Una stanza per noi – di Sabrina Campolongo e Morena Fanti

Una stanza per noi
di
Sabrina Campolongo e Morena Fanti

 

[S.] Cara Morena,
eccomi, infine. A parlare di Virginia Woolf, e di scrittura femminile, ancora.
Confesso che, me ne sono resa conto ieri sera, mentre, a causa di un brutto raffreddore, non riuscivo a prendere sonno, forse la scelta del tema è una delle ragioni che hanno posticipato l’invio di questa mail. L’altra ragione è privata, altri impegni da seguire, ma non è del tutto fuori luogo parlarne qui, credo.
Mi sembra che abbia decisamente a che fare con la stanza tutta per sé, il fatto che, ora che l’abbiamo trovata, o che è alla nostra portata almeno, prese da un misto di euforia e senso di colpa tendiamo a riempirla oltre il possibile, a ingombrarla di progetti, attività, libri da studiare, oltre a portarci anche lavoro da finire, alla fine, cose dal mondo “di fuori”.
Non la proteggiamo abbastanza, questa la mia impressione, forse perché non ci appartiene, in fondo, l’idea di sacralità di un luogo, o non ci appartiene più.
L’inviolabilità di un nostro spazio, la sacralità del nostro tempo.
Cerco di concentrarmi in questa riflessione, in questo dialogo con te che ancora non conosco – so solo che sei una donna che scrive, e già questo mi fa pensare che tu possa capire quello che dico – e intanto rispondo al figlio piccolo che mi chiede se la E viene prima della F, tra poco andrò in cucina a controllare che la fiamma sotto al brodo non sia troppo alta, mia figlia mi ha appena letto a voce alta il suo problema di aritmetica.
La mia stanza è questo foglio bianco che scrivo, e se lo è, tutta per me, direi che ha qualche problema di spifferi, come minimo.
Si cerca di tenere assieme tutto e non ci si assolve mai, quando qualcosa si perde per strada.

Come riuscisse a fare tutto questo è sorprendente, – scrive il nipote nel proprio Memoir – perché non aveva uno studio proprio in cui rifugiarsi, e la gran parte della sua opera deve essere stata scritta nella stanza di soggiorno comune, dove era soggetta a ogni sorta di interruzioni casuali. Faceva in modo che né le persone di servizio né i visitatori o chiunque altro al di fuori della famiglia si accorgessero di quello che faceva.

È cambiata poi molto, la condizione della donna che scrive, non solo da quando Virginia Woolf citava questo passaggio dal memoire del nipote di Jane Austen in Una stanza tutta per sé, ma addirittura da quando il nipote lo scriveva, o da quando Jane Austen lo viveva?
Non chiuderò forse questa pagina, tra poco, quando ci sarà bisogno di fare qualcosa di più “utile”?
La condizione della donna che scrive, è solo questo che mi interessa, parlando di “letteratura al femminile”, i temi e la visione femminile non esistono, se non si parla, allo stesso tempo di letteratura maschile, riferendoci a quello che viene scritto dagli uomini.
Ma questo non interessa, mi pare. Quella è La Letteratura. Punto.

“Eppure sono i valori maschili a prevalere. Parlando grossolanamente, il calcio e lo sport sono “importanti”; il culto della moda, acquistare vestiti sono “frivolezze”. E questi valori, inevitabilmente, trasmigrano dalla vita alla letteratura. Ecco un libro importante, pensa il critico, perché parla di guerra. Quest’altro invece è un libro insignificante perché ha a che fare con i sentimenti delle donne in un salotto”

La moda non è più un argomento così frivolo, oggi, ma solo perché sono maschi, in prevalenza, a fare soldi sul culto della moda, e maschi, ormai, nella stessa misura delle donne, o quasi, i grandi clienti del mercato dell’apparire. La sostanza del ragionamento, quindi, non cambia.
Per il resto, se una donna scrive di guerra, ha scritto un “magnifico affresco femminile sulla guerra”, se scrive di violenza, di finanza, di potere idem.
Se un uomo scrive d’amore, scrive di Vita, se una donna scrive d’amore scrive d’amore.
La domanda sulla vita privata non si risparmia a nessuna atleta donna, anche se ha superato un record del Mondo, l’hai notato?
Ma sono discorsi così triti che mi vengo a noia da sola.
La domanda a cui non so darmi risposta è sempre la stessa: perché lo accettiamo?
La Woolf aveva immaginato grandi cose per le donne che sarebbero venute dopo di lei, quelle che avrebbero avuto, finalmente “una stanza tutta per sé”.
E allora ti chiedo: ce l’abbiamo, intanto, secondo te?
E, se ce l’abbiamo, o comunque potremmo permettercela, che uso ne stiamo facendo?

