Diseredati – incipit n.1

Manuel schivò il barbone all’angolo di via Marconi e svoltò per via Indipendenza. Non guardò i fighetti davanti al bar e le ragazze in minigonna con gli stivali a mezzacoscia, non guardò nulla e s’infilò nel portone del numero tre. Quell’idiota di Francesco lasciava sempre aperto, doveva dirglielo di usare più cautela.
Sebbene nella sua mente volteggiassero ben altri pensieri, pignolo com’era, questa tipica disattenzione di Francesco gli procurò un lieve fastidio. “Eppure dovrebbe aver capito come si chiude questo cazzo di porta”. Se non la si accompagnava e non si faceva una lieve pressione, quella rimbalzava e si riapriva. Ma Francesco era così, a certe cose proprio non faceva caso. La sua mente era in continuo movimento ed elaborava progetti con una facilità sorprendente; non poteva certo sprecare il suo prezioso tempo preoccupandosi di vecchi e difettosi portoni. Manuel liberò un sorriso. Lo immaginò mentre sbatteva dietro di se il vecchio portale e con grandi falcate si divorava la rampa di scala prima che questi sbattesse contro lo stipite, oramai aureolato da innumerevoli piccole crepe impresse nel muro.
Giunse davanti all’ingresso del loro bilocale e dopo aver raddrizzato con un piede lo zerbino entrò. Gettò rumorosamente le chiavi nel cestello per attirare l’attenzione di Francesco ma lui non sentì. Era in piedi davanti ai fornelli, con le cuffie alle orecchie, intento a preparare uno dei suoi soliti piatti esotici. Manuel non poté fare a meno di notare la sua invidiabile prestanza fisica dato che in casa se ne stava sempre a torso nudo. “Altro che regia, l’attore dovresti fare, con quel fisico” lo sfotteva sapendo di farlo irritare. Francesco detestava persino farsi fotografare.
Gli si avvicinò e con aria di finta riprovazione alzò la voce: “Allora idiota, l’hai lasciata aperta anche stavolta”. Francesco, nonostante il volume della musica, non poté non sentire; fece scivolare con la mano libera la cuffia che continuò a gracidare all’altezza del collo e girando la testa rispose sorridendo “Ah, sei tu pendejo, cos’hai da sbraitare come un cervo in amore?” Insultarsi amorevolmente era per loro un vero divertimento.
“Se ci fregano un’altra bici poi come ci muoviamo in questa cavolo di città?” rispose Manuel. Queste parole lo riportarono bruscamente alla realtà e l’accenno di sorriso che aveva fino ad un istante prima scomparve del tutto. Francesco intuendo il motivo di quel cambiamento domandò a sua volta: “Allora, com’è andato l’incontro?”
Manuel si limitò a scrollare le spalle e si girò verso la finestra.
“Ma cosa ti aspettavi” continuò Francesco “pensavi davvero che le cose potessero andare diversamente? Non credo, visto che hai accettato quel lavoro nella scuola a Istanbul.”
“Hai ragione, ma è che questa volta avevo sperato in qualcosa di più delle solite parole di circostanza”. Con voce nasale, imitando la pronuncia del responsabile delle attività culturali: “… lei è un bravissimo musicista, la teniamo d’occhio, è il primo della lista, abbiamo per lei dei progetti ma deve avere pazienza, sa i tagli alla cultura, la crisi…” “ma vaffan…”
Sul fuoco intanto il sugo sfrigolava. Francesco si girò e aggiunse un goccio d’acqua tiepida all’intingolo.
“Pazienza…” riprese Manuel “ma se è un anno che ci siamo trasferiti nella capitale dietro le lusinghe e i consigli di quella specie di agente che finge di darsi da fare… se cercate delle opportunità dovete venire a Roma, è qua che si muove e nasce tutto… ma vaffanculo anche all’agente”.
Francesco mise un panno sopra la pentola del riso.
“Ma sì, meglio così, siamo giovani, ne abbiamo di tempo” continuò Manuel “avrei dovuto darti retta e prenotare quei voli un mese fa quando il prezzo era conveniente, acc…”
“Vieni qua un attimo” lo interruppe Francesco porgendogli il cucchiaio di legno “attento che non si attacchi” e sparì in camera.
Ritornò un istante dopo con il computer “Guarda, coglione”.
Sul portatile erano visibili due prenotazioni aeree per la città sul Bosforo, sola andata, partenza dopo due giorni. Francesco come al solito aveva giocato d’anticipo.
Manuel spalancò la bocca ma non ne uscì alcun suono. Cosa avrebbe potuto dire? Ci avevano provato. Erano arrivati dalla provincia con qualche aspettativa ma illusioni no, quelle no.
Da tempo avevano capito che il loro paese li aveva abbandonati come cani in autostrada, così come avevano capito che non rientravano nei progetti di una classe dirigente gretta, ignorante e violenta che faceva finta che loro non esistessero, derubandoli del futuro. E già! la madre patria si era rivelata una genitrice alquanto snaturata. Certo il tempo giocava a loro favore ma fino a quando? Intanto la vita scorreva via veloce, troppo veloce per rischiare di sprecarne anche una sola goccia, amara o dolce che fosse.
Da tempo avevano rimosso gli steccati mentali che portano gli uomini a circoscrivere un luogo rispetto ad un altro; ora si trattava solo di mettere in pratica quello che avevano sempre desiderato: muoversi nel mondo
Qualcuno sicuramente avrebbe definito la loro semplicemente una fuga ma forse quel qualcuno non sapeva quanto coraggio serva per fuggire.
“Tutto bene Manuel?” chiese improvvisamente Francesco. “In fondo era quello che volevi, no?” continuò appoggiando il computer sul tavolo “Essere utile a qualcuno. A Istanbul ci sono decine di giovani studenti che ti aspettano e io mi arrangerò, il materiale da filmare non credo mancherà”.
I due ora si trovavano uno di fronte all’altro. Si guardavano in silenzio e sorridevano. Una strana euforia li stava pervadendo.
Manuel guardava negli occhi del suo giovane fratello e ne condivideva la lucentezza. Vi si rispecchiava. Erano occhi grandi, profondi, belli come lo sono gli occhi di chi ancora sa sognare, di chi ancora non ha smesso di farlo.

