La bocca e il tempo – incipit n.4

La signora Bastiani sistemò il centrino di pizzo appena stirato sul tavolino del salotto. Ci mise sopra un piattino di cristallo brillante di detersivo e panno morbido, a forma di rosa, e un portafoto d’argento lucido più dello specchio che aveva in anticamera. Ammirò l’angolo di libreria che aveva sistemato poco prima, i libri dal dorso scuro inciso in lettere dorate ai piani importanti, ad altezza degli occhi, e le edizioni meno pregiate in basso. Si allontanò per vedere l’effetto e si inorgoglì: aveva davvero una bella casa.
Aprì il balcone. Entrò il cielo luminoso del mattino e il riflesso verde della valle. Nel vasto prato al limitare del bosco si ripeteva ancora la stessa scena. Cinque donne dalle vesti nere e tre vecchi camminavano in gruppo, lentamente. Una processione silenziosa. Un giovane uomo li precedeva di pochi passi. Aveva il volto pallidissimo. Si fermò e attese, simile a un fantasma smarrito. Il gruppo alle sue spalle divenne pietra che si sgretola in sussulti.
La signora Bastiani spostò lo sguardo più in là, prevedendo gli eventi successivi. L’enorme macchia scura pelosa apparve dal buio del bosco. La testa del lupo. La bocca rossa spalancata. Bava che scola dai denti luccicanti. L’intero corpo in un balzo nel sole adesso è lì, orrido d’avida fame, pronto a ghermire la preda.
La pietra di donne e vecchi ulula come bestia agonizzante, come lupo straziato da una luna di sangue.
Il corpo del giovane trema. La vita si rinnova nella morte. Filosofia concessa alla farfalla, raramente al bruco. Il lupo in un balzo impossibile è sul giovane. Lo divora in un sol boccone: così dice il narratore di favole. Si spargevano da una bocca a un orecchio, da bisbigli ed esclamazioni, storie di sopravvissuti, rigettati dal lupo in conati di vomito, lontano, oltre il bosco e la montagna.
La pietra di donne e vecchi si trasforma in fango. Il rivolo marrone macchia il prato verde e ripercorre i passi lenti della processione. Verso casa.
La signora Bastiani guardò il cielo.
L’azzurro luminoso divenne d’improvviso bianco. Globuli fosforescenti palpitavano in quell’immenso occhio cieco, si ingrandivano, si rattrappivano, ad ogni affanno, ad ogni loro espirazione – rotondeggianti creature celesti d’altri mondi, che avevano perso la rotta.
In basso, dove prima c’era la valle e il bosco, vibrava adesso un mare scarlatto, increspato, striato da linee viola.
Poi vennero gli uccelli, grandi, neri. Volavano ad ali spiegate sfiorando la superficie dell’acqua. Talvolta si immergevano rapidi, e riapparivano con un braccio che si dimenava nei becchi, o una gamba.
Un profumo che stordiva scaturì a fiotti da un mutevole squarcio liquido – alito d’alghe disfatte, petali degli abissi, labbra ferite.
La signora Bastiani chinò lo sguardo sul balcone. Staccò un bocciolo di rosa dalla pianta. Rientrò in casa e depose il fiore in un bicchiere, sul tavolino del salotto.
Il verde lievissimo dei muri della stanza si tingeva di lumi scarlatti, ondeggianti, portati per irradiazione dall’amnio di magma, guizzi di lingua e spruzzi, chiazze che sporcano.
E un varco sembrò aprirsi nella parete di sinistra – certo, un’illusione delle luci serpeggianti – al di sopra d’un’altra foto, un ritratto appeso, racchiuso in sottili cornici metalliche, un volto per sempre immobile. Ma anche questo è un inganno: l’immutabilità di carta e inchiostro fotografico. Il tempo divora tutto. Sapiente digestione.
La signora Bastiani toccò il vetro che ricopriva la foto, poi si ritrasse da quel gelo, portò la mano sulla guancia e la bocca si dischiuse appena.
In quel momento bussarono alla porta. La donna aprì senza dare nemmeno un’occhiata dallo spioncino.
“Buongiorno. Lei è la moglie del signor Bastiani?”
Sulla soglia c’erano alcune persone. Guerrieri spossati, a giudicare dai visi smunti e dalle divise logore e impolverate, color della sabbia.
“Sì, sono io. Ma mio marito è morto da molti anni. E voi chi siete? Cosa desiderate?”
“Guerrieri tartari. Siamo infine giunti, gli unici rimasti d’un glorioso esercito. Abbiamo trovato la fortezza Bastiani, ai confini del deserto, abbandonata e vuota. Nessuno pronto a ucciderci, a combattere.”
“Entrate. E tu,” disse all’uomo che aveva parlato, “avrai ancora un po’ di forza per volgere in altro segno l’antica guerra.”
Si distesero entrambi a terra, sul tappeto che aveva disegni di donne che giocano. Si congiunsero in cerca d’un nuovo germoglio.
Era già accaduto molte volte. Il passato ritorna e non lo riconosciamo.
La signora Bastiani chiuse gli occhi negli ultimi gemiti, poi li riaprì. Vide la rosa sul tavolino, per la prima volta.