[M.] La tua lettera, Sabrina cara, è un bellissimo testo, pieno di spunti e riflessioni, con domande che io stessa mi pongo spesso. Continuerò a ragionare su questo argomento che, credo, dovrebbe starci ancora di più a cuore.
Credo che noi (intese come donne, ma anche come ‘noi’ in questi anni) ci portiamo sulle spalle così tanta zavorra da appesantire il nostro pensiero e
il nostro sforzo intellettuale.
È difficile approfondire questo argomento. La tua domanda finale mi pone in situazione di precarietà e di dubbio: che uso facciamo di ciò che possediamo, ora che abbiamo finalmente la nostra stanza e le “cinquecento sterline” tanto auspicate dalla Woolf?
Mi domando spesso se stiamo usando tutto ciò che abbiamo, o se invece non usiamo la nostra voce mitigandola e adattandola a ciò che crediamo debba essere. Penso spesso che noi dovremmo smettere di pensare a “noi” e a “loro”: questo è il primo scoglio.
Se gli uomini usano pensare che esista una letteratura femminile è forse perché noi permettiamo loro di pensarlo, non credi?
Se non troviamo la nostra vera voce, se non abbiamo il coraggio di usarla, come possiamo pensare che gli altri possano accordarci questo diritto/potere?
Quale stato d’animo è più propizio per l’attività creativa? si domandava la Woolf facendo ricerche per scrivere la sua conferenza sulle donne e sul romanzo.

“Scrivere un’opera di genio è quasi sempre un atto di coraggio che comporta una prodigiosa difficoltà” e ancora “La mente dell’artista, per poter realizzare l’impresa prodigiosa, deve essere incandescente […]. In essa non devono esservi ostacoli, né alcuna materia estranea che non sia stata consumata”.

Cosa significano queste parole? Riusciamo a cogliere il loro senso e a trarne una guida per portare avanti il nostro pensiero e affondare le difficoltà? Siamo incandescenti?
Se esploro il mondo letterario, cercando e leggendo le autrici oggi più note e apprezzate, troverò ancora materia estranea non consumata?
Credo di sì. Io credo che ci portiamo ancora sulla schiena i secoli passati e non ci siamo affatto svincolate dai pensieri degli intellettuali dell’ottocento. Noi pensiamo ancora di dovere relegare la nostra voce in certi ambiti e in certe modalità espressive.
Abbiamo la nostra stanza e non ne facciamo buon uso. Dobbiamo alzare la testa, guardare oltre la massa di sentimenti e abbattere gli ostacoli che impediscono alla nostra mente di “divenire incandescente”. Dobbiamo abbandonare i fardelli di rancori passati, quelli delle nostre nonne e bisnonne che venivano relegate in un ‘salotto comune’ [niente “stanza tutta per sé” e niente rendita di cinquecento sterline annue per loro] e derise se osavano avvicinarsi a quelle che erano ritenute “attività maschili”.
Noi ci comportiamo ancora come Jane Austen; nascondiamo ancora i nostri fogli e temiamo ancora il giudizio del mondo.
Sembra, quindi, che non basti avere questa “stanza tutta per noi” che abbiamo conquistato, e neanche le cinquecento sterline annue che ci tengano al riparo e ci tolgano qualcuno dei pensieri che ci distraggono dalla scrittura. Se la stanza non è chiusa, se lascia passare spifferi molesti (e non mi riferisco ai figli o alle incombenze di casa dalle quali sembra impossibile esimerci) e non ci permette quel dialogo interno che ci porta alla scrittura, abbiamo un problema diverso, e forse si chiama ‘consapevolezza’.
Forse abbiamo ancora qualche timore residuo, o qualche ansia, e temiamo di non essere adeguate, o forse coviamo ancora la convinzione che gli uomini vogliano escluderci da certe stanze e ci vogliano confinate nelle stanze di servizio. Il vero limite è sempre dentro le persone.
Penso che se riusciremo a smettere di vedere il limite lo elimineremo.
Se abbiamo una visione del mondo dobbiamo esprimerla: non dobbiamo ‘adattarla’ a ciò che crediamo sia giusto, a ciò che il mondo si aspetta da noi. Se vogliamo essere dentro ciò che scriviamo, non dobbiamo farlo da spettatrici, bensì da attrici e dobbiamo essere un tutt’uno con chi ci legge.

