Una vita felice – incipit n.4

La signora Bastiani sistemò il centrino di pizzo appena stirato sul tavolino del salotto. Ci mise sopra un piattino di cristallo brillante di detersivo e panno morbido, a forma di rosa, e un portafoto d’argento lucido più dello specchio che aveva in anticamera. Ammirò l’angolo di libreria che aveva sistemato poco prima, i libri dal dorso scuro inciso in lettere dorate ai piani importanti, ad altezza degli occhi, e le edizioni meno pregiate in basso. Si allontanò per vedere l’effetto e si inorgoglì: aveva davvero una bella casa.

“Per oggi può bastare” gridò a voce alta come se qualcuno la stesse ascoltando.

Viveva sola da dieci anni ormai. Al mattino usciva presto, andava in paese, faceva colazione e rientrava per preparare il pranzo. Si sedeva al tavolo e chiamava “Ehi, puoi venire a mangiare, è pronto! Guarda cosa ti ho preparato, lo stufato di verdure che ti piace tanto.” Mai nessuno rispondeva ai suoi richiami. Le scale che portavano al piano di sopra erano sempre lucide, non vi saliva mai e mai nessuno vi scendeva.

La sera, stessa storia: si affacciava alle scale per avvisare che la cena era pronta, aspettava cinque minuti e cominciava a mangiare.

I suoi giorni passavano pigri, tra un salto in paese e le lunghe chiamate su per le scale, fino alla domenica.

“No! La domenica no!” detestava la domenica. Il calendario che teneva in cucina accanto al frigo, era pieno zeppo di crocette, escluse le domeniche.

Le giornate domenicali le passava in giardino, a contemplare un vecchio albero abbandonato che poggiava i suoi rami sulla casa della vecchia sarta, una signora di 98 anni, arzilla da far invidia ai morti. La signora Bastiani la conosceva molto bene perché i loro genitori erano stati grandi amici.

Lo ripeteva ogni domenica a voce alta, come se qualcuno la potesse sentire: “La vedi quella casa laggiù? Lì vi abitavo da piccola. Poi i miei genitori sono morti e mi hanno lasciato in affido alla vecchia sarta”.

Guardava ancora una volta verso il vecchio albero e dopo un profondo respiro continuava il suo “racconto della domenica”, sempre uguale e sempre a gran voce: “Non la sopportavo. La vecchia sarta era una signora inaffidabile, irrispettosa ed egoista. Devo ringraziare quell’albero per avermi aiutata a fuggire. Mi sono appesa a quei rami e me ne sono andata. Ho corso tanto, e questa è una di quelle cose che non sai.”

Bloccava il suo racconto ancora una volta, cambiava lo sguardo, questa volta verso casa sua, e con rabbia diceva: “Perché non mi hai ascoltata? Potevamo stare ancora insieme e costruirci una famiglia.” La sua rabbia si alimentava gradualmente, fino a farla strillare.

“Ernesto” gridava.

“Ernesto” e piangeva.

“Ernesto” e singhiozzava.

“Ernesto” al culmine dell’esasperazione.

Si buttava a terra e lì vi restava fino al lunedì.

La signora Bastiani era sempre stata una donna forte fin da ragazza, per via dell’educazione impartita dalla famiglia. Una donna dal carattere risoluto che la faceva sembrare indisponente e testarda. Ma proprio questa sua tenacia le aveva regalato la storia più importante della sua vita. Nessun matrimonio, nessun figlio, nessun rimpianto, solo una grossa palla nel cuore che l’avrebbe resa meno forte, debole come non mai.

Terminate le scuole dell’obbligo, si iscrive a medicina, per sostenere in maniera diretta i meno fortunati.

Il primo anno di università correva lungo e intenso. L’anno dopo era già cambiato tutto: la sua vita cominciava a stravolgersi senza neanche averla vissuta a pieno. Prima la morte del padre e poi la malattia di una compagna di università, le avevano procurato un netto rifiuto per la vita. In quell’anno conobbe Ernesto, il professore dell’università con cui diede l’ultimo esame del primo anno. Ernesto l’aiutò a superare il blocco che in realtà non riuscì mai a superare.

