Il volo – incipit n.2

L’8 gennaio 2011 l’ascensore mi sputò all’ultimo piano del grattacielo Pirelli. La finestra in fondo all’atrio mi risucchiò come fosse l’oblò di un aereo. Lontano, molto lontano, c’era la città. Non pensai neanche che avrei dovuto presentarmi in segreteria. A dire la verità, per la testa non mi passava nessun pensiero, nient’altro che l’attrazione per il vuoto, per quella vetrata.
Rimasi immobile, le braccia abbandonate ai fianchi, lo sguardo fisso verso la luce lattiginosa che proveniva dall’esterno. Percepivo la pesantezza del corpo che mi incollava a quel rettangolo di moquette mentre lo sguardo aveva messo le ali e planava oltre l’infilata di porte del corridoio.
C’era sempre questo scarto tra l’immaginazione e le cellule della mia carne, una idiosincrasia inconciliabile, una ribellione reciproca che solo occasionalmente arrivava all’accordo. Il corpo stava là, di marmo, e la mente vagava in luoghi remoti, improbabili. Il primo obbediva a una legge di natura, dedito all’autoconservazione parcellizzava e tendeva al risparmio; la seconda non si dava confini, esuberante e inarrestabile vagava ovunque, concedendosi di esplorare ogni anfratto che destava voglia o bisogno.
Fu così che mi staccai dall’angolo del corridoio e ne percorsi un tratto. Oltrepassai due porte chiuse che recavano su targhe di ottone alcune scritte a cui non feci caso.
Le successive tre erano aperte e mostravano faldoni sugli scaffali e scrivanie ricolme di cartellette. Un’impiegata indaffarata si muoveva da un angolo all’altro riponendo materiale, mentre una collega fotocopiava assorta i fogli di un grosso plico.
Dall’interno proveniva il lieve ticchettio di una tastiera. Qualcuno là dentro scriveva al computer, lavorava, aveva un progetto da portare a compimento, un incarico da svolgere, un compito da espletare. Cose che a me venivano negate.
La lettera che tenevo ripiegata nella tasca destra della giacca conteneva la glaciale comunicazione che il mio rapporto di lavoro era concluso. Mi si ringraziava per il contributo dato e per la collaborazione, ma al momento si faceva presente che non c’era più bisogno di me.
Nella mia tasca sinistra frusciava il cartoccio di un biglietto appallottolato, quello di Monique. Lei era tornata a Menton perché sentiva il bisogno di una pausa di riflessione. Ormai sapevo bene a cosa portavano queste pause, non era altro che il ritardare di qualche tempo l’ammissione di un fallimento, un cercare la distanza per trovare quel coraggio che le mancava.
Superai la porta della segreteria dove avrei dovuto bussare.
Un’inutile speranza mi aveva condotto in questo luogo e ora si rivelava in pieno nella sua assurdità.
Nessuna mia proposta o mediazione avrebbe modificato la decisione irrevocabile presa dall’uomo in cravatta e abito blu.
Nessuna mia promessa o proposito di cambiamento avrebbe fatto ricredere Monique dal suo bisogno di allontanarsi da me.
Ora la vetrata era davanti ai miei occhi e, con il suo orizzonte lontano, sembrava prendersi gioco del limite imposto dalle pareti.
Estrassi dalla tasca il foglio di licenziamento e con cura meticolosa lo ridussi in pezzi minuti, spargendoli sulla moquette arancione.
Poi feci scattare la leva di chiusura e riuscii a fare scorrere la parte centrale del vetro che componeva l’apertura. Mi affacciai.
Sotto i miei piedi scorreva il formicolio della città da bere, un affanno umano che dava le vertigini, e il vuoto che mi si parava davanti era solo una metafora del baratro che mi aspettava.
Barcollai confuso da quel pensiero, mi accarezzai la fronte per allontanare l’ombra che la avvolgeva, chiusi gli occhi e inspirai profondamente.
Volare, si trattava di un volo. Un battito d’ali a concludere il viaggio iniziato 45 anni prima, quando mia madre mi aveva messo al mondo.
Quando riaprii gli occhi, mi accorsi di stringere ancora nel pugno il biglietto di Monique. Con pazienza lo srotolai distendendolo, con cura lo piegai a metà e poi di nuovo, infine ne rivoltai gli angoli. Ecco, adesso aveva acquistato la forma di un aeroplanino. La parola “Monique” campeggiava sulla fiancata come fosse il nome della compagnia aerea.
Addio, Monique… – sussurrai mentre gli facevo prendere il volo nel cielo impastato di nebbia e smog.
Il foglietto volteggiò lieve, si inerpicò sostenuto da un alito di vento, poi iniziò la discesa vorticando, effimera traccia di movimento presto risucchiata dal confuso grigiore di cemento e asfalto. Per un attimo intravidi Monique che socchiudendo gli occhi mi sorrideva.
Quando mi girai, il mio corpo era ancora là, vicino alla porta dell’ascensore.
C’era sempre questo scarto tra l’immaginazione e le cellule della mia carne, una dissociazione inconciliabile, una ribellione reciproca che solo occasionalmente arrivava all’accordo. Il corpo stava là, di marmo, e la mente vagava in luoghi remoti, improbabili. Il primo obbediva a una legge di natura, dedito all’autoconservazione parcellizzava e tendeva al risparmio; la seconda non si dava confini, esuberante e inarrestabile vagava ovunque, concedendosi di esplorare ogni anfratto che destava voglia o bisogno.
O paura.
Pigiai il tasto di chiamata dell’ascensore e mi apprestai alla discesa.