In una lettera personale a Margaret Llewelyn Davies, Virginia Woolf scriveva: “l’immaginazione è in gran parte figlia della carne. Non si può essere la signora Giles di Durham se il proprio corpo non è mai stato chino sulla tinozza del bucato”.
Questo pensiero era nato da una riflessione che le era stata suggerita dal comportamento notato in un gruppo di donne (le donne che assistevano ad un suo discorso nel 1913, a un congresso della Lega cooperativa delle donne) che, diversamente da lei “ … non girellavano per casa dicendo che bisognava mettere nei panni sporchi quella coperta o cambiare quelle lenzuola: immergevano le braccia nell’acqua bollente e strofinavano energicamente i panni loro stesse. […] Quelle donne non toccavano nulla con delicatezza; afferravano penne e matite come se fossero state scope”.

Mettiamo le mani nella tinozza e scriviamo ciò che stiamo vivendo.
Lo dobbiamo a Virginia.

[S.] La forza dell’immagine della mente incandescente è stupenda, dovremmo davvero farla nostra, abbeverarcene.
Il sessismo è dentro la nostra mente come in quella degli uomini, non potrebbe essere altrimenti, essendo il nostro imprinting lo stesso che hanno ricevuto loro, uguali i preconcetti, i percorsi obbligati. A noi sta spezzare le catene, e finché non lo faremo dentro la nostra testa, finché non metteremo al rogo (non un incendio scomposto, ma una pira ben fatta, consapevole) tutti i pensieri sessisti che applichiamo a noi stesse non potremo smettere di rivolgerli alle altre donne, sia alle sconosciute che incontriamo negli uffici, al supermercato o davanti alla scuola, sia alle altre scrittrici che, e questo è gravissimo, alle nostre figlie.
Credo che in Italia siamo lontane dall’aver pagato il nostro debito verso Virginia e le donne che hanno scosso con forza le catene, che ce le hanno mostrate, che le hanno spezzate pagandone un prezzo personale altissimo. Per questo chi si oppone ogni giorno, privatamente, alla logica sessista e patriarcale trova ancora la via verso il rispetto così dissestata, per questo in Italia l’immagine della donna è così svilita, e le poche che combattono seriamente e pubblicamente il sessismo sono così isolate e misconosciute.
Credo sia importante sottolineare che ci sono Paesi, in Europa e nel mondo, in cui la parità sessuale non è più un modello ideale ma una realtà.
Ci sono anche Paesi in cui le donne stanno molto peggio, certo non si dimentica, tutt’altro. Proprio perché noi viviamo nel cuore dell’Europa e godiamo di condizioni di vita privilegiate non abbiamo scusanti. Dobbiamo, ogni giorno, prenderci la responsabilità di provocare il cambiamento.
La nostra incandescenza è ostacolata dalla nostra paura del fuoco.

[M.] È tutto vero: tutto deve partire da noi e uscire da qui, proprio da questa nostra mente che si accende [per ora] solo a compartimenti ben divisi. Dobbiamo lasciare che il fuoco si propaghi in tutti gli angoli e ci tolga la zavorra. L’atto purificante del fuoco renderà più chiara la nostra voce e ci fornirà la porta da chiudere sulla nostra stanza: una porta che sarà opportuno poi aprire sul mondo per lasciare finalmente libera la nostra voce di andare ovunque e di farsi capire e ascoltare.
Non dobbiamo temere di annegare nella tinozza: immergiamoci tutte, se necessario, e scriviamo ciò che sentiamo. Chi può usare la parola deve farlo anche per chi non ha voce. Lo deve fare per tutte le donne che non vengono ascoltate, e meglio ancora, per tutte le persone.

*****
Questo articolo è già stato pubblicato sul numero di aprile della webzine Sul Romanzo.

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9 pensieri su “Una stanza per noi – di Sabrina Campolongo e Morena Fanti

  1. L’argomento “Come nasce un racconto” non è abbandonato. Questa è solo una pausa. Avevo voglia di pubblicare questo articolo sul blog: sono certa che molti non l’avevano ancora letto.
    Inoltre mi sembra un argomento molto attuale.