Aurora, questo è il suo nome di nascita, riesce a laurearsi e si specializza nello studio dei tumori.

Li scopre, li smista, li esamina, li analizza e li combatte.

Riceve un premio nazionale e si trasferisce in Africa con Ernesto al suo fianco: l’ennesima rinascita che le segnerà la vita per sempre.

Ernesto riceve la cattedra all’American Universities, l’occasione della sua vita.

Ma Aurora, presa dal rimorso per aver lasciato la madre da sola, vuole fare ritorno a casa.

Destinati a vivere due vite separate, diverse e contrapposte dai loro obiettivi raggiunti, si salutano per l’ultima volta, coscienti che non si sarebbero mai più rivisti.

Come ha continuato la sua vita Aurora, ormai conosciuta come la Dottoressa Bastiani?

Cosa si sarebbe inventata dopo una logorante vita di sofferenze e soddisfazioni?

Ecco cosa avrebbe fatto: per prima cosa si sarebbe liberata del titolo di Dottoressa; alla morte della madre avrebbe condiviso la casa con la vecchia sarta, tra litigi e incomprensioni; infine sarebbe fuggita desiderosa di una nuova famiglia. Quella famiglia che aveva immaginato con Ernesto e che quindi non avrebbe mai realmente avuto.

Non le restava che continuare a sognare.

Aveva ricevuto tutto dalla vita, dal dolore più grande alla soddisfazione più bella. Ma la vita le aveva offerto un dono ancora più grande: la fantasia.

Immaginare di vivere la vita che aveva sempre sognato, senza prezzo e soprattutto senza tempo, era diventato il suo unico senso di vita.

* Questo racconto, l’ottavo della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.

Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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28 pensieri su “Una vita felice – incipit n.4

  1. “Ernesto l’aiutò a superare il blocco che in realtà non riuscì mai a superare.” ma allora l ha superato o no…
    non so… i tempi verbali dal remoto al presente e il fatto che sia scritto come un riassunto di una puntata precedente… non lo so.. mi ha lasciato un po’ così…

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      1. Ciao Flavia,
        grazie per la pazienza che, ho visto, hai messo a rispondere a ognuno dei commenti.
        non credo sia stato facile per te ed è apprezzabile. mi permetto solo di aggiungere una cosa: se tu scrittore, devi spiegare a me lettore, cosa intendevi dire, vuol dire che qualcosa nel testo non funziona. se funzionasse, non avresti avuto bisogno di spiegare passo per passo perché hai scritto quella cosa in quel modo. chi ti legge l avrebbe compreso d istinto, autonomamente.
        ti prego di non leggere cattiveria o sacenteria in questo mio scriverti, vorrei solo condividere con te un insegnamento che mi è stato dato da un’Amica che scrive già da un po’ (e ci ospita in questo splendido blog).
        un saluto sincero.

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  2. Racconto d’una vita virtuale, malinconico e con efficaci squarci visivi. Avrebbe forse bisogno d’un lavoro di limatura per eliminare piccole ridondanze e inconcruenze, rendendo in tal modo il tessuto della narrazione più compatto.

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  3. Una bella storia, anche se i tempi dei verbi nel raccontarla sono un po’ scombinati, a mio parere. Da “debole come non mai.”, avrei inserito in corsivo la parte relativa al suo passato, anche usando il tempo presente.

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    1. Grazie Daniela, in realtà il presente non l’avrei usato per via della tristezza della storia. Un presente è un tempo molto vivo e presente (appunto). L’effetto è proprio un alternarsi di tempi che cambiano e corrono, verso una qualche direzione, che alla fine non è altro che quella iniziale, di partenza: una nuova casa in cui continuare a soffrire. L’ho visto così il mio personaggio che può risultare poco definito.

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  4. Gli eventi e le frasi quasi si accavallano, a mio parere. C’è troppa roba: l’Africa, la morte dell’amica, il rifiuto della vita, eccetera. Sulla breve distanza come in questo caso, si dovrebbe cercare di colpire il lettore con la forza della parola, non con un eccesso di situazioni che per forza di cose, non saranno sviluppate.

