Scrittura e impegno

La scrittura, apriscatole delle menti 

L’impegno in scrittura è possibile esprimerlo in tanti modi e con tante modalità espressive. Lo scrittore, proprio perché voce udibile da tante parti e da molte persone, ha un dovere morale e civile verso i lettori. Anche quando disegna opere di pura fantasia, non è mai scollegato dal resto del mondo, e può usare, quindi, la sua fantasia per disegnare mondi in cui noi ritroviamo le asperità della nostra vita, offrendoci visioni allargate e spunti di riflessione. Un testo non deve mai lasciarci indifferenti: può indignarci, offenderci perfino. Anzi, dovremmo augurarci che ciò accada: se così fosse, lo scrittore avrebbe raggiunto il suo scopo, ci avrebbe dimostrato il suo Impegno.
Abbiamo avuto in passato tanti scrittori che hanno usato la loro penna per raccontare la loro indignazione, il loro rammarico, il dolore, denunciando problemi civili e sociali. Penso ad un Pier Paolo Pasolini ad esempio. Leggere le parole di chi vive le cose sulla propria pelle e le trasforma in emozioni e sentimenti comprensibili da chi legge, è un modo per capire cose che non possediamo o che ci risultano ancora incomprensibili. È un modo per allargare la nostra visuale e approfondire la conoscenza: in una parola “aprire la mente”. Ecco cosa la scrittura, sia poesia o prosa, dovrebbe fare.
Abbiamo ancora oggi, scrittori capaci di usare se stessi per aprire le menti? Perché di questo si tratta: di usare il proprio vissuto, il proprio corpo, quell’insieme di sensi e materia, di vita e di esperienza, per scrivere e denunciare.
Quando ho conosciuto Guido Passini ho pensato subito a una certa somiglianza tra di noi, tra le nostre vite e le scelte che abbiamo fatto. In ogni emergenza che ci troviamo ad affrontare abbiamo sempre, anche quando non sembra possibile, due o più possibilità. Possiamo dirigere la nostra vita verso più direzioni e anche cambiarla, perfino migliorarla.
Questo è ciò che ha fatto Guido e questo è ciò che significa “impegno”. È un impegno civile e sociale, quello che anima i suoi gesti e trasforma i suoi pensieri in parole, ed è ciò che ci piacerebbe vedere e sentire più spesso.
Usare la scrittura, la poesia, per forzare le coscienze, per scardinare le anime e ribaltarle dovrebbe essere una strada più praticata.
Quando si scende dentro i nostri sentimenti più forti e si trasformano in scrittura, in comunicazione, in parole che aprono le menti, ecco che la scrittura diventa davvero “l’apriscatole delle coscienze”, uno strumento sociale di crescita per tutti.
Dare voce al silenzio: questa è la grande possibilità che ha la scrittura. Fare parlare le minoranze, le malattie sconosciute, gli aventi di cui nessuno parla. Sono discorsi difficili e non tutti li vogliono ascoltare; è quindi una letteratura destinata ad avere meno risonanza di altra scrittura che usa il testo per creare mode o suscitare morboso interesse, ma basta che una sola persona conosca cose che prima non sapeva, basta che una persona si avvicini ad argomenti da cui rifuggiva, e l’impegno diventa solidarietà d’intenti e di pensiero.
Perciò chi scrive non si deve lasciar fuorviare dalle esigenze di cassetto e deve affrontare argomenti scomodi, se questo è ciò che sente. Sentire e credere in ciò che si fa dà grande forza alle parole che arrivano dirette e coraggiose a chi legge. Queste parole, poi, si nutrono dei sentimenti che esse stesse hanno suscitato, generando un circolo che si autoalimenta e che cresce sempre.
E i sentimenti sono potenti: certi sono anche sintomo e sinonimo di Vita.
Concludo con un pensiero sul libro Senza fiato, ideato pensato e curato da Guido Passini, e sul mio Orfana di mia figlia. Quando abbiamo scritto non ci conoscevamo ancora, ma abbiamo seguito percorsi simili, partendo dalle nostre esperienze e cercando di portare conoscenza e condivisione.
Io ero in un momento particolare di grande dolore. Ho intuito che chi si trovava nella mia stessa situazione avrebbe potuto trovare un motivo di consolazione leggendo i pensieri di qualcuno che aveva provato sentimenti simili ai propri. Credo inoltre che parlare di ‘cose scomode’ possa aiutare chi le vive e non osa parlarne, facendogli sentire che non è solo e che qualcuno condivide i suoi pensieri.
Ma, e non è da considerare ultima, credo che anche chi non vive le cose possa trarre buoni spunti di riflessione leggendo ad esempio ciò che scrive Guido Passini sulla fibrosi cistica. Conoscendo i sentimenti, i disagi, le emozioni e i dolori altrui, possiamo crescere tutti.
La scrittura è il mezzo più immediato per coinvolgere molte persone contemporaneamente ed è uno strumento potente.
La letteratura, e nella sua forma più ‘alta’, la Poesia, hanno questo grande potere. Dobbiamo augurarci che continuino ad usarlo.

