Il pranzo di Pasqua – incipit n.4

La signora Bastiani sistemò il centrino di pizzo appena stirato sul tavolino del salotto. Ci mise sopra un piattino di cristallo brillante di detersivo e panno morbido, a forma di rosa, e un portafoto d’argento lucido più dello specchio che aveva in anticamera. Ammirò l’angolo di libreria che aveva sistemato poco prima, i libri dal dorso scuro inciso in lettere dorate ai piani importanti, ad altezza degli occhi, e le edizioni meno pregiate in basso. Si allontanò per vedere l’effetto e si inorgoglì: aveva davvero una bella casa. Rimase ferma a guardare fino a quando la sveglia del forno squillò per avvertirla che il pasticcio era pronto. Si spostò in cucina: sul tavolo c’erano i piatti fondi, i bicchieri di cristallo, una bottiglia di vino che aveva trovato nella credenza – un regalo ricevuto in occasione di chissà quale cena. Tutto era pronto per il pranzo di Pasqua.

Aveva iniziato a cucinare il giorno prima, alle tre. Dopo aver tirato fuori la macchina per fare la pasta in casa, aveva pesato gli ingredienti seguendo le proporzioni che sua madre, un’emiliana verace, le aveva raccomandato negli anni cinquanta. Aveva innalzato la fontana di farina sul tavolo della cucina e aveva rotto le uova nel centro. Dopo venti minuti passati a impastare, le braccia erano diventate terribilmente pesanti. Ogni tanto suo marito passava, dava un’occhiata, e sorrideva; ma il sabato, quando non usciva di casa, non portava la dentiera, e il suo sorriso era un buco nero e vuoto. Lasciò riposare l’impasto per mezz’ora, bevendo un caffè davanti alla televisione; quando poi tirò la pasta, c’era sempre qualcosa che non andava: i bordi erano frastagliati, e si formavano buchi. Dopo un’ora di tentativi, si arrese, con la brutta sensazione di aver perso non una battaglia con la pasta, ma la guerra contro la sua vecchiaia. Chiese a suo marito se poteva andare a comprare la sfoglia di Giovanni Rana. Lui borbottò qualcosa, ma si vestì, si infilò la dentiera, si sistemò i pochi capelli che gli erano rimasti, e uscì. Mentre lui scendeva le scale, lei notò che il bordo dei pantaloni che gli aveva cucito il mese scorso era troppo lungo, e ora gli scivolava sotto le scarpe.

Aprì il forno. Il pasticcio era pronto. Proprio in quel momento, il campanello suonò: erano arrivati. Ogni Pasqua invitava a pranzo i suoi due figli con le loro famiglie; il grande aveva due ragazzi gemelli quasi diciottenni, completamente diversi tra loro, e una moglie molto bella; il piccolo due bambine uguali, e una compagna molto giovane. Tutti gli anni, li chiamava con un mese di anticipo, perché temeva che si dimenticassero; ma poiché anche la sua memoria iniziava ad essere meno sicura, quell’anno preferì telefonare alla fine di gennaio. I suoi figli la prendevano un po’ in giro, ma in fondo erano gentili. I gemelli, che lei vedeva solo in occasione di quei pranzi, sembravano ogni volta meno contenti di passare la Pasqua con i nonni. Le bambine, invece, venivano felici: sapevano che avrebbero ricevuto uova con i regali e un coniglietto di cioccolato da dividere in due.

La sera prima, in cucina, preparando il pasticcio con un occhio sulla tv – c’era la semifinale di “Ballando con le stelle” – si era chiesta se avrebbe dovuto confessare che la sfoglia non era sua. Si vergognava ad ammetterlo, ma era anche terrorizzata all’idea che i suoi ospiti potessero dire che il pasticcio non era mai stato così buono. Confusa, non riusciva a decidere. Il pomeriggio, mentre aspettava che suo marito tornasse con la sfoglia, si era seduta nel divano a guardare un documentario sui panda, ma si era addormentata; si era svegliata con un filo di saliva che le scendeva dalle labbra fino alla gonna scura, mentre il sole stava tramontando. Quanto tempo era passato? Suo marito non c’era ancora. Chiamò i suoi figli: il piccolo le disse, un po’ frettolosamente, di non preoccuparsi; il grande fu molto premuroso, e le fece compagnia al telefono fino a quando, mezz’ora dopo, arrivò il signor Bastiani con la sfoglia. Era sudato, e senza fiato. Con un filo di voce disse che fuori l’aria era caldissima. Lei, gli tolse un capello bianco dalla spalla della giacca.

“Il papà dov’è?”, chiese il piccolo, che aveva cinquant’anni.
“E’ uscito a fare la sua passeggiata domenicale”.
“Sa che pranziamo all’una? Michela ha un sacco di compiti da fare”.
“Anche il giorno di Pasqua?”
“Studiano sempre, questi bambini”.
Suo figlio era sempre stato il più brillante dei due, e per questo lei aveva amato di più l’altro, quello più fragile, quello che da ragazzo veniva bocciato a scuola, e che da adulto ogni tanto doveva cambiare lavoro. Sentiva di doverlo proteggere: anche da suo fratello. Al pranzo di Natale le era parso di vedere, sotto il tavolo, il piede del piccolo che toccava quello della moglie del grande. Non lo disse a nessuno; ma ora avrebbe disposto i due cognati agli angoli del tavolo. Sarebbe stato un pranzo perfetto.

