti all’autore/autrice.

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    1. Il gerundio è interessante: parliamone.
      Chi volesse scrivere qualche pensiero sull’uso del gerundio nella narrazione può mandarmi un file (il solito .rtf). Se uscirà qualcosa di interessante, ne faremo un post.

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  4. Un ladro di nota fama valica i sistemi antieffrazione, non fa suonare i sistemi d’allarme, non fa ululare i sistemi antifurto nonostante il grimaldello per entrare in un anima, e si fa svaligiare il suo liquido da una piccola mano.
    Illuso e abbandonato non si rende conto di non aver imparato nulla per tanti anni…..
    non ci sono più gli Arsenio Lupin di una volta.
    Bello ! il linguaggio é quello usato dai nostri figli che abbiamo imparato benissimo anche noi per stare al passo dei tempi. Una volta si facevano le stesse cose ma vuoi mettere che romanticismo.
    Mi piace come l’autrice(anch’io sono convinto sia una donna) risponde con la bocca chiusa della sua protagonista. Un silenzio che vale più di un discorso.
    Complimenti! anche questo un bel racconto.

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  5. Piaciuto anche a me. Forse i silenzi (a volte) possono valere più delle parole. E comunque non sarei così sicuro che la mano scrivente sia femminile. Vedremo. Intanto (visto che è una “seconda prova”) mi piacerebbe associarlo a un altro racconto già pubblicato, ma non saprei dire. Provo a rileggere gli altri.

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  6. io preferisco il silenzio, a volte è più incisivo delle parole.
    Rimango del solito parere: quando si parla di sesso è facile cadere nel già visto o nel banale. Quello che non digerisco è questa frase:
    “gli aprì lentamente la cerniera dei pantaloni e ve la infilò dentro, a toccargli il sesso fino a farlo venire duro e pulsante.”
    Mi sembra di averla già letta e riletta mille volte e tutte le mille volte mi sono chiesto: “è mai possibile che non ci siano altri modi?” E poi, questo “duro e pulsante”…come se fosse una presenza aliena.
    Nonostante queste mie paturniose osservazioni, è un bel racconto. Anche questo ci sta tutto perfettamente nello spazio assegnato e pure il finale è equilibrato.

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    1. “Le paturniose osservazioni” è un bel titolo.
      Lo mettiamo da parte per il prossimo gioco.

      Mi piacerebbe (visto che con gli incipit ve la siete cavata molto bene) organizzare il gioco: “La chiusa non è solo sul fiume”, dando dei finali su cui scrivere le storie.

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      1. Se io adesso scrivessi: “Giammai! Non riuscirei per nessuna ragione al mondo a scrivere qualcosa imposto da altri” (come avevo fatto qualche settimana fa, a proposito degli incipit, e di fatto avviando il gioco), cosa accadrà? Mmmmm, credo di saperlo 😉

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    2. concordo, concessione “ruffiana” ad una modalità d’intendere le donne… d’azione, che per fortuna corrisponde raramente alla realtà, ma è frequente in narrativa. Detto questo, sulla fluidità della scrittura, nulla da dire! E’ un’osservazione concettuale e non stilistica.Il racconto è buono.

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  7. La paturniosa osservazione di Pani è molto condivisibile. Se l’autore/autrice fosse d’accordo forse (così come per altri racconti naturalmente) si potrebbe ancora cambiare qualche piccola cosa prima del congelamento dei testi definitivi nella raccolta. Io credo che sulla base delle osservazioni di noi tutti ognuno potrebbe essersi reso conto di qualche “neo” nel proprio lavoro, e forse Morena, che ha già svolto un eccellente lavoro di editing non richiesto, potrebbe accettare ancora qualche limatura.
    E qui apro un discorso che mi pare più appropriato per il nuovo post (e per questo mi trasferisco di là per completarlo)….

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