Morena Fanti
13 marzo 2010 
 
 
* Dal convegno “Scrittura e impegno”, svoltosi ieri 13 marzo a Faenza, con l’organizzazione di Fara editore, il mio intervento. Ho letto  in coppia con Guido Passini, da cui il riferimento che si trova nel testo.
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6 pensieri su “Scrittura e impegno

  1. Piena solidarietà con chi mette “impegno” nella propria scrittura e con le storie personali tue e di Guido. Però non sono d’accordo con l’affermazione che l’impegno per uno scrittore sia un dovere civile. Nella mia scrittura non c’è impegno di nessun tipo, non c’è morale e non c’è messaggio, ma dà soddisfazione a me e qualcuno che la legge e per me questo è sufficiente. Certo io sono solo un hobbysta che ha un pubblico molto limitato, ma la scrittura è fatta anche di gente come noi 🙂

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    1. Grazie Offender. Mi dai modo di chiarire questa parte, che forse non è comprensibile. Ciò che intendevo dire è che uno scrittore che sente di avere delle cose da dire, e gli strumenti per farlo, è (dovrebbe essere) tenuto a farlo.
      Non solo sul piano civile, ma anche e soprattutto umano, secondo il mio modo di intendere la scrittura.
      Ma questo non significa che in ogni cosa che si scrive ci debba essere chissà quale messaggio importante per il mondo.
      Come avrai notato, a me piace spaziare tra i generi e tra le modalità espressive, e scrivo per il piacere di farlo, non certo per lanciare messaggi al mondo, che sta molto meglio se io non parlo 😉

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  2. Postilla: trattandosi di una giornata dedicata a “Scrittura e impegno” ed essendo in coppia con Guido non potevo evitare di citare i nostri libri perché mi sembravano attinenti all’argomento. Non l’ho fatto certo per autoreferenzialità.
    Noi (naturalmente) siamo molto legati a ciò che abbiamo scritto e sentiamo fortemente i problemi di cui abbiamo trattato, e credo che averlo fatto sia stata per entrambi una ‘cosa buona’, ma questo non significa che siamo impegnati civilmente.
    Il mio discorso era generale.

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  3. io credo di aver compreso appieno ciò che hai detto, penso che il dovere di uno che scrive non possa prescindere dalla verità, e la verità è spesso dolore, angoscia, disperazione.
    Che sia anche catartico scriverne, forse è vero, ma sono del parere che può fare solo bene conoscere il pensiero di chi è passato attraverso perdite insanabili, e racconta se stesso, offre la propria vulnerabilità, il proprio lato desolatamente umano.
    Ti ringrazio, Morena, per tutto quello che il tuo libro mi ha recato di arricchimento nella comprensione e nella cum passio che affratella i cuori.

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  4. “Dare voce al silenzio”: sì, Morena, è proprio questo il compito, e, insieme, “aprire gli occhi”, “pretendere la verità”. Leggo questo tuo scritto al termine di una giornata dedicata a indagare il compito di chi scrive, sulla scorta del discorso che Ingeborg Bachmann tenne il 17 marzo 1959: “Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar”, “La verità si può pretendere”. Grazie, Morena, per voler condividere i tuoi passi, nella lucidità e anche nel dolore.

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