* Questo racconto, il settimo della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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13 pensieri su “La bocca e il tempo – incipit n.4

  1. Una scrittura molto accurata che sa accompagnare la signora Bastiani (ancora lei!) in un viaggio tra sogno e realtà. Molto bello, per me, il riferimento alla fortezza Bastiani di buzzatiana memoria.
    Questa signora Bastiani mi dà grandi soddisfazioni e sorprese.

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  2. Questo racconto mi da molte informazioni per dipingere un quadro surrealista e mi piacerebbe tanto farlo con colori forti e una grande tela, la storia narrata mi lascia a bocca aperta, una bocca da lupo! Conosco pochissimi partecipanti a questo gioco ma un’ idea me la sono fatta di chi potrebbe essere l’autore di questo post, ho voglia di arrivare alla fine per scoprire se la mia intuizione è quella giusta. Complimenti!

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  3. Anche per me il nome Bastiani si accompagna immediatamente alla mitica fortezza, già questo fa entrare il racconto nelle mie corde. Poi la visionarietà che accompagna ogni posarsi di sguardo della protagonista è sorprendente e permea di surreale ogni movimento o angolo della scena. Una narrazione conturbante, abile soprattutto nel rendere il distacco algido della protagonista rispetto alle sue stesse fantasie.
    Due soli appunti:
    1- avverto uno scarto troppo netto tra l’incipit e il resto, come se non parlassero della stessa persona;
    2- ho anch’io un tappeto simile in casa, dovrò cominciare a preoccuparmi? 🙂

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  4. Non saprei. Si termina la lettura e si ha l’impressione che in questo caso la fretta abbia combinato un guaio. È come se si fosse cercato di metter dentro troppa roba, e non si riesce a capire se è sogno, allegoria, o altro ancora. Sono davvero perplesso.

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  5. Visionario. Uno squarcio onirico e una favola (crudele a tratti, come qualsiasi favola). Sono rimasto felicemente impigliato nella sua trama sensoriale. Mi piacerebbe chiacchierare con l’autore/autrice per rintracciare qualche significato simbolico del racconto.

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  6. Francamente sono rimasto perplesso. Confesso che alla prima lettura ho capito ben poco. Poi mi sono lasciato attrarre passivamente dalle immagini suggestive e dal bel contrasto tra la quiete ordinata della casa e i tumulti visionari del sogno. E questo contrasto è il grande pregio che trovo nel racconto (forse per questo io vi avrei insistito ancora di più: qualche “visione” in meno e qualche indugiare sull’impassibilità degli oggetti in più). Che alla fine mi rimane un po’ troppo caotico per riuscire ad apprezzarlo in pieno. Il mio giudizio rimane in sospeso. Proverò a rileggerlo ancora.