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    1. grazie a te, Clelia. Torna quando vuoi, ti aspetto.

      Il pensiero di Virginia è ancora molto attuale e ciò mi preoccupa. Forse lei s’immaginava che noi saremmo andate oltre, ma credo che abbiamo ancora molto lavoro da fare.

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  2. Sono stanze del disagio ; ancora di più dentro la poesia “ufficiale” . Meccanismi raffinati e taciti filtrano e canalizzano espressività e tematiche che ci sono estranee. Passa l'”impegno” spettacolarizzato , la sminatrice notturna, l’eticità parolaia della retorica moderna ; al più la metafora mistico-contorzionistica. Tutto ciò che deflagra senza rivoluzionare è fagocitato e fatto proprio , tutto il resto apprezzato con garbo , ma lasciato ai margini del <> dei postriboli letterari . Basta aprire una rivista , blog letterario ed analizzare contenuti, modi , nomi. Poche le tematiche , le espressività veramente femminili , i canoni di lettura alternativi. Niente di ciò che ci è proprio ci troviamo ed il disagio aumenta di fronte al vicendevole incensare l’alta poesia e la bravura. Giudici si fanno con una superbia malamente nascosta dalla generosità dell’elogio. Preferirei tacessero per ascoltare e interrogarsi su quei temi, su quelle che sono espressività rivoluzionarie ma a lungo termine che non deflagrano ma che offrono una visione del mondo diversa , che non accusano ,nè scartano, nè proclamano, perchè hanno una voce diversa. E non mi firmerò perchè anche quella è…una trappola.

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    1. Cara Hide, la poesia “ufficiale” è terreno pericoloso, direi minato. Ammantarsi dell’ufficialità rende ogni cosa superba e superflua e certe ‘stanze’ dovrebbero essere, a mio parere, evitate. O, se si vogliono frequentare, si dovrebbe evitare di dare loro più importanza del dovuto.
      I giudici non mi piacciono. Gli incensatori ancora meno.
      Io credo nel lavoro onesto e nel confronto sincero.
      In altro non credo.
      Forse non porterà a nulla, ma è l’unica cosa che mi fa stare qui.
      Grazie dell’intervento.

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  3. Grande.
    Partire da Virginia che (mea culpa) conosco pochissimo forse nulla ed aprirsi in un discorso così ampio.
    Leggo con l’idea di assorbire quanto più posso e rielaborarlo.
    Si sentono forti e prepotenti le idee, mi piacerebbe ci fosse la stessa forza e “prepotenza” nei fatti.
    E invece ho sempre questa sensazione che al minimo sguardo che ci dice “come osi?” si abbia ancora la tendenza ad abbassere lo sguardo.

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    1. Sonia, io non sono un’estimatrice ad oltranza della cara Virginia, ma ti consiglio di leggere Una stanza tutta per sé.
      In questo libro, la raccolta di alcune conferenze che fece sulla scrittura femminile, Virginia Woolf ci mostra i suoi pensieri in modo aperto e sincero (così mi pare) e ci indica alcune cose importanti.
      Non solo, in questo libro, pur essendo ‘discorsi da conferenze’, la Woolf ci regala alcune descrizioni che sono pura poesia. Iniziando da quella cena, da quelle prugne…
      Inoltre, l’argomento è ancora attuale e questo non le avrebbe fatto piacere saperlo. Ma forse non lo sa…

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  4. Una pausa, questa tua,
    che richiama altri zampilli.
    Le parole che scambiate
    sono impulsi un po’ testardi
    consapevoli e caparbi
    a resistere e a viaggiare
    a smentire soavemente
    il ricatto un po’ scontato:
    – Non lo vedi? Pasta scuoce,
    vieni qui, majora premunt.-
    Tu lo sai, io leggo e glosso
    mentre sfrigola il soffritto,
    è un intruglio forse fitto,
    ma per questo attacca l’osso.

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    1. Deliziosa questa tua, Anna Maria. Sappiamo che è vero, che si può scrivere e mescolare il sugo. Dobbiamo solo tenere presente che questo non toglie dignità alle nostre parole che devono sempre arrivare puntuali, come scrivi tu, ad attaccare l’osso.

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