Due perfetti sconosciuti – incipit n.1

Manuel schivò il barbone all’angolo di via Marconi e svoltò per via Indipendenza. Non guardò i fighetti davanti al bar e le ragazze in minigonna con gli stivali a mezza coscia, non guardò nulla e s’infilò nel portone del numero tre. Quell’idiota di Francesco lasciava sempre aperto, doveva dirglielo di usare più cautela.
Salì a due a due i gradini che lo separavano dalla porta del suo studio. Nostro, lo avrebbe corretto Francesco.
Non c’era giorno in cui Manuel si pentisse di quella scelta. Avevano trascorso gli anni dell’Università fianco a fianco, gettando le basi per una solida amicizia, e si erano laureati a poca distanza l’uno dall’altro. Aprire insieme uno studio legale gli era parsa la logica conseguenza.
Non era un cattivo ragazzo, Francesco, ma non si poteva dire un lavoratore instancabile, come prevedeva la loro professione.
Prendeva tutto con leggerezza e pretendeva di lavorare non più di quaranta ore settimanali, come un operaio in fabbrica, e a Manuel toccava sistemare tutto quello che lasciava a metà.
Ogni volta in cui cercava di parlargliene, Francesco rispondeva che non si vive per il lavoro e che a lui bastava quel tanto. Era figlio di un ricco industriale e Manuel non aveva mai capito perché avesse scelto la libera professione, lontano dal nido caldo e confortevole della sua famiglia.

Arrivato sul pianerottolo, si fermò a riprendere fiato.
Come il portone, anche la porta dello studio era aperta.
“Chissà dove avrà la testa. Ma domattina mi sente, altroché se mi sente!”
Manuel entrò, si chiuse la porta alle spalle e si diresse verso il suo ufficio, dove lo aspettavano tre fascicoli.
In tribunale le cose erano andate per le lunghe e, dopo un pranzo veloce in compagnia dei suoi clienti, era rientrato di corsa in studio a preparare le udienze del mattino dopo, sperando di finire prima dell’ora di cena.
Sua moglie mal tollerava i ritardi e le nottate di lavoro, fingendo di non capire che era proprio grazie a quelle che poteva mantenere il tenore di vita a cui la aveva abituata.
Certo, se lei avesse accettato l’adozione – visto che non riusciva a rimanere incinta – avrebbe riempito le sue giornate di qualcosa di più soddisfacente dello shopping e della palestra. Inutili discussioni a cui Manuel aveva presto rinunciato.

Poco dopo le diciannove, squillò il cellulare. Manuel alzò la testa dall’ultimo fascicolo, pronto a rispondere “tra poco ho finito, tesoro”, ma la voce all’altro capo non era quella di Teresa.
“Manuel, perdonami se ti disturbo. Sei ancora in studio? Francesco è lì con te?”
“Sì, sono in studio. No, non è qui.”
“E’ che non ha avvisato del ritardo e non risponde al cellulare. Sono un po’ preoccupata.”
Mai dire ad una madre in ansia che il suo figliolo quarantenne può essere considerato ormai un adulto, quindi si limitò a rispondere: “Avrà fatto tardi al club. Vedrà che presto sarà a casa.”
Un’ultima occhiata ai fascicoli, uno sguardo al cellulare – “Strano che Teresa non abbia chiamato” – e si preparò ad uscire.
Aveva già chiuso tutto, quando tornò indietro a controllare l’ufficio di Francesco. Sbadato com’era, poteva aver lasciato aperte anche le finestre.
Alla tenue luce dei lampioni, Manuel scorse un’ombra dietro al tavolo in mogano di Francesco – regalo del padre – che troneggiava al centro della stanza. Quando si avvicinò, per poco non cadde, inciampando in un braccio che sporgeva dalla scrivania.

In Questura, lo stavano interrogando da ore.
Ancora non si sapeva niente di preciso, se non che Francesco era morto circa alle dieci del mattino. Manuel aveva decine di persone che potevano testimoniare i suoi spostamenti, dal Tribunale al dopo pranzo.
“Sì, è vero che ogni tanto mi arrabbiavo, perché non si dava molto da fare e toccava a me sistemare tante cose, ma da qui ad ucciderlo! E comunque non potete trattenermi, senza una prova. Sono un avvocato, lo sapete.”
Di tutta quella storia, ciò che lo infastidiva di più era il silenzio di sua moglie. L’aveva chiamata più volte, ma il cellulare era spento, e soprattutto lei non si era fatta sentire, nonostante l’evidente ritardo sull’ora di cena.
Il cellulare squillò mentre il Commissario lo congedava.
Sul display lampeggiava il nome Francesco e poco mancò che Manuel lo facesse cadere.
“Commissario, avete trovato il telefono del mio socio?”
“Non ancora.”
Manuel girò il suo Blackberry verso il Commissario.
“Può mettere in viva voce?”
Scosse la testa affermativamente e rispose.
“Il signor Manuel Ferretti?”
“Sì, sono io. Chi parla?”
“Sono il dottor Belletti della Clinica Santa Rosa. La chiamo perché sua moglie Teresa è qui ricoverata e, glielo dico francamente, non è in buone condizioni. Se vuole raggiungermi al più presto, le spiegherò tutto.”
“Ma cos’è successo?”
“Guardi, è meglio che glielo dica di persona.”
“Dottore, sono il Commissario Galli. L’avvocato Ferretti si trova in Questura per un omicidio. E lei lo sta chiamando con il cellulare della vittima. Può dirci dove lo ha trovato?”
“Era nella borsa della signora, insieme ad un altro telefono, spento.”
“Bene, dottore, lo tenga lì. Arriviamo subito.”

