Alain – incipit n.2

L’8 gennaio 2011 l’ascensore mi sputò all’ultimo piano del grattacielo Pirelli. La finestra in fondo all’atrio mi risucchiò come fosse l’oblò di un aereo. Lontano, molto lontano, c’era la città.
Non pensai neanche che avrei dovuto presentarmi in segreteria. A dire la verità, per la testa non mi passava nessun pensiero, nient’altro che l’attrazione per il vuoto, per quella vetrata.
Lei c’è mai stato? Voglio dire… è mai salito fin lassù per il puro piacere di osservare?
Peccato.
Mi ricordo che fu l’8, perché erano sette mesi dal mio, come lo vogliamo chiamare? Incidente?
Ne hanno parlato pure i giornali fino alla nausea. Due mesi di ospedale, m’è costato quello scherzo. Ma, in fondo me l’ero cercata, hanno scritto.
Che ne sanno di me quei quattro giornalisti capaci solo di alzare il culo dalla sedia per andare alla macchinetta del caffè.
Mi guarda come si guardano i pazzi, lo sa, Commissario?
Lei non ha idea di cosa significhi restare per giorni e giorni bloccato su un letto.
Ogni ora, ogni singolo minuto di ogni singolo giorno, esiliato sul quel metro quadrato statico che è un letto. Il carcere è una vacanza a confronto.
Ho impiegato mesi a rimettermi in piedi, riprendere il controllo dei miei gesti, tornare quello che ero. Mesi, in cui non c’è stato un solo giorno in cui io non abbia sputato lacrime e sangue, bestemmiato per il dolore e la rabbia.
Ad ogni modo, il primo sopralluogo l’8 gennaio, glielo confermo. Tarda mattina.
Un gran caos di gente che andava e veniva, chiudeva e apriva porte. Sembrava gente alle prese con la sicurezza nazionale, più che impiegati.
Non mi notò nessuno, fui un’ombra.
Invisibile com’ero andai alla vetrata. Giornata serena nonostante il freddo, si vedeva pure un accenno di cielo azzurro. Strano per Milano.
L’anca faceva un male assassino, ma non c’era tempo di badarle, troppe cose da registrare: la struttura del grattacielo, l’esposizione, avrei voluto aprire la finestra per sentire la forza del vento ma non fu possibile. Poco male, tanto non lo è mai; diciamo che il Vento per me è una sorpresa ogni volta e non mi spiace nemmeno troppo.
Trovai una porta aperta, al lato un manifesto, una mostra di non so quale artista contemporaneo. Le scale salivano. Incuriosito pagai il biglietto e salii.
Beh Commissario, si lasci dire che quella mostra era il vero reato. 25 euro per trovare nel belvedere sculture improponibili, dovrei io denunciare quel presunto artista e il suo agente per vilipendio al buon gusto.
Ma la vista da lì è spettacolare.
Se lei elimina tutto il superfluo e resta in silenzio a osservare fuori, la città così, dall’alto con i suoi colori, le ombre.
C’è molto da ascoltare, osservando.
Ebbi la percezione fisica di essere nel posto giusto. Le dita fremevano dalla voglia di tornare in azione e persino il dolore all’anca era meno intenso. Osservai il sole, poi le sporgenze della struttura metallica, per quanto fosse possibile vederla dall’interno.
Chiusi gli occhi e riuscii a rivedermi, a sentire sulla pelle quelli che sarebbero stati i miei gesti, i movimenti, uno alla volta. Si scioglievano non solo i pensieri, ma anche la paura.
Ce l’avrei fatta. Ne ero certo. Questa volta niente mi avrebbe fermato. Avevo la sensazione del vento sulla pelle. È l’unica cosa che, quando sono lì fuori, attaccato alla parete come un ragno, mi permetto di ascoltare. Per il resto non c’è spazio. Non c’è spazio per l’incertezza, non c’è spazio per i pensieri, la paura.
Lì fuori non si pensa a niente.
Non mi crede, vero? Ci provi, se non sei allenato non puoi “non” pensare. Basta un battito di ciglio per distrarsi.
Invece lì fuori è il tuo corpo che agisce e reagisce.
Diventi un tutt’uno con la parete. Che sia rocciosa, un grattacielo, come questo o tutti gli altri che ho scalato, non ha importanza. La mente lascia il posto alla concentrazione assoluta, fa il vuoto dentro di sé, non c’è spazio per nient’altro che la parete.
È complicato persino da spiegare. Il free climbing, come lo yoga, è una disciplina, una delle poche, che ti fa vivere il “qui, adesso”. Ti fa percepire l’esatto secondo in cui si muove il tuo respiro.
Ci pensi un attimo: lei, come tutti, non vive quasi mai il suo presente, non ne ha una vera percezione. Il mondo si muove normalmente sospeso tra la nostalgia del passato e la propensione al futuro.

