Non rimandare a domani

Indecisa tra scrivere una nuova puntata di “Buone nuove dagli editori” e un post sulla scrittura di un romanzo, ma anche di un racconto – molto diverso scrivere un racconto ‘da blog’ e uno da ‘raccolta’, un racconto senza indirizzo e uno con un tema prestabilito – sono tentata di non scrivere nulla che la pigrizia si sa certi giorni non lascia tranquilli.
Si vive una sorta di irrequietezza che sfocia nell’ozio totale: siamo ossimori di noi stessi? A volte lo penso davvero; penso che siamo in un modo e subito dopo all’opposto; penso al punto e virgola e all’uso che ne fece Flaubert, e lo dico appropriandomi di un’analisi altrui perché fino a un anno fa non facevo molto caso al punto e virgola. Ora sono molto analitica nella lettura e di sicuro non mi sfuggirebbe; sono tentata di rileggere Madame Bovary.
Quando leggo un libro che mi piace particolarmente – negli ultimi tre anni stanno dentro alla decina – mi domando sempre perché gli italiani non arrivano a certe vette. Se pensiamo agli scrittori italiani, contemporanei, che ci piacciono molto, che consideriamo eccellenti, non troveremo più di cinque nomi e se andiamo a vedere, di quei cinque, solo uno o due sono conosciuti nel mondo. Quando ci penso provo sempre una punta di delusione. Molte volte mi sono chiesta i motivi di ciò: perché non abbiamo nessun Stephen King in Italia? Nessun Saramago, niente Richard Yates, niente Don DeLillo, non Andre Dubus (qualcuno tra loro è morto, ma anche da morto è più vivo di tanti altri).
Non nego che in Italia ci siano alcuni ottimi scrittori, ma purtroppo non arrivano ai livelli dei nominati e, anche se arrivassero alla loro scrittura, dubito che arriverebbero alla stessa rilevanza mondiale.
Credo che agli italiani [scrittori] manchi l’internazionalità della ‘voce’, la visione ampia e allargata, lo staccarsi dall’intimità perniciosa che s’infiltra in certi testi.
La mia pigrizia mi sta aggredendo; aggiunge stanchezza e toglie frenesia; abbassa il battito e la temperatura. Sono giorni misti questi, a cavallo tra un inverno che sta prenotando il viaggio e una primavera che sta salendo su un autobus. E i giorni misti, si sa, non portano a nulla.

19 pensieri su “Non rimandare a domani

  1. Cara Morena, purtroppo mi ritrovo a condividere con te l’analisi sugli scrittori italiani – e il “purtroppo” non lo dico perché mi spiace condividere idee con te (anzi!), ma perché sia io sia te siamo italiani! 😉 La nostra letteratura soffre (secondo il mio modestissimo avviso) di provincialismo; e la causa – guarda caso – sono gli editori. Sai chi sta portando avanti un’analisi molto lucida di questo fenomeno? Nicola Pezzoli. Se ti capita, leggiti qualcuna delle recensioni che scrive su zioscriba.blogspot.com: da non perdere!
    Sui punti e virgola di Flaubert, mi trovi pienamente d’accordo. Proprio ieri, c’era un post di Mozzi sull’argomento; il post, a mio parere, era un po’ superficiale – se si potesse esaurire l’argomento con quattro esempi, non esisterebbe la letteratura. Ma nei commenti è venuto fuori proprio Flaubert. Quando si inizia a leggerlo, sia in Madame Bovary sia in L’educazione sentimentale, si ha l’impressione di trovarsi di fronte alla piramide di Cheope, al Partenone, alle Tre Cime di Lavaredo – quei capolavori “naturali” dove ogni singolo dettaglio è perfetto… Se lo rileggi, fammi sapere che ne pensi!

  2. Concordo. E aggiungo anche che molti autori sono sopravvalutati. Questi ultimi sono soliti scrivere i loro romanzi con uno stile a dir poco freddo e distaccato – e fin qui nulla di male, anzi – ma che in realtà è uno specchio dietro il quale si riflette il proprio ombelico – e anche fin qui nulla di male, anzi – ma che spesso è ombelico senza cervello – ed eccolo il male – senza considerare quella tensione estrema alla perfezione della composizione delle parole, o meglio, della pagina, come se invece di scrivere un libro si stesse dipingendo un quadro. E’ tutto così pulito che sembra artificioso, artificiale, costruito. Il che porta alla conclusione che in Italia ci si sporca davvero molto difficilmente.

  3. Non mi addentro su un tema così complesso, ma dico soltanto che, citando pochi nomi di autori (tra i quarantenni e gli ultracinquantenni, e dunque escludendo i più “vecchi” viventi: Eco, Tabucchi, Vassalli, ecc.) che in Italia abbiamo autori come Giuseppe Genna, Valerio Evangelisti, Babsi Jones, Tommaso Pincio ecc. i quali a mio parere non rientrano nelle categorie di provincialismo, di sterile intimismo e vacua e ridondante letterarietà.