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    1. Io credo che le parole hanno già abbastanza forza di per se. Una sola parola di più può risultare pesante, indisponente, fastidiosa. C’è già tanto nella storia: il dolore. Ho preferito descrivere lo scorrere del tempo da riprodurre: “come dentro una pellicola. Hai presente quando gira rapida? Ecco, quelli sono i tempi del racconto.”

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  5. Sì, forse si racconta troppo, ma io provo a pensare alla storia raccontata dalla stessa vecchia signora che la domenica in giardino contempla il vecchio albero e si lascia andare ai ricordi, spesso in pochi minuti le immagini scorrono alla velocità degli anni.
    Non sono d’accordo sul fatto che sulla breve distanza si dovrebbe colpire il lettore con la forza della parola e la precisione assoluta nei tempi verbali e in tutto quello che concerne lo scrivere perfettamente. Molto spesso incontriamo racconti “perfetti” ma con una trama che non dice proprio niente e dopo 5 minuti dalla lettura non si ricorda quello che si è letto. In questo racconto una bella storia c’è, purtroppo anche qui come in altri, il limite delle battute ha giocato un ruolo importante, è vero lo sapevamo fin dall’inizio ma quando si comincia a scrivere spesso ci si lascia trasportare dalla storia e non ci si preoccupa di aver scritto i Promessi Sposi.
    Vorrei sottolineare che la mia non è una polemica con nessun commento, ho letto con piacere questo racconto come tutti gli altri e anche qui mi complimento con l’autore – autrice che ha condiviso una sua storia.

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    1. L’autrice sono io, e non so se me ne devo vergognare 😛
      Sicuramente ho scritto questo racconto in maniera rapida, e per i caratteri sia io che Morena abbiamo dovuto tagliare qualcosa.
      Ma ringrazio tutti per il giudizio, perché mi aiuta ha capire dove il lettore può inciampare e mi invoglia a fare sempre meglio!
      Ma un grazie particolare a te, falconier, che la pensi come me. Certo, un lettore pretende entrambe le cose: una perfetta scrittura e una perfetta storia intensa. E c’ha ragione!

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  6. Non capisco. La prima metà è molto bella, curata anche nella scrittura, si entra in un clima che promette molto. Da un certo punto in poi cade improvvisamente. Frasi che si fanno un po’ sciatte, verbi che non seguono la logica dei tempi (già segnalato), tutto sembra buttato là in fretta e furia, o il residuo di tagli indiscriminati.
    Mi spiace, ma non sono d’accordo con Falconier: contenere in un certo numero di battute un racconto concerne anche lo scegliere cosa dire e cosa scartare in termini di temi, non tagliare a scapito dello stile quello che non c’entra fisicamente. Se un grassone non entra da una porta non gli si taglia un braccio o una gamba; si farà entrare al suo posto uno più magro.
    Peccato: la storia prometteva di più.

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    1. La storia cade insieme alla protagonista. Le parole inseguono la vita di Aurora. Per la fretta ti do ragione, è stato scritto veramente con fretta, ma proprio perché ho immaginato il tutto dentro una pellicola, che corre rapida, e proietta.
      Il mio obiettivo era quello di proiettare la storia nella mente del lettore, e lasciarla lì impressa, come un ricordo. Chissà se questo è successo.

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      1. Mi dispiace, ma per conto mio non è successo. Se proiezione vuole essere è troppo rapida, immagini che non fanno in tempo a distinguersi per potersi imprimere in chi legge. O, se proiezione rapida deve essere, deve risultare anche brevissima per imprimersi: due o tre flash al massimo, accuratamente scelti perchè essenziali, per poi riprendere una narrazione più pensata.
        In fondo, se di linguaggio cinematografico stiamo parlando, non si è neanche mai visto un film in cui questi rapidi flash occupano tutto il secondo tempo, finale compreso.
        Da quel “Terminata la scuola dell’obbligo si iscrive…” (che è una frase assolutamente inutile nello svolgimento del racconto, da tagliare con un machete per quanto è brutta e stonata, utilizzabile solo in un curriculum vitae) il tutto sembra scritto da un’altra mano rispetto a quella che ha scritto fin lì. Ed è qui il vero peccato, perchè la prima mano sa scrivere e raccontare, e anche bene, ma la seconda (mi spiace) proprio no.
        Scusa la tiritera, e ti prego di non volermene (nulla di personale, in fondo neanche ti conosco), ma se mi sono accalorato è proprio perchè la prima metà è veramente bella (e infatti mi sembra sia stata apprezzata un po’ da tutti, con particolare riguardo a quel “quadruplice Ernesto”. Ma direi non solo quello).

