Vuoto a perdere – incipit n.2

L’8 gennaio 2011 l’ascensore mi sputò all’ultimo piano del grattacielo Pirelli. La finestra in fondo all’atrio mi risucchiò come fosse l’oblò di un aereo. Lontano, molto lontano, c’era la città. Non pensai neanche che avrei dovuto presentarmi in segreteria. A dire la verità, per la testa non mi passava nessun pensiero, nient’altro che l’attrazione per il vuoto, per quella vetrata. 

Ero ancora abbastanza distante dai vetri, attraverso i quali vedevo solo il grigio azzurrognolo del cielo. Nessun fabbricato. Nessuna traccia d’uomo, di quello che rimaneva “sotto”: la città, i suoi abitanti, la loro frenesia. Mi assentai completamente, solo coi miei pensieri, solo tra le nuvole, l’aria, il vuoto. Non sentivo nessun suono, non percepivo alcuna sensazione.
Qualcuno mi urtò, annullando d’un tratto quello strano stato d’animo e facendomi ritornare nello spazio abitato. Notai le luci e le ombre che creavano strani giochi geometrici sul pavimento. Sentivo i rumori dei passi in quel vasto corridoio tra le vetrate, i brusii delle voci, senza comprendere alcuna parola, discorsi confusi annegati in una musica di sottofondo, diffusa a basso volume, vedevo gli uomini in abito scuro, come il mio, e donne in tailleur o in abiti maschili, talvolta fino alla cravatta, che si aggiravano in quello strano corridoio con aria compiaciuta e sicura di sé, tra finti sorrisi. Qualche cameriere invitava a un buffet, dove su una bianca tovaglia stazionavano thermos di caffè, tazzine e pasticceria. Non so bene il perché (o forse lo so benissimo, ma mi è difficile spiegarlo), mi venne in mente l’immagine della Torre di Babele, uno dei quadri più famosi di Pieter Bruegel il Vecchio, soggetto ripreso dall’autore almeno un paio di volte. Piccole variazioni sul tema (se non fosse per le diverse dimensioni delle due versioni più note). Un quadro che mi ha sempre impressionato, lasciandomi uno strano senso di inquietudine.

 

Io stringevo il manico della mia cartella portadocumenti e guardavo i volti delle persone che incrociavo, e che non guardavano me, non guardavano gli altri, non guardavano neanche al di là dei vetri. Non vedevano il vuoto.
Io mi ci sarei perso in quel vuoto, se qualcuno non mi avesse urtato. Mi avvicinai alla vetrata, e questa volta guardai in basso. Case, strade, automobili, persone che camminavano. La grande Stazione Centrale sputava la gente discesa dai treni, chi in cerca di un taxi, chi di un autobus, chi attraversava la piazza diretta chissà dove. Chiusi gli occhi cercando di cancellare tutto. Cancellare le parole senza senso, la vita senza senso in cui ci troviamo catapultati, chissà per quale ragione, o per quale caso fortuito. Volevo ritrovarmi solo nel vuoto, a galleggiare nel grande vuoto reale che ci circonda, la sola dimensione possibile per me, in quel momento.
Alzai leggermente la testa e li riaprii, aspettando un nuovo tuffo nel nulla, ma un aereo del cazzo era proprio nella traiettoria del mio sguardo.
Rompicoglioni, pensai, e mi girai di scatto.
Rompicoglioni, mi misi a urlare tutt’a un tratto (anche se non ne sono sicuro, i miei ricordi sono molto confusi), mollando la presa della cartella e mettendomi a correre lungo l’interminabile vetrata, in cerca dell’ascensore col quale ero salito. Ma non riuscivo a trovarlo. Dov’è quel maledetto ascensore, chiedevo singhiozzando a tutte le persone che incrociavo. Occhi sgranati, nessuna risposta.
Non so quante volte percorsi quel maledetto trentunesimo piano, avanti e indietro, gettando via man mano il soprabito, la giacca, la cravatta, fino a trovarmi in maniche di camicia, mezza sbottonata, fuori dei pantaloni, sudato come un maiale e in preda, per quanto ne sappia, a una vera crisi di panico.
L’ascensore non arriva fino a questo piano, qualcuno alla fine mi rispose, mosso a compassione, o forse dal disprezzo che mi pareva di cogliere nei suoi occhi.
Mi accasciai in un angolo in ombra, sotto una colonnina che reggeva un architrave del soffitto. Chiusi gli occhi, forse mi misi a piangere. In rari attimi di apparente lucidità cercavo di ricordare e di ragionare. Io su quell’ascensore c’ero salito, in fondo fino a quel piano c’ero arrivato, l’immagine di me stesso e di quella vetrata all’apertura delle porte automatiche si era fissata nella mia mente. Poi l’attrazione del vuoto, poi quella gente, poi…

 

Non so che ore fossero, non so quanto tempo fossi rimasto lì, in quello stato. Non trovavo più neanche l’orologio. Non c’era più nessuno. Il lungo corridoio tra le vetrate adesso era deserto. Nessun rumore, nessun odore, nulla di nulla. Tirai su col naso, guardai al di là dei vetri e sorrisi.

* Questo racconto, il quarto della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

11 pensieri su “Vuoto a perdere – incipit n.2

  1. Come mi è piaciuto, letto tutto d’un fiato! Per un momento ho pensato che l’autore lo scorso febbraio fosse presente all’inaugurazione del Belvedere per il restauro iniziato dopo l’incidente del 2002 quando un piccolo aereo si schiantò contro il 26° piano del grattacielo. Come segnalato da un autore (forse lo stesso di questo racconto) Morena all’inizio del gioco aveva segnalato il proprio errore nell’incipit n°2 e cioè che l’ascensore non arrivava all’ultimo piano. E qui faccio i complimenti all’autore per la frase con la quale spiega come il protagonista venga informato della mancanza dell’ascensore. Un protagonista molto attento a tutto quello che vede attorno ma che non si accorge di essere arrivato all’ultimo piano camminando su per le scale. Bellissimo! Sarebbe successo anche a me che vado in giro con la testa tra le nuvole, e al 31 piano del Pirellone sei praticamente tra le nuvole.
    Ancora Bravo all’autore, vorrei averlo scritto io un racconto così.

  2. a me invece ha lasciato qualche perplessità e dopo quattro letture ancora non mi spiego il perché. Sono quasi arrivato a pensare:
    “Mi assomiglia e per questo mi dà fastidio: come il proprio odore”.
    Secondo me ci sono ripetizioni che appesantiscono lo scorrere, parole che rimbalzano fra loro. Una questione di musica. Forse devo rileggerlo ancora.

  3. Racconto affascinante. Scrittura di notevole eleganza; la scelta delle immagini ne arricchisce la qualità e la sensazione straniante. Forse avrei eliminato poche ridondanze e calibrato meglio alcuni cambi di ritmo e di registro. Ma probabilmente ad una ulteriore mia lettura cambierei parere.
    Bel titolo.

  4. questo racconto mi è piaciuto davvero tanto.
    è preciso, elegante, scorrevole che quasi ti dispiace che finisca.
    ha immagini appropriate e condensa in un linguaggio suggestivo molto più di quanto appare.
    complimenti a chi l’ha scritto.
    cb

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