Come nasce un racconto (2)

Ripartiamo da qui, con il primo file scritto da Sonia. Quando l’ho letto ho pensato che la donna del racconto, con i suoi timori di diventare madre, non aveva capito nulla del suo compagno. Ho immaginato che lui, invece, avesse il desiderio opposto e non vedesse l’ora di essere padre. Inoltre ho immaginato che… 

*****

Oddio, speriamo mi capiti la dottoressa, che almeno tra donne ci si capisce.
Anche se la signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Ma per chiedere un aspirina deve proprio raccontarle la storia della sua vita? Dai, su che ho fretta…
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante… che poi, dovrei vederla come una cosa normale, no? Io sono una donna, sono maggiorenne ed è del tutto normale che io possa… E poi, in questo caso non è solo imbarazzante, non è come chiedere una pomata per le emorroidi, che se non ricordi il nome della marca e devi specificare il concetto la voce ti si strozza in gola e diventi paonazza… Chiedere un test di gravidanza, dirlo per la prima volta a voce alta significa ammettere di avere un dubbio. Chiamare la cosa con il proprio nome.
Ma no, che vado a pensare, poi sarò io che sono apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra: per questo ho un ritardo. Dovrei aver imparato a controllarli ormai. E poi abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura che siamo stati attenti, che non devo preoccuparmi di nulla.
Adesso respiro e mi calmo. Respiro a fondo e mi calmo.
Invece no, no mi calmo per nulla! Io non dovrei essere qui. A quest’ora dovrei essere in ufficio, a preparare il breafing per l’approvazione delle nuove strategie di marketing.
Ecco cosa dovrei fare.
Ho gli ultimi dati da verificare e la presentazione online da sistemare, domani il Consiglio di Amministrazione si aspetta di avere dati certi. Ordinati e precisi. Come sempre quando sono io ad effettuare una presentazione. Ordinata e precisa. Ordine e metodo. Non sarei arrivata a questo livello alla mia età se non avessi controllato e pianificato ogni singolo passo della mia carriera, della mia vita.
Così funziona. Niente distrazioni, niente tempo perso in ciance inutili e sogni ad occhi aperti. La vita va vissuta con idee concrete, occhi fissi sugli obiettivi e testa bassa.
Ma posso pensare a me stessa alle prese con pannolini e biberon?
Ma andiamo, è ridicolo! Ho quarant’anni, ho le mie abitudini, le mie esigenze: le mie 8 ore e mezza di sonno necessarie a farmi rimettere in piedi ogni mattina. La colazione dopo almeno mezz’ora di yoga…
Io non posso, non ci riuscirei mai.
Dio mi manca l’aria. Ma quanto ci mette ancora, andiamo…
E poi con Fabrizio nemmeno ne abbiamo mai parlato, stiamo insieme da quanto? tre anni e nemmeno c’è mai passato per la testa di andare a vivere insieme, figuriamoci un figlio.
Fabrizio non è adatto a essere padre, non ce lo vedo proprio.
E comunque io non lo so come si alleva un figlio. Io so organizzare una campagna pubblicitaria, so convincere qualsiasi persona a scegliere ciò che io gli propongo lasciandogli credere di aver deciso autonomamente, ma un bambino?
È un impegno così… impegnativo!
Mi manca l’aria. Ma non funziona l’aria condizionata qui dentro?
E quella pubblicità della Chicco? Con quel neonato avvolto nella spugna bianca, è perfetta: dal taglio della fotografia, l’innocenza di quel viso paffuto, alla morbidezza della spugna, lo slogan semplice e che coglie nel segno. E quelle manine? Un immagine così dolce da cancellare tutto il resto.
Oddio, ma cosa sto pensando?
Io non ci so fare con i bambini, non ci ho mai pensato, non l’ho pianificato, non ci sono tagliata me lo sento, mi terrorizza solo l’idea di vedermi con il pancione… e poi come faccio a…
Oh finalmente il mio turno.