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  7. Il limite delle battute può essere molto utile per imparare a ‘contenere’ le storie. Si capisce cosa è importante e cosa non lo è. Non è detto che un racconto di diecimila battute sia più bello di uno di cinquemila. Se per una storia sono sufficienti cinquemila battute, perché allungare il brodo?
    In questi casi (dove c’è un limite di battute) si cerca prima di scrivere la storia come va scritta poi si verificano le battute e nella riscrittura si taglia. E si scopre che le parole tagliate non servivano a nulla.
    Comunque, se si arriva con un racconto che ha delle pecche, non si può mai prendere a scusante il limite delle battute. Non esplorerai la psiche dei personaggi, ma la storia deve funzionare lo stesso.

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  8. con Morena per quanto riguarda il limite delle battute, che non può essere scusante in quanto se ne conosce già la ragione.
    anche io ho imparato che scrivere racconti brevi è difficile.
    la storia è ben scritta, comunque.

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  9. quello che più mi è piaciuto, o meglio, che fin da subito mi ha colpito favorevolmente (anche ad una seconda lettura), sono state queste quattro righe:

    “Ernesto” gridava.
    “Ernesto” e piangeva.
    “Ernesto” e singhiozzava.
    “Ernesto” al culmine dell’esasperazione.

    Come quattro fermi immagine.

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  10. Morena è giusto quello che dici, il mio commento si riferiva soprattutto agli incidenti di percorso che possono capitare a chi scrive come me, senza un grande bagaglio d’esperienza e questi giochi o concorsi servono soprattutto per imparare e ricevere consigli con tanta umiltà nel rispetto delle regole.
    La mia battuta sul grassone non si riferiva al commento che avevo fatto sopra ma era una risposta allegra alla replica di Carloesse che credo abbia capito postando una faccina sorridente.

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  11. Ho letto tutti i commenti, e mi pare si sia detto quasi tutto:
    – il problema dei tempi, che non sempre sono precisi (un esempio per tutti: “Terminate le scuole dell’obbligo, si iscrive [presente] a medicina, per sostenere in maniera diretta i meno fortunati. Il primo anno di università correva [imperfetto: perché?] lungo e intenso. L’anno dopo era già cambiato [trapassato prossimo] tutto”): l’impressione è che non ci sia un punto temporale preciso dal quale si sta guardando alla storia raccontata;
    – un affollamento di fatti che potrebbero riempire un romanzo, e che comunque sono quasi sempre raccontati in modo esplicito: in un racconto di 6000 battute è importante riuscire rendere dieci anni di vita con una parola; e se non ci si riesce, lasciarli fuori. In certi punti, il racconto sembra una biografia.
    Aggiungerei che forse manca un elemento fondamentale di un racconto, che è l’evento drammatico. Il racconto inizia e finisce senza che di fatto accada nulla capace di giustificare questa particolare storia.
    Ci sono, però, diversi spunti interessati – ad esempio la sequenza che ha già evidenziato Pani:
    “Ernesto” gridava.
    “Ernesto” e piangeva.
    “Ernesto” e singhiozzava.
    “Ernesto” al culmine dell’esasperazione.

    e oltre a questa, tutta la prima parte (diciamo fino a “Si buttava a terra e lì vi restava fino al lunedì”) è bella.

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  12. Grazie delle indicazioni Paolo,
    oltre a quello che ho già scritto, guardandomi da fuori posso dire di aver scritto il racconto immaginando che lo stessi interpretando a voce, forse per questo è uscito fuori un bio-racconto confuso e felice.
    Dai, mi rifarò in qualche altra prossima volta!

    Buona serata,
    Flavia

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