Come nasce un racconto (3)

Dopo le mie modifiche (leggere qui), ho spedito il file a Sonia. Naturalmente è toccato a lei essere spiazzata dal taglio diverso che io avevo dato alla storia (in questo tipo di scrittura, senza piano e idee concordate, ci si stupisce reciprocamente ad ogni scambio di file). Sonia ha lavorato sulla percezione dei personaggi e sulle loro idee dell’essere ‘genitori’.
Ed ecco il file di ritorno con le sue modifiche, alcune aggiunte e tagli.

*****

Oddio, speriamo mi capiti la dottoressa, che almeno tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su che io ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante… che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, sono maggiorenne ed è del tutto normale che io possa… E poi, in questo caso non è imbarazzante come chiedere una pomata per le emorroidi. Chiedere un test di gravidanza significa ammettere di avere un dubbio.
Ma no, che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra: per questo ho un ritardo. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura che siamo stati attenti, che non devo preoccuparmi di nulla.
Adesso respiro e mi calmo. Invece no, no mi calmo per nulla! Io non dovrei essere qui. A quest’ora dovrei essere in ufficio, a preparare il breafing per l’approvazione delle nuove strategie di marketing. Ecco cosa dovrei fare.
Ho gli ultimi dati da verificare e la presentazione online da sistemare, domani il Consiglio di Amministrazione si aspetta di avere dati certi. Ordinati e precisi. Come sempre quando sono io ad effettuare una presentazione. Ordine e metodo. Non sarei arrivata a questo livello alla mia età se non avessi controllato e pianificato ogni singolo passo della mia carriera, della mia vita.
Così funziona: niente distrazioni, niente tempo perso in ciance inutili e sogni ad occhi aperti. La vita va vissuta con idee concrete, occhi fissi sugli obiettivi e testa bassa.
Ma posso pensare a me stessa alle prese con pannolini e biberon?
Ma andiamo, è ridicolo! Ho quarant’anni, ho le mie abitudini, le mie esigenze: le mie 8 ore e mezza di sonno necessarie a farmi rimettere in piedi ogni mattina. La colazione dopo almeno mezz’ora di yoga…
Io non posso, non ci riuscirei mai.
Dio mi manca l’aria. Ma quanto ci mette ancora?
E poi con Fabrizio nemmeno ne abbiamo mai parlato, stiamo insieme da quanto? sei mesi e ancora ci riesce difficile organizzare un fine settimana, figuriamoci gestire una gravidanza improvvisa. Io ho già i miei problemi, non posso certo pensare a cosa significano i suoi silenzi e capire che gli passa per la testa. Parlasse lui, voglio dire.
E comunque io non lo so come si alleva un figlio. Io so organizzare una campagna pubblicitaria, so convincere qualsiasi persona a scegliere ciò che io gli propongo lasciandogli credere di aver deciso autonomamente, ma un bambino?
È un impegno così… impegnativo! Però, guarda quella pubblicità: quel bambino dolce e sorridente con le manine paffute e quel bel visetto: fa venire voglia di prenderlo in braccio. Oddio, ma cosa sto pensando? Deve essere il caldo.
Io con pancione e piedi gonfi dentro le mie Prada. Mi terrorizza solo l’idea.
Oh finalmente il mio turno.

***

Stasera glielo dirò. Sono stanco di fingere. Devo dirle tutto. Sarà dura, ma deve capire che io voglio qualcosa di diverso dalla vita (mi aspettavo qualcosa di diverso con lei). Sono stanco di passare le sere ad aspettare che finisca il lavoro, tutte le sue presentazioni e i suoi breafing, e che poi crolli sul divano perché è stanca e io devo tornarmene a casa perché lei deve dormire otto ore e alla mattina deve fare yoga.
Che si fotta lei e lo yoga.
Io voglio una casa, una famiglia e dei bambini. E voglio una donna che mi ami e che non pensi solo al lavoro. Voglio Michela e i bambini che avremo insieme. Mio figlio. Non vedo l’ora di stringerlo tra le braccia. Sarà bello pensare a lui, creargli un nido, farlo crescere, pensare a dargli un futuro.
Cambierò il lavoro, se necessario. Mi occuperò del bambino e sarò un padre presente, non come tanti che non ci sono mai e poi non conoscono i figli e non sanno con chi escono e cosa fanno.
Staserà le dirò tutto. Si meraviglierà. Dirà che non immaginava, non pensava, non credeva.
E poi dirà che lei deve pensare alla sua carriera e che non è pronta e che abbiamo una vita davanti. Certo, si dice sempre così fino a quando si capisce che la vita se n’è andata e che non si può ritornare indietro.
Ora la chiamo e le dico che stasera dobbiamo parlare.