    1. Caro Gaetano, ammetto e concordo che gli autori da te citati sono validissimi. Bravi scrittori che sanno rendere una storia e che possiedono la buona scrittura.
      Però il mio parere è che noi non abbiamo scrittori che siano capaci di andare in tutto il mondo e farsi leggere. Non ai livelli dei nomi di cui sopra.
      Concordo quindi con Paolo e con Dicksick: dobbiamo ampliare gli orizzonti e scendere dentro le storie.
      Tempo fa presi in biblioteca un libro (più di uno e di autori diversi, tutti parecchio ‘osannati’ come scrittori dalla penna affilata ecc ecc) e sono rimasta molto delusa. La mia impressione è stata che si ‘parlassero addosso’, che facessero sfoggio di ciò che sanno – dimenticando che ognuno sa delle cose che gli altri non sanno – scagliando paroloni e costruzioni beandosi della loro presunta bellezza.
      Dopo due pagine ho chiuso i libri e li ho riportati in biblioteca.
      Tanto per iniziare la discussione.

  4. Aggiungo una specie di postilla al mio primo commento… Ho provato a pensare se esiste davvero un “problema” degli scrittori italiani – cioè se la produzione letteraria italiana abbia un qualche vizio costitutivo che la rende poco interessante, o incapace di produrre letteratura a livello mondiale… E la conclusione alla quale sono arrivato è che, anche se esistono fattori contingenti che determinano, ad esempio, una cattiva selezione dei libri da pubblicare, il problema in realtà non esiste: la punto della questione è che i geni sono pochi, e si spargono per il mondo “quasi” a caso. Esistono, sicuramente, degli ambienti capaci di riconoscere con più facilità il genio, di promuoverlo e farlo conoscere… ma, a parte qualche città dell’America, non vedo altri punti di eccellenza. Un Philip Roth, un Dubus, un Kafka, nascono all’improvviso, in mezzo ad altri autori che valgono come i nostri attuali italiani: gente discreta, che si impegna, che porta il proprio contributo alla causa della letteratura, e che tra cinquant’anni avremo (avranno…) tutti dimenticato… Non credo che gli spagnoli, i tedeschi o i francesi stiano proponendo una letteratura superiore alla nostra… Ci sono eccellenze in giro per il mondo – e in Italia, per il momento, non ve ne sono…

    1. … caro Paolo… e non ho parlato della scrittura femminile…
      Non voglio cadere nel ‘già sentito’ e ‘già detto’. Su questo ho già espresso il mio pensiero nel pezzo che ho scritto insieme a Sabrina Campolongo (per chi volesse, lo trova anche sul blog: Una stanza per noi). Ma la verità è che non ci sono voci femminili di cotale rilevanza da rrivare in tutto il mondo (contemporanee, ed escludendo la Rowling di Harry Potter e la Meyer di Twilight che, peraltro, sono ottime scrittrici di storie fantasiose, con un’ottima resa al botteghino, se così si può dire, ma non sono ciò che io intendo per scrittori eccellenti).
      Probabilmente sono io che non so vedere…
      Sbugiardatemi, per favore.

      1. Eh eh.. come forse sai, per me vale la definizione che Nabokov aveva dato di se stesso: un lettore omosessuale, nel senso che leggo solo autori uomini come me. 😉
        Con le dovute eccezioni. La Yourcenar, ad esempio: che scrive come un uomo. O come la grandissima Flannery O’Connor (che ti consiglio con tutto il cuore: se superi il primo impatto, in cui potrebbe sembrarti un po’ datata, troverai un talento mostruoso, al livello di Checov); ma anche lei ha una scrittura abbastanza “maschia”. Ecco, forse Jane Austen è un esempio di genio femminile. E la Dickinson, di sicuro. Per il resto, diversi buoni libri, ma nessuno all’altezza delle mie grandi passioni. Solo che ora c’è un problema: tu non apprezzi gli italiani, io le donne… e come facciamo a leggerci a vicenda? 😉 baci!