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  7. Sulla fortezza Bastiani ci avevo fatto un pensiero pure io. Poi ho lasciato perdere, convinto che qualsiasi donna ha la propria fortezza e le proprie attese.

    Direi che questo racconto più che da leggere sarebbe da vedere. Non è di facile e immediata lettura, direi anche che come immagini (soprattutto l’inizio) non è nelle mie corde però è riuscito a farmi vedere, a proiettarmi in testa la scena. Il film, appunto.

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  8. La scrittura visionaria regala imprevedibili seguiti all’incipit, disorienta piacevolmente il lettore trascinandolo nel vortice della sua trama. Bello! Complimenti all’autore/autrice.

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  9. sono passata dallo stupore alla sorpresa, piacevolmente intrattenuta dall’irrompere buzzatiano…
    però ho l’impressione che ci sia un distacco troppo netto tra la favola da grand guignol dell’inizio e il resto del racconto, peraltro, ripeto, sorpendente.
    credo che sia uno dei suoi aspetti più coinvolgenti, l’inatteso.
    cb

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  10. Come Rossana, anch’io ho il difetto di far fatica ad appassionarmi al surreale, all’onirico, al fantastico. Tuttavia, questo racconto sembra voler dire altro. La prima parte, ad esempio, mi ricorda certe visioni mistiche dei personaggi di Flannery O’Connor – anche se quelle arrivavano nei finali, dopo che un evento inaspettato aveva svelato a qualcuno il segreto della grazia. Diciamo che mi piace per motivi inaspettati (e, visto che c’è un sapore di allegoria, sarei curioso di sapere dall’autore/autrice quale era il disegno che ci stava sotto…).

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  11. Accolgo l’invito pubblicato poco fa da Morena.

    Sono l’autore del racconto “La bocca e il tempo”.
    A me piace spesso leggere ad alta voce quel che scrivo, provare cioè il piacere musicale delle parole. E mi piace anche il colore che evocano i segni grafici, vedere un brano letterario come un quadro. E se possibile, cosa ancora più difficile, sentire l’odore, il con-tatto (il trattino non è un refuso), il sapore che un flusso di parole scritte può richiamare. Un piacere multisensoriale dunque, che può avere una intima vicinanza con la visione e il sogno (se poi sia Chuang-Tzu a sognare di essere una farfalla o viceversa, è un’altra questione…)
    Questo potrebbe essere uno dei modi di lettura che ho scelto per il mio raccontino.
    Un altro modo (non necessariamente disgiunto dal precedente) potrebbe essere il seguente:
    una metafora visionaria sulla trascorsa emigrazione degli italiani e sull’attuale immigrazione qui in Italia.
    Un argomento che mi interessa molto e che sto seguendo – per quanto riguarda l’odierno flusso di migranti, le diverse disgraziate dicerie pubbliche e private e molte disgraziate politiche governative – con grande attenzione e coinvolgimento.
    Mio padre mi raccontava le storie d’un paesino della costa tirrenica calabrese cosentina. Quando qualcuno emigrava, soprattutto per le Americhe, all’inizio del Novecento, quella persona (una persona considerata “morta in vita” perchè spesso non tornava mai più in Italia o, se ritornava, ciò accadeva dopo diversi decenni) veniva accompagnata nella stanziocina ferroviaria da tutta la popolazione.
    Quando si sentiva il treno avvicinarsi, che attraversava una galleria e poi da lì sbucava, si innalzava dal gruppo degli accompagnatori un verso lugubre, una specie di straziante ululato:
    “U vuuupu, u vuuupu, veni u vupu mu su piglia!” “Il lupo, il lupo, viene il lupo a prenderlo!”
    Il mio raccontino, in questo senso, segue prima le vicende della trascorsa emigrazione italiana e poi quelle degli odierni migranti che cercano di raggiungere l’Italia.

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