***

Il test è negativo. Non sarò mamma. E Fabrizio non sarà padre.
Mi stavo anche abituando all’idea, forse è pure bello avere un bambino, un pupattolo dolce con cui giocare dopo che qualcuno l’ha lavato, accudito e gli ha dato da mangiare. Quei dieci minuti prima di andare a letto. Che lui vada a letto.
Magari ne potremmo parlare con Fabrizio. Iniziare il discorso. In fin dei conti alla nostra età non c’è molto tempo da perdere…
Glielo dirò chiaro: Caro Fabrizio, se vuoi un bambino, ti devi impegnare anche tu. Sono finiti i tempi in cui pensava a tutto la donna e l’uomo a malapena sapeva che il bambino aveva un sederino. Ora l’uomo fa le stesse cose della donna e anche di più e poi può prendersi il congedo per paternità e stare a casa. Io ho un lavoro di responsabilità e non posso mollare: arriverebbe subito una, senza figli, a farmi le scarpe. Quindi, se vuoi un bambino, devi occupartene tu.
Ma che ore sono? Mi devo vestire, fra pochi minuti sarà qui.

***

“Ecco, ti ho detto tutto. Immagino che tu sia sollevato quanto me dal fatto che il test sia negativo. In fondo anch’io non so se lo voglio davvero un bambino. Un bambino crea disordine e ritardi. Un bambino scompiglia la mente Io sono sempre così precisa e puntuale. Ho bisogno di ordine”.
“No, ti sbagli. Proprio oggi ho pensato che per mio figlio sono disposto a stare a casa. Mi prenderò il tempo che è necessario e riprenderò il lavoro dopo che sarà andato al nido”.
“Ah, quindi tu vorresti metter su famiglia?”
“Sì. Ti ho chiamato stasera per parlarti di questo. Per dirti che sono pronto a diventare padre e che l’ho sempre desiderato. Sono per la famiglia tradizionale, per i figli e per costruire un futuro di coppia”.
“Va bene. Se ci tieni tanto possiamo parlarne, ma è bene mettere in chiaro da subito che se vuoi in bambino ti devi impeg…”.
“Non credevo l’avresti presa così bene. Non credevo avresti preso bene la notizia che Michela è incinta e intendo sposarla. Complimenti, Simona. Sei migliore di quanto credessi”.

*****

A questo punto mi trovavo con un file troppo lungo, alcuni ‘buchi narrativi’ da riempire e, quindi, la necessità di tagliare senza compassione.
Ci sarò riuscita?
Alla prossima.

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5 pensieri su “Come nasce un racconto (3)

  1. Spiazzata?
    ero stravolta!
    sono partita da una donna titubante (come potrei essere io, ecco… ne più ne meno) e mi ritrovo con una donna in carriera un po’ stronza (scusa!) e un Fabrizio che io avevo immaginato come l immagine dell uomo ideale, quello che gioca con la nipotina al mare, che si rivela uno stronzetto pure lui.
    non tanto per il fatto che ha tradito simona con michela (ma chi sono io per dargli torto?) ma per quella risposta secca alla fine.

    in questa fase ho scoperto una cosa: è complicato tirarsi fuori da quello che si scrive. abituata a scrivere di me, delle mie percezioni e dal mio punto di vista anche quando davo voce ad altri personaggi, mi trovo con “personaggi” indipendenti dal mio sentire.
    non è così facile… non è stato affatto facile.

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  2. Credo, come scrive Sonia, che lo scrivere a quattro mani, sia a volte simile ad una violenza psicologica, devastante e quanto più lontano dal “film nella mente” che hai immaginato per la fine della “tua” storia. Scrivo TUA perchè appartiene a te, al tuo sentire, al tuo percepire, al tuo vivere e vedere la fine del tuo racconto vissuta da un altro, non è la stessa cosa.
    E’ dura da accettare, ma la vedo così. Spero che il vostro prossimo esperimento abbia una felice risoluzione.
    Un abbraccio

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  3. forse violenza psicologica è un immagine eccessiva… non è che sia poi così devastante.
    diciamo che è una sfida! per certi versi è molto stimolante! e, per quanto mi riguarda già questo esperimento ha avuto una risoluzione positiva.
    un abbraccio a te Carlotta! 🙂

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  4. Diciamo che la sfida è anche divertente. Stimolante di sicuro.

    @Carlotta: continua a seguirci. Ho appena pubblicato una nuova puntata del racconto a 4mani

    @Max: il piacere è mio. La tua scrittura è sempre una delle migliori dei blog. Peccato che non ti applichi sempre con la stessa costanza 😉

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