L’emotività dell’imperfezione – incipit n.4

La signora Bastiani sistemò il centrino di pizzo appena stirato sul tavolino del salotto. Ci mise sopra un piattino di cristallo brillante di detersivo e panno morbido, a forma di rosa, e un portafoto d’argento lucido più dello specchio che aveva in anticamera. Ammirò l’angolo di libreria che aveva sistemato poco prima, i libri dal dorso scuro inciso in lettere dorate ai piani importanti, ad altezza degli occhi, e le edizioni meno pregiate in basso. Si allontanò per vedere l’effetto e si inorgoglì: aveva davvero una bella casa.

“Stop!” gridò il regista. “Stop, stooop!”
Gloria, che interpretava la signora Elvira Bastiani, ebbe un gesto di stizza, prese il portafoto e lo scagliò contro la libreria.
“E adesso cosa c’è che non va? Ero perfetta: ho piazzato il centrino come volevi tu, ci ho messo quello stupido piattino di cristallo… mi sono voltata, ho guardato l’angolo della libreria… tutto come volevi! Cosa c’è che non va?”
Pierre, seduto a rovescio su una sedia, non aveva affatto l’aria del regista. A un primo sguardo sembrava un insegnante. Se lo fissavi con attenzione potevi anche formulare pensieri strani e provare dell’odio. Nella realtà era un regista di successo e il suo nome faceva strabuzzare gli occhi, a uomini e donne.
“Cosa c’è che non va? Mia cara, è tutto troppo perfetto! Mi manca l’emotività dell’imperfezione” disse pattinando sull’erre moscia. “Qui non siamo a teatro, non devi allungare i movimenti, tutto è più veloce. Devi dimenticare il copione. Su, svelta, stringi i tempi!”
Gloria invece, strinse i pugni. Non ne poteva più di quel regista ma se superava il provino la parte sarebbe stata sua.
“Questa è l’ultima volta” disse stendendo un velo di cipria dove poco prima era slittata una lacrima.
“Pronti? Motore… uno, due, tre, si gira!”

Gloria sistemò il centrino di pizzo sul tavolino del salotto. Ci mise sopra un piattino di cristallo a forma di rosa e un portafoto d’argento. Ammirò l’angolo di libreria che aveva sistemato poco prima, i libri dal dorso scuro ad altezza degli occhi, e le edizioni meno pregiate in basso. Si allontanò per vedere l’effetto: aveva davvero una bella casa.

Si sedette sulla poltrona e mentre pensava a quale altra miglioria apportare – i festoni? Il lampadario? Un nuovo tappeto? – suonò il campanello.
Si alzò con calma, avendo premura di stirarsi la gonna e sistemare il décolleté perché si sa, è lì che cade lo sguardo dell’uomo e se questi è impegnato a valutare le rotondità, a origliare tra le asole della camicia o ammirare la v che disegnano i seni, bene, non avrebbe avuto tempo per guardarla negli occhi.
Prima di aprire la porta si voltò per vedere se era tutto in ordine e con il palmo della mano accarezzò l’onda di capelli sulla nuca.
“Stop!” gridò il regista. “Stoop! STOP!”
Non era più seduto a rovescio sulla sedia ma stava ritto in piedi.
“Gloria, stammi a sentire. È vero, in fase di montaggio si può tagliare, imbastire, cucire ma io non lavoro così!”
Prese a girare intorno alla stanza mentre Gloria si mordeva le unghie e pensava a quanto fosse dura la strada che portava all’Oscar.
“Gloria, ci vuole più… dinamismo, più azione, più… come lo chiamate voi? Ardimento, sì, mi capisci? Riproviamo”.
Gloria tornò davanti al tavolino.
“Pronti? Motore… uno, due, tre, si gira!”

Gloria sistemò il centrino di pizzo. Ci mise sopra un piattino di cristallo e un portafoto d’argento. Ammirò l’angolo di libreria che aveva sistemato poco prima e si allontanò per vedere l’effetto: aveva davvero una bella casa.