All’una, però, suo marito non era ancora rientrato. All’una e mezza, il grande scese in strada a vedere se si fosse perso. Alle due scese anche il piccolo. Intanto, i gemelli trafficavano con i telefonini, le piccole giocavano con i regali trovati nell’uovo e le nuore le facevano coraggio; ogni tanto, però, si distraevano e parlavano di un centro estetico aperto da poco dove, si diceva, dipingevano le unghie da dio. Alle due e venti suonò il telefono. Rispose la nuora più vecchia: un carabiniere chiedeva della signora Bastiani. Lei spalancò la bocca e si lasciò cadere su una sedia. Davanti, c’era ancora la teglia del pasticcio che nessuno aveva toccato. Le bambine, sedute sul tappeto, avevano messo il centrino di pizzo sulle spalle di una Barbie. Dal portafoto d’argento che brillava sopra il tavolino, suo marito le sorrideva, cinquant’anni più giovane. Mentre la nuora teneva la cornetta sollevata, la signora Bastiani si alzò lentamente, andò verso quel viso in bianco e nero, e lo prese tra le mani. Quanto tempo era passato? Quanto ne rimaneva? Quale buio li stava inghiottendo? Poi, prima di trovare il coraggio di prendere il telefono, rivolgendosi ai suoi nipoti, con la voce pronta a scoppiare in pianto, chiese: “Ma avete toccato voi la foto con le dita?”

* Questo racconto, il quindicesimo della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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18 pensieri su “Il pranzo di Pasqua – incipit n.4

  1. Una chiusa superba a mio parere.
    Uno stile riconoscibile (per me che conosco l’autore).
    Un po’ angosciante ma questo significa che la scrittura coinvolge.

    Per fortuna non è l’ultimo racconto (seguiranno i racconti ‘doppi’ con incipit numero cinque)

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  2. Un bellissimo racconto!!! Delicatezza, empatia, misura, eleganza. Sento di potermi sbilanciare con il superlativo e i tre punti esclamativi (questi ultimi, nella mia pedanteria di scrittura, non li uso quasi mai).
    Penso che il titolo richiami deliberatamente (oppure è una mia semplice associazione mentale) un’altra recente creazione artistica bellissima, basata anch’essa sul tema della vecchiaia: il film “Il pranzo di Ferragosto”.
    L’immagine della bocca senza dentiera, davvero efficace (“quando non usciva di casa, non portava la dentiera, e il suo sorriso era un buco nero e vuoto”), non corrisponde alla mia: io vedo rosee gengive e labbra grinzose un po’ ripiegate in dentro…
    Per il “libro” di Morena, che raccoglierà questi racconti:
    quasi a centro pagina: “E’ uscito”: nella E inserire l’accento e non l’apostrofo;
    (basta scrivere, mettendo prima nella correzione automatica la spunta a “inserisci la maiuscola a inizio frase”: é, a inizio di rigo, senza le virgolette, e apparirà, dopo aver digitato lo spazio, È; e poi si inseriscono le virgolette).
    Questo racconto è un vero dulcis in fundo dei quindici nostri racconti – manca solo una appendice di due autori con doppio testo -, racconti tutti belli e buoni…

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    1. mi è pure sfuggito un E’…

      per scrivere È corretto basta cliccare ‘Alt’ e comporre sul tastierino numerico la sequenza 0200 😉
      È molto comodo. io faccio sempre così e funziona anche sul web nei commenti 😉

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  3. Uno dei più belli!!!
    E ce li metto anch’io i tre punti esclamativi.
    Se è chi penso che sia, non si smentisce, la classe non è acqua, vecchio detto ma qui ci sta a pennello.
    Una delle più belle penne del web, peccato solo che scriva poco.
    Ma c’è tempo per rifarsi, vero?…

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  4. Concordo con il parere di tutti, molto bello!
    Un piccola nota se l’autore me lo concede: forse per la quantità di pasta per coprire un pasticcio 20 minuti di impasto sono tanti, consiglierei ai figli di comperarle un robot da cucina che impasta e sfoglia.

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    1. Stefano, tu non hai idea della soddisfazione che provo: raccogliere un così bel numero di racconti buoni non era pensabile.
      Lo dico anche da giurata di concorsi, come a volte mi è capitato di dover fare: spesso mi veniva da piangere e non era commozione procurata dal testo…

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  5. io ho fatto un po’ di confusione con i diversi “piccoli”. Il piccolo di cinquant’anni fa un po’ sorridere. Ma può essere che è questo che vede l’anziana signora. Come il gioco di piedi sotto il tavolo 🙂
    Bello e tenero.

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