***

Stasera glielo dirò. Sono stanco di fingere. Devo dirle tutto. Sarà dura, ma deve capire che io voglio qualcosa di diverso dalla vita. Sono stanco di passare le sere ad aspettare che finisca il lavoro, tutte le sue presentazioni e i suoi breafing, e che poi crolli sul divano perché è stanca e io torno a casa mia, tanto lei deve dormire otto ore e alla mattina deve fare yoga. Che si fotta lei e lo yoga.
Io voglio una casa, una famiglia e dei bambini. E voglio una donna che mi ami e che non pensi solo al lavoro.
Cioè voglio Michela e i bambini che avremo insieme. Mio figlio. Non vedo l’ora di stringerlo tra le braccia. Sarà bello pensare a lui, creargli un nido, farlo crescere, pensare a dargli un futuro.
Come siamo arrivati qui? Tre anni e ancora non sappiamo cosa vuole l’altro. Ma di cosa abbiamo parlato in questo tempo? Cambierò il lavoro, se necessario. Mi occuperò del bambino e sarò un padre presente, non come tanti che non ci sono mai e poi non conoscono i figli e non sanno con chi escono e cosa fanno.
Staserà le dirò tutto. Si meraviglierà. Dirà che non immaginava, non pensava, non credeva.
E poi dirà che lei deve pensare alla sua carriera e che non è pronta e che abbiamo una vita davanti. Certo, si dice sempre così fino a quando si capisce che la vita se n’è andata e che non si può ritornare indietro.
Ora la chiamo e le dico che stasera dobbiamo parlare.

***

Il test è negativo. Non sarò mamma. E Fabrizio non sarà padre.
Mi stavo anche abituando all’idea, forse è bello avere un bambino, un pupattolo dolce con cui giocare dopo che qualcuno l’ha lavato, accudito e gli ha dato da mangiare. Quei dieci minuti prima di andare a letto. Che lui vada a letto.
Magari ne potremmo parlare con Fabrizio. Iniziare il discorso. Glielo dirò chiaro: Caro Fabrizio, se vuoi un bambino, ti devi impegnare anche tu. Sono finiti i tempi in cui pensava a tutto la donna e l’uomo a malapena sapeva che il bambino aveva un sederino. Ora l’uomo fa le stesse cose della donna e anche di più e poi può prendersi il congedo per paternità e stare a casa. io ho un lavoro di responsabilità e non posso mollare: arriverebbe subito una, senza figli, a farmi le scarpe. Quindi, se vuoi un bambino, devi occupartene tu.
Ma che ore sono? Mi devo vestire, fra pochi minuti sarà qui.

***

“Ecco, ti ho detto tutto. Immagino che tu non sia d’accordo e che non abbia intenzione di stare a casa dal lavoro per un figlio. In fondo anch’io non so se lo voglio davvero un bambino. Io sono sempre precisa e puntuale; un bambino crea disordine e ritardi. Un bambino scompiglia la mente”.
“No, ti sbagli. Proprio oggi ho pensato che per mio figlio sono disposto a stare a casa. Mi prenderò il tempo che è necessario e riprenderò il lavoro dopo che sarà andato al nido”.
“Ah, quindi vuoi un figlio?”
“Sì. Ti ho chiamato stasera per parlarti di questo. Per dirti che sono pronto a diventare padre e che l’ho sempre desiderato. Sono per la famiglia tradizionale, per i figli e per costruire un futuro insieme”.
“Va bene. Se ci tieni tanto, mi adeguerò alle tue richieste”.
“Non credevo l’avresti presa così bene. Non credevo avresti preso bene la notizia che Michela è incinta e intendo sposarla. Complimenti, Simona. Sei migliore di quanto credessi”.

*****
Per inserire la mia parte ho iniziato a operare dei tagli alla prima parte scritta da Sonia (i racconti non dovevano superare i 6000 caratteri, inoltre la prima parte diventava troppo ‘diversa’ dal seguito e quindi si dovevano uniformare le quattro mani).
Ma siamo ancora lontani dalla fine.

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3 pensieri su “Come nasce un racconto (2)

  1. Come l’anno scorso, l’avventura del Racconto a quattro mani si è rivelata una bella scuola. Lo sguardo del compagno ovvero della compagna di scrittura rende più lucido anche il nostro sguardo, aiuta a mettere in moto anche l’effetto di ‘straniamento’ nei confronti delle nostre stesse ‘creature di penna’. Facevo affidamento su questo tuo annuale e succoso resoconto, non sono stata delusa.

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