“Bene, molto bene” disse Pierre sottovoce.
Gloria stava per sedersi quando suonò il campanello. Prima di aprire la porta si voltò per vedere se tutto era in ordine…
“Stop… stop…” disse il regista. “Non ci siamo, ancora non mi piace”.
Gloria si sedette sul pavimento, con le gambe incrociate. Pierre, con l’indice e il pollice a puntellare il mento, andò a sedersi vicino a lei, nella medesima posizione, con le gambe incrociate e la testa infilata in mezzo.
“Gloria?”
“Sì?”
“Tu sei un’attrice, un’attrice vera. Questo mestiere non fa per te”.
“Hai ragione, non fa per me. Me ne vado, grazie per l’opportunità” disse con le lacrime agli occhi.
Pierre scosse la testa, si rialzò e disse all’assistente di far entrare Debora.
“Hai imparato la parte?” chiese alla nuova ragazza, molto simile a Gloria, di un biondo sfacciato ma con le labbra più voluminose. “Alla perfezione” rispose.
“Ecco, questo mi fa paura” mormorò. “Su, proviamo: uno, due tre… motore!”
La nuova signora Bastiani sistemò il centrino di pizzo sul tavolino del salotto e così, senza alcun motivo si tolse il vestito, restando solamente con le calze. In quel momento suonò il campanello e lei andò ad aprire. Era l’amministratore del palazzo, un giovane ragioniere tutto azzimato.
“Voglio entrare nella tua anima” disse lui pensando che avrebbe voluto entrare in quell’anima calda e umida che lei aveva in mezzo alle gambe.
Le mise una mano sulla schiena e la fece girare in un ballo languido in mezzo alla sala.
Pierre non fece alcuna interruzione e registrò quaranta minuti di acrobazie, schermaglie ginniche su quel tavolino che divenne il campo di battaglia.
Gloria, uscita dal camerino ripulita e cambiata, si fermò ad osservare, giusto per capire dove aveva sbagliato.
Pierre la notò e sorrise.
“Vedi?” le disse con noncuranza, “è facile, forse troppo per te”.
“L’emotività dell’imperfezione, avevi detto?”
“Sì, proprio quella” rispose Pierre, quasi sorpreso.
“Ti sbagli. Nei tuoi film c’è il nulla. Capisci? Il nulla, e questo non ha alcun pregio, nemmeno quello dell’imperfezione”.
Prima di andarsene ammirò l’angolo di libreria che aveva sistemato poco prima, i libri dal dorso scuro inciso in lettere dorate ai piani importanti e le edizioni meno pregiate in basso. Si allontanò per vedere l’effetto: sì, sarebbe stata davvero una bella casa ma qualcosa non andava.
“L’emotività dell’imperfezione? Eccola qui” disse. Prese un volume dalla libreria, lo mise di sbieco e poi uscì.

* Questo racconto, il nono della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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14 pensieri su “L’emotività dell’imperfezione – incipit n.4

  1. Come salvare capra e cavoli! Morena chiedeva una storia per l’incipit n. 5 e l’autore ha pensato bene di usarlo per “condire” la storia da lui scelta. Geniale.
    Un racconto che diverte, sorprende, fa riflettere.
    Però proprio non mi riesce di immaginare come può essere questa posizione:

    “Pierre, con l’indice e il pollice a puntellare il mento, andò a sedersi vicino a lei, nella medesima posizione, con le gambe incrociate e la testa infilata in mezzo.”

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    1. Credo che Pierre, seduto a terra con le gambe incrociate, chini la testa in una posa concentrata e la testa vada a finie in mezzo alle gambe, quasi all’incrocio delle medesime.
      Una cosa che al corso di yoga si fa con la stessa disinvoltura con cui si pettinano le bambole.

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  2. Un racconto decisamente bello con un sapiente uso dei dialoghi. I ritmi e i passaggi da una scena all’altra sono calibratissimi, con una scrittura elaborata e molto duttile. Il titolo e la conclusione (entrambi di notevole efficacia) si uniscono in un disegno circolare davvero ben tracciato.

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  3. L’ho letto più di una volta, e ho pensato che forse era meglio non commentare. È scritto bene, ma a parte questo non saprei cosa aggiungere, mi spiace. Non mi lascia niente, ma forse sono strano io.

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  4. Pollice in alto, molto in alto, complimenti!
    A me è piaciuto leggere come scalando verso il basso l’incipit si riduca sempre più , pensavo di trovare una frase finale del tipo :
    “Una Signora aveva una bella casa e qualcuno avrebbe voluto entrare in mezzo alle sue gambe.”
    Gloria ha fatto la scelta migliore: se n’è andata lasciando con un gesto di classe la sua firma sulla libreria.

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  5. Ottimo! c’è tutto: la storia, l’ambientazione, i personaggi, l’ironia, la sorpresa, una scrittura fluente e leggibilissima, buona alternanza di dialoghi e narrazione, un bel finale molto efficace. E poi l’invenzione dell’utilizzo di due incipit.
    Chapeau.

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  6. Questo metaracconto, che parla sostanzialmente di incipit, è scritto sicuramente bene, e con grande sicurezza; ci sono però alcune cose che non mi convincono fino in fondo – forse proprio l’ambientazione e i personaggi, posizionati così lontani dal quotidiano da farli sembrare un pochino stereotipati.

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