Quel giorno, la prima ricognizione, fu la parte più semplice del lavoro.
Poi otto ore al giorno di allenamento, tutti i giorni. Il dolore all’anca a tratti era così atroce da farmi bestemmiare.
Ero incazzato, certo che lo ero. Con la vita, con quel pezzo di lamiera che aveva ceduto facendomi cadere.
Quando cadi ti incazzi con il mondo. Ma è energia sprecata. Devi solo rialzarti. E ricominciare ad allenarti.
Fisioterapia, palestra.
Ore a sentire mia moglie che mi diceva che no, che era troppo presto.
Lei è sposato? Bravo, ecco si goda ancora questa libertà di poter fare quello che vuole senza troppe ciance intorno.
E così, siamo arrivati ad oggi. Alle sei ero già qui fuori, ho iniziato la mia impresa e ho vinto! Ho vinto la mia sfida con me stesso. Sono di nuovo Io.
Il resto lei lo sa, era sul tetto ad aspettarmi per portarmi qui, no?
Perché lo faccio?
Lei perché si alza ogni giorno e si mette quel distintivo in tasca? Non certo per quello stipendio da fame che danno a voi poliziotti.
Sarebbe triste non trova? Io spero, lo spero soprattutto per lei, che lo faccia perché il suo lavoro rispecchia i valori in cui lei crede e che lei difende ogni giorno. Giusto?
Io ho un dono, eccentrico se vogliamo, e lo sfrutto per attirare l’attenzione sulle battaglie ecologiste. La gente sta tutta lì rincoglionita davanti alla tv, invece va smossa. La gente deve ricominciare a pensare, agire con la propria testa.
E poi sì, lo ammetto.
Lo faccio perché quando sono lì fuori e vedo la cima che si avvicina, mentre la conquisto un gesto alla volta, un centimetro alla volta, solo io con la mia forza e la mia determinazione, mi sento spudoratamente Vivo.

*liberamente ispirato alla vita di Alain Robert.

 

* Questo racconto, il decimo della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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18 pensieri su “Alain – incipit n.2

  1. Piacerebbe a mio cognato questo racconto, appassionato com’è da un po’ di tempo di arrampicate. Bello, scorrevole, piuttosto originale. Manca l’apostrofo in “un’ombra” (Non mi notò nessuno, fui un ombra.).

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  2. figura originale questo Alain Robert.
    Il racconto fila, scorre liscio senza intoppi. Ci si aspetta la confessione di un criminale invece ci si trova davanti ad uno scavezzacollo che più volte ha rischiato la vita.
    E’ ben equilibrato, c’è una storia, un episodio che sta alla perfezione in questo poco spazio. Mancano i dialoghi eppure non ne avverto la mancanza.
    Quello che mi piace un po’ meno è l’uso della maiuscola: Vento, Io, Vita, ma è una mia fobia. E poi alcune frasi retoriche, il distintivo in tasca, il rincoglionimento davanti alla tv…
    Ecco, con un po’ di magnesite in più sarebbe una scalata perfetta.

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    1. Condivido sia gli apprezzamenti, sia i piccoli dubbi: le maiuscole, in particolare, mi suonano sempre un po’ stonate. Ma forse ci sta che uno come Alain Robin cerchi qualcosa di trascendente, in quello che fa – e che il vento si sublimi fino a diventare Vento.
      Concordo su alcune frasi retoriche; i Commissari, poi, sono figure un po’ troppo sfruttate. Ma nel complesso, il racconto mi è piaciuto molto – è scritto bene, e l’attesa per il finale si mantiene bene fino in fondo, senza forzature. Mi pare che sotto ci sia una mano sicura.

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  3. Beh, i dialoghi mancano perchè è un monologo. Quanto a quell’uso della maiuscola sta un po’ antipatico pure a me. Però è un bel racconto, efficace, con una storia che svela la sua trama a poco a poco, e ben scritto. L’unica cosa che non capisco (ma questo va al di là del racconto) è perchè certa gente si ostina a scalare palazzi e grattacieli quando ci sono tante e così belle montagne. Vuoi mettere le Torri del Vajolet con il pirellone? E la vista che si vede da lì?

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  4. Il racconto è di facile lettura, alla portata di tutte le menti (dalle più spente alle più vive);
    il messaggio arriva forte e chiaro “Per il resto non c’è spazio. Non c’è spazio per l’incertezza, non c’è spazio per i pensieri, la paura.”
    Se devo dare un voto da 1 a 10, per me è 10!

