Risveglio

Alle sette la musica della radiosveglia entra nella stanza da letto. Farfuglio qualcosa; allungo un braccio, ma tu mi precedi e assesti un colpo all’apparecchio. È di nuovo silenzio.
Sorrido a occhi chiusi e mi avvinghio a te per sentire ancora il tuo calore. Affondo sotto le coperte.
Le vocine dei bambini fanno eco dalla cameretta assieme ai battibecchi mattutini. Li raggiungi senza esitazione; il tuo passo è impalpabile. Bisbigli parole tenere al più piccolo dei marmocchi, e io mi sforzo di sentire cosa dici. Poi lo sbaciucchi, mentre gli altri due reclamano identiche attenzioni: rispondi che ce n’è per tutti. I loro gridolini gioiosi sono una sferzata di energia per il mio risveglio.
Ammiro, e forse invidio un po’, la calma e la dolcezza che impieghi nel riportare pace in quel minuscolo campo di battaglia: in circostanze simili, io spreco il doppio delle energie e del tempo.
Me la rido, e allungo le gambe per godere meglio il tepore del lettone.
Sento che vi sistemate in cucina e le pretese dei monelli prendono subito vigore: «Papà, ho fame!».
«Voglio le fette biscottate con la nutella!».
«Io il succo d’arancia»
«Il latte non lo voglio!»
«Papi, metti ancora zucchero, il caffellatte è amaro!».
La melodia delle vostre voci mi culla, circonda la mia vita e le dà un senso. Sollevo un lembo di coperta per alzarmi e penso che la felicità sia qui, ora. Con voi.

***

La radiosveglia sputa un urlo gelido. Apro gli occhi di scatto, mentre la mente vaga ancora tra le ombre della notte.
Il posto al mio fianco è intatto.
Barcollando, arrivo alla camera dei bambini e cerco di svegliarli: non hanno voglia di alzarsi. Dopo estenuanti tentativi, riesco a tirarli giù dal letto; si vestono silenziosi come vecchietti, senza proteste e bisticci.
L’atmosfera irreale che ci avvolge è appuntata tutta nei loro gesti muti, da sopravvissuti, e naviga nelle tazze di latte che bevono senza fiatare, nei loro occhi grandi, già cerchiati. In quegli occhi è scritta la domanda cui non so rispondere, ne evito perciò lo sguardo e li incito a sbrigarsi.
Solo il più piccolo dà voce alla richiesta che ognuno dei fratelli ha in mente: «Dov’è papà?».
Mi volto vigliaccamente verso la finestra e mi concentro sulla foschia di quest’alba scheletrica che attanaglia il viale: le luci affaticate dei lampioni ancora accesi paiono eterne e oniriche quanto l’angoscia che riveste questo giorno. Le luminarie sistemate nella notte assediano l’indolenza che ci imbriglia atrofizzando ogni pensiero.
Le lacrime in agguato sono un cumulo, pungono le palpebre come spilli; riesco, però, a contenerle senza sforzo.
Un bagliore insolito oltre i vetri attira la mia attenzione. Forse è il faro di una moto che s’impenna, o un camion sul cavalcavia perso nella nebbia. D’un tratto mi tranquillizzo, conquisto una pacatezza sconosciuta: sollevo i bambini e li sistemo in piedi sul davanzale. Le parole sgorgano da sole, semplici e fluide; loro capiscono, così mi sembra, e riesco finalmente a guardarli senza il timore di sentirmi inadeguata.
Quando il maggiore scorge il luccichio del mio pianto trattenuto, mi afferra la mano e la stringe fino a farmi male; poi, indicando la misteriosa luce al di là dei vetri, grida infervorato: «Mamma guarda, papà è diventato una stella cometa!».

Ketti Martino

* il racconto è un regalo di Ketti Martino, che ringrazio. La foto è presa dal web

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4 pensieri su “Risveglio

  1. Tocca il cuore, questo racconto, che si apre alla speranza come nel verso finale della poesia di Monika Minder “Fiocchi di neve danzano”:
    “Nello stupor di volti di bambini
    scorger possiamo ancora
    un soffio di quel che verrà”

    Mi piace

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