Il ghepardo e la mela – incipit n.2

L’8 gennaio 2011 l’ascensore mi sputò all’ultimo piano del grattacielo Pirelli. La finestra in fondo all’atrio mi risucchiò come fosse l’oblò di un aereo. Lontano, molto lontano, c’era la città. Non pensai neanche che avrei dovuto presentarmi in segreteria. A dire la verità, per la testa non mi passava nessun pensiero, nient’altro che l’attrazione per il vuoto, per quella vetrata.
Il naso incollato ai vetri ammiravo le guglie della Madonnina e poi la Torre Velasca e lo Stadio di San Siro, tutto ciò che conosco di Milano oltre alla torre di trentuno piani.
Quella mattina avevo un colloquio con il responsabile dell’azienda, a quanto pare i disegni che avevo inviato insieme al curriculum erano piaciuti a qualcuno. Forse avrei avuto l’opportunità di lavorare nel posto che domina la più grande metropoli del nord Italia.
La segretaria mi invitò gentilmente ad accomodarmi, il direttore sarebbe arrivato a momenti. Sulla scrivania una mela verde in un piatto.
Come un sasso scagliato da una fionda mi ritrovai di colpo in una scena vissuta una quindicina di anni prima, i giochi sportivi studenteschi.

Al mattino si erano svolte le eliminatorie nel campo sportivo dell’istituto dei Salesiani che offriva, come sempre, anche il pranzo ai giovani atleti.
Mi ero incantato a parlare con una delle ragazze che erano lì per fare il tifo, quando arrivai nel refettorio fui accolto da un brusio: Il ghepardo, il ghepardo! L’anno precedente avevo stracciato gli avversari, tre giri nell’ultima posizione e, al suono della campanella, uno scatto fulminante come il felino della savana.
Non trovavo un posto libero nella sala da pranzo e un ragazzo mi fece posto al suo tavolo.
Con modi da rozzo bifolco di campagna, abbassai la testa nel piatto finché della pastasciutta rimase solo una scia sbiadita color pomodoro. Mi trovai la mela verde sul piatto con due posate e cominciai a sudare; osservai gli altri ragazzi che, discorrendo del più e del meno, tornivano il loro frutto coi ferri del mestiere ricavandone un unico truciolo, quasi un nastro verde .
Io non sapevo come maneggiare le posate, il pomo mi stava ipnotizzando, il ragazzo capì al volo il mio disagio, afferrò la mela con le mani, le diede un morso e schiacciando l’occhio me la porse dicendo:
– Sul podio uno di noi due.
Il mio avversario diretto era il rampollo di una delle famiglie più facoltose della città.
– Ci sarà mio padre oggi, ha detto che vuole applaudire la mia vittoria, lui é stato campione ai suoi tempi in questa specialità e io non posso rompere la tradizione di famiglia, non devo deluderlo, in verità il nonno mi ha confidato che suo figlio pagava gli avversari perché lo lasciassero vincere.
Alle 17 iniziò la gara, in coda al gruppo dei fondisti avevo sotto controllo la corsa, alla fine del terzo giro al passaggio davanti ai miei compagni sentii il grido: Vai ghepardo, allunga la tua zampata. Partii come un fulmine, superando uno ad uno tutti i concorrenti, davanti a me a cento metri dal traguardo solo il figlio di papà, lo affiancai, teneva duro con la disperazione della sconfitta negli occhi, una potenza esplodeva nelle mie gambe, lo avrei stracciato, umiliato davanti a suo padre. Il mio guardava dal cielo, non avevo niente da perdere. A venti metri dal traguardo alzai la punta del piede destro incrociandola sul polpaccio sinistro, una carambola, la faccia nella polvere seguita da un “Oooh” di delusione dei miei compagni e il grido di trionfo dei liceali.
L’allenatore mi accolse con un “l’hai fatto apposta”, seguito da qualche fischio e, mentre a testa bassa mi avviavo negli spogliatoi, qualcuno urlò una frase che mi fece male:
– Atalanta ha raccolto le mele d’oro di Ippomene.
Sotto lo scroscio della doccia incrociai lo sguardo del nuovo campione:
– Ti sanguina un ginocchio… aspetta che ti sciacquo la ferita… mi hai lasciato vincere… ti ha pagato mio padre?
– Sono caduto, tutto qui, può capitare a tutti no? Tuo padre non l’ho mai incontrato anche se il mio ha perso la vita nella vostra azienda.
Le sue mani lisciavano il mio corpo, non mi stava solo sciacquando, erano carezze di un adolescente ad un altro, in piena tempesta ormonale.
– Fermati, ma cosa stai facendo, non sarai mica…
– Gay?… può darsi.
– Non volevo dire questo, scusa, comunque a me piacciono le ragazze… dopo questa gara non mi faranno più correre i 1500 metri…. machissenefrega.
Ti ho lasciato vincere e questo tu lo sai! Mi basta! Sei stato gentile durante il pranzo, il sapore di quella mela ha fatto perdere la gara al ghepardo. Probabilmente non ci incontreremo più, qua la mano, sono Marco Faustini, il tuo nome lo conosco.
“Come saprò chi sei, se non consumando il tempo della gara? E sarebbe vittoria. Sconfitta è questa corsa incatenata che ad ogni passo mi fa sempre più schiavo della distanza” *