La madre di Francesco aveva voluto a tutti i costi celebrare un unico funerale per il figlio e per Teresa, per condividere il dolore e per dimostrare che aveva già perdonato.
Manuel invece sarebbe andato ovunque, tranne che alla funzione.
Non poteva credere che Teresa, in un accesso di rabbia, avesse ucciso Francesco, fracassandogli la testa con il trofeo, che teneva sul tavolo, del primo posto al torneo di golf.
Dagli sms che si erano scambiati negli ultimi tempi, era evidente che il suo presunto amico non voleva più tenere il segreto delle molteplici gravidanze interrotte, anche perché ipotizzava che i figli fossero suoi.
Per una serie di complicazioni, quest’ultimo aborto era stato fatale.
Ad entrambi.
E Manuel era rimasto solo – come in fondo era sempre stato – accanto a due perfetti sconosciuti.

* Questo racconto, il quinto della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

12 pensieri su “Due perfetti sconosciuti – incipit n.1

  1. Un racconto veramente buono. Scritto con eleganza e padronanza di stile, con un equilibrato rapporto tra credibili discorsi diretti e narrazione. Serrata, come si addice alla storia. Dal tragico (come si intravede fin dall’inizio, creando un giusto climax) fatale epilogo.

  2. Buono. Il meccanismo mi pare funzionare a dovere, tagliando e riducendo qua e là, il racconto potrebbe essere ancora migliore. I dialoghi li ho trovati un po’ “rigidi”, ma abbastanza efficaci. Lavorerei su quelli, senza tralasciare il resto.

  3. Anche per me è scritto bene, ma la storia non mi piace, forse per la presenza del barbone e del fighetto dell’incipit mi aspettavo una storia “alternativa”.
    Mi ha disturbato la tresca, i ripetuti aborti di Teresa (possibile che Manuel non abbia mai notato niente, le interruzioni di di gravidanza non mi sembrano una cosa da niente e qui si dice che sono state “molteplici”) . E la madre che ha voluto celebrare un unico funerale, ma chi doveva perdonare? Il figlio? l’amante assassina? oramai erano morti.
    Non ha proprio pensato all’imbarazzo di Manuel!

  4. Sarà pure ben scritto, (e lo è, scorre liscio e senza confondere) ma non me ne voglia l’autore, ma non mi è piaciuto. E’ un mio limite, sicuramente. ma una che abortisce ogni volta che si cambia i calzetti e il marito che non se ne accorge ma pensa pure di addottare un bambino perché lei non ce la fa proprio… e la madre che fa un funerale unico per perdonare… no. non è proprio nelle mie corde.

    1. … che poi, ci stavo pensando: tenore di vita alto, lei non lavora si divide tra shopping e palestra, capisco non usi la pillola per la ritenzione idrica, ma qualche euro di preservativi poteva permetterselo, credo… il famoso “patto con il lettore” mi crolla davanti a quel “molteplici”.

  5. Racconto interessante e ben scritto. La trama e i singoli eventi intrecciati tuttavia, a mio parere, avrebbero forse richiesto un po’ di cura in più.

  6. Il racconto è scritto bene. Nell’intreccio finale mi sono un po’ perso. Ho dovuto rileggerlo, anche se l’idea non è originalissima. Non è facile scrivere racconti brevi.

  7. scritto più che bene, ma non mi convince, mi scusi chi lo ha scritto.
    per le ragioni che sono state già esposte, e perché sono una donna e penso che non sia possibile abortire senza che il marito se ne accorga.
    a parte questo, il soggetto potrebbe essere una trama efficace per un poliziesco.
    cb

  8. L’incipit è stato usato come spunto, ma in effetti la presenza del barbone e il giudizio sulle ragazze in minigonna sono stati ignorati nello svolgimento della storia.
    Ma il racconto funziona – e non è facile scrivere un piccolo giallo in 6.000 battute. Confermo i dubbi degli altri commenti sui molteplici aborti, e sulla madre che perdona e vuole un unico funerale; la spiegazione delle modalità dell’omicidio è un po’ “meccanica”; ma sono dettagli che possono essere rimossi o sistemati senza togliere nulla alla storia: ciò che conta è che il meccanismo del giallo c’è, ed è solido.

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