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  5. Ogni volta che leggo un racconto dell’incipit 2 mi aspetto che il protagonista si tuffi dal grattacielo con il desiderio di volare (sono falconiere proprio perchè non posso essere falco) invece è uno scalatore e come Carlo afferma ripeto, non aveva niente altro di meglio da scalare? ma si sa, chi tenta determinate imprese è sempre un po’ fuori di testa .

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  6. Bel racconto, con un soggetto interessante, una trama compatta e un “parlato” ben scritto.
    Forse il passaggio filosofico (il “qui e adesso”, ecc.) sarebbe stato più efficace in chiave allusiva e la parola finale (Vivo) forse risulterebbe più asciutta con la minuscola (a differenza di Vento che mi sembra valida con la maiuscola: come una divinità). Segnalo infine un refuso (il secondo “di” va eliminato) verso il centro del racconto: una mostra di non so di quale artista

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  7. il racconto scorre piacevolmente, è bello il passaggio tra l’aspettativa di veder arrestato un criminale e il trovarsi davanti un superatleta mitico.
    certo che questa scalata del pirellone gli deve essere sembrata poco più di una collina rispetto agli 88 piani dell’edificio più alto di Shanghai: il Jin Mao Building.
    faccio i miei complimenti a che lo ha scritto, anche per l’efficacia dell’aspetto psicologico.
    complimenti!
    cb

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  8. Mi scuso per i refusi. Sono già rincoglionita pure io, come la gente davanti alla tv 😉
    È che con tanti racconti da leggere mi perdo qualche lettera qua e là.
    Sistemo anche questo di.
    continuate a segnalare: serve anche a correggere il file completo.

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  9. Mi è piaciuto, anche se trapela la retorica tra il protagonista, e il resto della gente che vive un’esistenza ordinata e ordinaria. La scrittura potrebbe essere più efficace e robusta, mi sembra che lo scrittore/scrittrice sia troppo diligente. Proprio perché si tratta di un monologo, mi sarei aspettato qualcosa di più scoppiettante.

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  10. Inaspettato.
    Avendo la passione dell’arrampicata, conosco molto bene le salite pazzesche di Alain Robert. Ed altrettanto bene le conosce chi l’ha scritto, che ha messo giù un racconto molto interessante. E un monologo, una sorta di confessione che ripercorre l’impresa, seduto di fronte al commissario che non parla mai ma che mi immagino comunque, in penombra, forse con un mozzicone di sigaretta intento ad ascoltare. Ritengo che chi ha scritto abbia inserito anche un pò di sè stesso, in maniera molto intelligente, ma questo lo deduco conoscendo molto bene le imprese (e le traversie) del climber d’oltralpe.
    Le ultime righe sono le righe degne di un climber.
    Il racconto, ovviamente mi è piaciuto tantissimo.

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  11. forse sì, le maiuscole potevano essere risparmiate, e c è da rivedere qualche virgola o apostrofo qui e lì, ma se posso spezzare una lancia a favore di Morena che si è improvvisata editing (pur sapendo che gli autori sono brutte bestie quando gli si tocca il loro bimbo) ho trovato un refuso pure su un libro di camilleri l’altro giorno. però mi pare che il racconto scivoli via ed esca un po’ dall’immaginario comune.
    sul perché certa gente faccia decida di scalare grattacieli piuttosto che montagne, o scende negli abissi in apnea, non saprei rispondere… del resto c’è tanta gente che si impunta a voler scrivere e magari potrebbe impegnare quel tempo a far volontariato…

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  12. a proposito di retorica… io personalmente preferisco i piccoli gesti quotidiani, le piccole rivoluzioni che ognuno di noi può ancora fare. Nonostante l’ ammirazione per chi compie certe azioni penso che la spinta arrivi più dalla voglia di conoscere i propri limiti che da motivazioni sociali.
    A parte questo il racconto mi pare ben scritto questo credo non sia cosa da poco e sono molto contento che nessuno si sia ancora buttato giù dal pirellone ( così come per la salita anche per la discesa credo si possa scegliere di meglio)
    buon primo maggio

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  13. Mi piace che in questo racconto all’ultimo piano ci si sia arrivati dall’esterno anziché con le più consuete modalità.
    L’autore ha ben saputo immedesimarsi nel protagonista, in particolare nel racconto del recupero dopo la caduta, quasi appartenesse alla sua reale esperienza.
    Per il resto io ho una fobia per il vuoto e le altezze elevate, al punto da non riuscire a tollerarne neppure il racconto.

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