L’8 gennaio 2011, il giovane direttore dal volto déjà-vu stringendomi la mano sorrise dicendo:
– Ho il piacere di annunciarle che lei farà parte del nostro team, congratulazioni! E ora, Ghepardo fammi vedere come addenti la mela, correremo insieme, vieni, ti mostro in anteprima il Belvedere, il sogno di Giò Ponti finalmente coronato, una piazza aperta sulla città al 31°piano.
Mi volta la mano e dice: – Brilla una vera sul tuo anulare. Io invece sono rimasto quello che sono.

* da Atalanta e Ippomene di Lucetta Frisa

 

* Questo racconto, il secondo della serie, partecipa in forma anonima al gioco letterario Più incipit per tutti. Per seguirli tutti clicca sul tag ‘più incipit per tutti’. A fine pubblicazione verrà creato – se qualcuno mi darà una mano – un pdf che riunirà tutti i racconti partecipanti; solo a quel punto verranno resi noti i nomi degli autori.
Questo commento ve lo troverete in coda a ogni racconto. Doverosa spiegazione per chi arrivasse a gioco iniziato.

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13 pensieri su “Il ghepardo e la mela – incipit n.2

  1. Soffre di fretta. Forse è stato scritto all’ultimo momento per partecipare al gioco, e questo ha impedito all’autore il distacco per lavorare meglio sulla materia. Vero è che c’era un limite di battute. Ma scommetto che chi lo ha scritto, avrebbe voglia di rimetterci mano, per renderlo più efficace.

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  2. Niente male come idea, della serie “com’è piccolo il mondo”.
    Anche se a questo punto non si sa se è stato scelto davvero per i suoi meriti o solo perchè il direttore aveva una “cotta” per lui. 😀
    Forse la parte sul passato poteva essere sviluppata un po’ di più, comunque è vero che il limite delle battute condiziona il racconto.

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  3. La narrazione lascia effettivamente qualche dubbio su come si siano svolte realmente le cose. Non so se l’incertezza sia voluta dall’autore (o autrice). Forse è vero che il limite di battute ha impedito di svilupparlo meglio. L’accenno a una morte del padre nella fabbrica dell’altro meriterebbe sicuramente maggiori sviluppi…. oppure (se non c’è spazio) non mettercelo per niente. Comunque ben scritto, anche se un po’ nello stile “compitino”. Confesso di avere preferito “La vedova” e tutto l’amaro che lasciava.

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  4. Concordo con Marco è Daniela, il limite delle battute condiziona.
    Il racconto soffre di fretta , è scritto in corsa, d’altra parte parla di una corsa, inoltre ogni anno sui 31 piani del Pirellone si gareggia per il Vertical Day: 700 gradini in 4 minuti, quasi il tempo di bersi un caffè.
    La frase di Lucetta Frisa mi fa pensare proprio a questo, come ci si può conoscere in un tempo così breve?.

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  5. è da qui che inizia a correre troppo: “Le sue mani lisciavano il mio corpo…”
    Ed è da qui che inizierei a rivederlo. Perché dopotutto questa è una bella storia da raccontare. Subito mi è venuta l’orticaria ripensando ai Salesiani, alle loro campestri e al solito figlio di papà che doveva vincere (ma ‘sti salesiani…tutti uguali?), tanto che ho pensato: ora scopro un vecchio compagno di classe.
    Ecco, rivedrei le ultime 18 righe, anche nei dialoghi e il ghepardo potrebbe diventare un leone dalla folta criniera

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  6. Bello, nell idea, anzi, nelle tante idee messe sul fuoco:
    la speranza di qualcuno che arriva carico di progetti nella “grande città del nord”, la competizione, una sorta di amicizia nata per caso, l’omosessualità vera o presunta, incidenti sul lavoro (mio padre ha perso la vita nella tua azienda), la citazione… tante cose in poche righe e questo mi ha disorientata. riducendo gli argomenti e approfondendoli meglio forse questo racconto sarebbe davvero un gioiellino.
    anche secondo me soffre un po’ di eccessiva fretta, lo si sente dalle imprecisioni, tipo i tempi verbali non sempre concordanti, e alcune frasi belle e ad effetto che però sembrano “messe lì” e si perdono.

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  7. Molto bello, ad iniziare dal titolo. Vivido di immagini ed evocazioni che rimangono impresse nella mente. Un raccconto equilibrato nel ritmo e nello svolgimento, di notevole efficacia.

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  8. a me è piaciuto, qualche imprecisione c’è, ma il racconto è comunque accattivante.
    sembra che l’autore-autrice, abbia vissuto qualcosa di analogo, lo deduco da qualche particolare molto ben descritto, che dà risalto all’nsieme e lo rende credibile, tutto sommato.
    anche un messaggio di bontà, se non ho capito male, il che non guasta.
    cb

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