    1. Sonia, ma vuoi che mi venga un attacco d’ulcera? 😉
      (premetto che non ho mai letto Moccia: è il ‘genere’ delle sue storie che non mi garba, ma questi sono gusti personali. Di Melissa ho letto in rete alcuni brani del suo ‘Tre’ e sono rimasta colpita. A voi dire come)

  5. torno seria…
    io credo che eccellenze in Italia ci siano, a parte le mie due citazioni di cui sopra, ça va sans dire.
    Camilleri, ad esempio, tradotto non so in quante lingue e con milioni di copie vendute in tutto il mondo (“io sì sono stato eletto dal popolo!” disse da Fazio). Abbiamo Dario Fo che è un nobel per la letteratura.
    Forse si ha la tendenza a conoscere e apprezzare più ciò che sta lontano e meno quello che si ha sulla porta di casa? Si dice un po’ la stessa cosa con i film:gli americani sono bellizzimi, quelli italiani fanno fare la pupù, gli americani hanno tom hanks e gli italiani silvio muccino… sì, vero… però… però mi sa che ci rifletterò ancora su… dopo un pisolino! questa vignetta di snoopy è FAVOLOSA!

    1. Camilleri è un Maestro. Non l’ho citato perché mi sembrava ovvio. Però, anche Camilleri (bravissimo lo ripeto) non arriva alla Cecità di Saramago, a Underworld di DeLillo, a Non abitiamo più qui di Dubus, a Revolutionary road di Yates, ad esempio.
      Nei dieci libri eccellenti degli ultimi tre anni c’è anche Lettera al mio giudice di Simenon, che mi ha folgorata. Avrei voluto riprendere quell’amore e scriverlo io stessa.

  6. @ Paolo:
    Flannery O’Connor, di cui ho letto solo qualche racconto, è davvero bravissima. Forse lei, nella mia visione personale, è a quei livelli che mi piacerebbe trovare più spesso. Ma è morta, no? Comunque, come scrivi tu, ha una scrittura ‘maschia’ e siamo alle solite…
    La Yourcenar non l’ho ancora letta.

    Non è che io non apprezzo gli italiani. Dico solo che non c’è una voce che si faccia udire nel mondo e che sia al livello di altri scrittori americani ma anche non, come quelli che ho citato.

    * Cosa vuol dire che non apprezzi le donne? Non avrai ancora incontrato la donna (scrittrice) che ti fa girare la testa 😉

  7. Purtroppo la O’Connor è morta a 39 anni di tumore. Presto dovrei iniziare a leggere il suo “Nel territorio del diavolo”, ma prima ho parecchio altro da fare (e leggere).
    Tornando agli scrittori italiani contemporanei troppo provinciali: forse dobbiamo cercare tra le piccole case editrici. Le grosse o bruciano i talenti, oppure pubblicano libri di ricette. Qualche tempo fa avevo letto “Altrove da me” di una giovanissime autrice della casa editrice “I sognatori” (Google la scova in un attimo, e sul sito c’è anche un’anteprima). Non è un capolavoro, ma mi pare interessante. Così come “Lapsus” o “Il funerale della balena” (stessa casa editrice). In entrambi i casi non siamo a livelli stratosferici (mi correggo: forse “Il funerale” è un autentico gioiello). Però solo un piccolo editore al momento può permetterti di crescere e arrivare a offrire dei lavori di enorme qualità. Ci vuole tempo, e l’editoria italiana ha fretta. Non ho idea dove debba andare, ma questa è la realtà.

  8. Cara Morena, provo a scrivere qualcosa di approssimativo nel tentativo di dare un piccolo contributo alla discussione.
    Prima considerazione: la lingua italiana, in quanto organismo, ha un ambito piuttosto limitato di vita: l’Italia e pochi altri piccoli luoghi dove tale lingua è parlata. Dunque è un organismo che potrebbe essere soggetto a vulnerabilità e debolezze.
    Seconda considerazione: in quanto antica lingua letteraria, l’italiano ha eredità ricchissime.
    Possibilità negative relative a entrambe le caratteristiche suddette: rigidità nella propria vitalità, impoverimento e sudditanza rispetto ad organismi linguistici più forti. La ricchezza storica, le eredità nobili, potrebbero trasformarsi in zavorra, in radici che ne impediscono i movimenti, in orpelli e ridondanze.
    Possibilità positive: in una situazione angusta e difficile gli organismi più forti, se non soccombono, si irrobustiscono e scoprono un vitalismo sorprendente. Le radici se non marciscono e se non riproducono sterilmente sé stesse daranno pregiato nutrimento. Insomma, per parlare del secondo Novecento italiano e oltre, in disordine: Il sergente nella neve, Horcynus Orca, Quer pasticciaccio brutto, Le città invisibili, Diceria dell’untore, La sirena, Notturno indiano, La divina foresta, Petrolio, Il vicolo blu, Italia De Profundis, Sappiano le mie parole di sangue, L’agenzia di viaggio, Le cucine celesti, O Gorica tu sei maledetta, L’iguana, Una storia semplice, De Pretore Vincenzo, Fantozzi, Libera nos a Malo, La chimera…
    Grazie Morena per l’ospitalità e per le tue iniziative sempre interessantissime. Un abbraccio,
    Gaetano

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