* Questo racconto, il sesto della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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16 pensieri su “Il volo – incipit n.2

  1. Una scrittura decisa e senza sbavature. Con un sottofondo di poesia, come ha scritto Giovanni.
    (prima di vedere l’aeroplanino per un attimo ho temuto)
    ps. ho dei dubbi sul fatto che le finestre si possano aprire agevolmente colà, ma non è importante ai fini del racconto. so che in certi grattacieli l’apertura finestre non viene concessa ma non sono mai stata sul Pirellone.

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  2. Buono. Non male la soluzione di ripetere quasi all’inizio, e alla fine, un medesimo paragrafo con una piccola variazione. Non appesantisce la narrazione, e la storia risulta efficace.

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  3. Ps. colgo l’occasione per comunicare a tutti i partecipanti al gioco che Giovanni è stato inserito (non l’ho ancora fatto materialmente ma lo farò appena possibile) nella lista.
    Il termine era scaduto ma siccome non siamo al premio strega o simili e siccome l’ha imparato il giorno che si è detto disposto a provarci (con il racconto, che avete capito?), ho deciso di accoglierlo tra noi.
    Sono certa che sarete tutti d’accordo 😉

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  4. fiuu…temevo il peggio. Pensavo che se proprio ci si deve buttare è meglio essere arci sicuri e scegliere altezze più importanti. Si ha quindi modo di srotolare il film della propria vita con più calma.
    Ma fortunatamente non era questo il finale e il racconto ha preso una bella virata.

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  5. Sono tornato come sempre per rileggere i racconti , commento dopo commento, perché trovo sempre nuove chiavi di lettura. Mi è piaciuto notare come in un gioco come questo di Morena le variazione ad un tema prendano di volta in volta una strada diversa mantenendo tuttavia dei punti in comune. Mi spiego meglio facendo riferimento ai tre racconti dell’incipit 2 , il primo parla di una corsa dove troviamo un uomo che sta iniziando una carriera mentre nel terzo l’uomo perde il lavoro, nel secondo un uomo è terrorizzato da un aereo che precipita contro l’edificio e nel terzo racconto un uomo libera le sue tensioni grazie ad un aereo di carta lanciato dallo stesso edificio.
    Spero che qualcun altro abbia scelto questo incipit per leggere altre possibili varianti e sicuramente aspetto il racconto originale di Morena sull’incipit 2 (forse alla fine ce lo presenterà sarebbe veramente una cosa gradita) per vedere la sua storia.
    Intanto ancora complimenti a tutti!

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  6. Premetto che a Mentone ci andrei volentieri pure io, qualcosa su cui riflettere lo trovo di sicuro, ma pure no…
    per tutta la durata del racconto ho atteso/sperato in una cosa tipo “un giorno di ordinaria follia”, ma l autrice/autore (mi sa di donna e non so perché) si è dimostrato molto più pacata/o e riflessiva/o di me!

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