“E spegni quel fornello cabròn, non vedi che è pronto?!”

* Questo racconto, il quattordicesimo della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

12 pensieri su “Diseredati – incipit n.1

  1. Realistico, colorato, nonostante il tema. Attuale, se non fosse che la capitale ha sempre un po’ illuso chi volesse entrare nel mondo dello spettacolo. Troppi i desiderosi di sfondare grazie a un talento non sempre particolare. Scritto bene, si legge d’un fiato.

  2. due fratelli, due caratteri diversi ma un affetto che li porterà lontano, almeno fino a Istanbul 😉

    un racconto che non tralascia il sociale: anche qui mi verrebbe da dire che conosco l’autore

  3. BELLO
    BELLO BELLO BELLO
    davvero.
    bello.
    credo che sia quello che mi è piaciuto di più in assoluto di quelli che ho letto.
    complimentoni.
    me gusta mucho!

  4. Veramente bello, l’avevo intuito ed ho gioito quando ho letto che Manuel e Francesco sono due fratelli con gli stessi problemi di molti nostri figli. Anche io ne ho due così, solo che nella frase finale Alessandro avrebbe detto a Matteo :” Spegni quel fornello ganassa”.
    Complimenti!

  5. Molto bello. Personaggi vivi, colti perfettamente, attraverso il loro dialogo, nelle loro aspirazioni, nei loro sogni e prospettive reali. Un perfetto esempio di come si possa dire molto, e raccontare una storia pur negli stretti limiti di battuta imposti dal gioco. Con la piena (e necessaria) consapevolezza che un racconto non è il riassunto di un romanzo.

  6. Interessante. A parte un po’ di retorica (il Paese che li ha abbandonati come cani in autostrada), che denota come l’autore (o l’autrice?) tenda a far prevalere la propria voce, invece di fare un passo indietro per lasciare che la storia si racconti da sé.
    Ho trovato la scrittura “ingessata”, come se chi scrive non avesse ancora il coraggio di lasciarla andare. Sorvegliare la scrittura sì, tenerla al guinzaglio no.

  7. Racconto interessante, con una efficace chiusura. Forse avrebbe bisogno di rifiniture sia nella scansione dei capoversi sia, più in generale, nella composizione grafica del testo (soprattutto nella punteggiatura del discorso diretto).
    Un refuso, qui:
    – nell’undicesimo rigo: dietro di se = dietro di sè

  8. io ho trovato questo all’inizio:
    “Manuel liberò un sorriso. Lo immaginò mentre sbatteva dietro di se il vecchio portale e con grandi falcate si divorava la rampa…”
    Non si capisce se è il fratello o il sorriso che va a sbattere dietro il vecchio portale.
    Mi è piaciuto il dilungarsi sulla porta e speravo che il racconto continuasse così, su un dettaglio minimo, sull’importanza o meno di una chiusura perfetta, cardini e pomelli. Condivido in parte quello che dice Marco: un po’ meno retorica e un pizzico di libertà in più ed è perfetto.
    Nonostante le osservazioni, mi è piaciuto e pure questo me lo sono proiettato in testa, questa volta come un fumetto.

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