Serenità

È difficile dire cosa sia e come si possa (se è possibile) raggiungerla.
È forse un modo di essere, o è dovuto alle cose esterne, al possesso di determinati oggetti o ‘cose’, anche immateriali?
Penso sia un modo di affrontare la vita, e credo sia un insieme di tutte le cose scritte sopra, supportato inoltre da un carattere e da un modus vivendi atto a precepire e ascoltare le cose che accadono intorno a noi.
Sembra complesso, vero? Quale cosa non lo è?
E se la serenità dipendesse ‘solo’ dalla consapevolezza? Se dipendesse dalla visione che abbiamo di noi e della nostra vita?
A volte tutto ci sembra insormontabile e pensiamo di non avere nessuna via di scampo, ma spesso la via bisogna cercarsela e procurarsela, perfino crearla, se non troviamo quella ‘giusta’ per noi.
Spesso, però, avremmo la possibilità di avere la nostra serenità ma non sappiamo riconoscerla.

Tempo fa scrissi una cosa che io trovo molto ingenua e banale (era il mio primo tentativo di “scrittura con gli a capo” e mi venne così, di getto, senza che io pensassi alla scrittura). Non so che effetto faccia, ma Guido Passini [sempre lui!] mi ha detto che dovrei leggerla il 13 marzo a Faenza. La copio qui:

Serenità

Una bella mattina d’estate,
la mente libera,
gli occhi persi nel cielo
tanto limpido che puoi vedere cosa c’è dietro.
L’odore del bucato steso al sole,
portato dal vento leggero,
il cane che dorme ai tuoi piedi.
In un altro luogo qualcuno ti pensa.
E tu sai benissimo che
qualunque cosa tu possa chiedere e ottenere,
non sarà mai più importante
di quello che hai ora.

(da Orfana di mia figlia, Il pozzo di giacobbe, 2007) 

Ricordo benissimo il momento in cui ho pensato queste parole (le sensazioni provate erano molto intense e belle, direi dolci, anche se con un sottofondo d’incertezza che si legge bene nel finale del testo), e anche il momento in cui le ho scritte, circa un mese dopo, sull’agendina che tenevo in borsa. Le ho pensate in agosto e le ho scritte su carta in settembre, ritrovando le stesse sensazioni di quando le pensai.
Penso siano indicative della mia idea di serenità, e forse anche di altre cose.
A volte abbiamo tutto  e non lo sappiamo.

Ricordo una mattina di dicembre 2001. In quel periodo andavo sempre in giro con un libro in mano così mi potevo isolare e non dovevo parlare con le persone. Mi sedetti in sala d’aspetto del medico e aprii i Racconti di Heminguay. Iniziai  a leggere anche se non capivo molto: ero ancora sottosopra per quello che era successo e la mia capacità d’attenzione era minima. Dopo poco alzai gli occhi e mi guardai intorno.

Ricordo l’impressione orribile che provai: tutti i presenti sembravano morti. Nessuno di loro aveva gli occhi vivi. Rimasi sconvolta. Pensai: ma a tutti questi gli sarà morta una figlia? (Per me, in quei momenti, era quello l’unico motivo d’angoscia). È evidente che non era possibile fosse così, quindi, cosa era successo a tutti i presenti?
Forse avevano perso quel loro “sguardo interiore”, l’unico che può mostrarci chi siamo e cosa abbiamo. Mi sono resa conto che sempre più spesso ci dimentichiamo, nel conto del dare e avere, di controllare tutte e due le colonne. È inutile verificare sempre cosa non abbiamo; molto meglio sarebbe controllare cosa abbiamo.
Magari sta tutta lì, la differenza. 

*La foto è di Bali: un albero nel giardino di un tempio. Consigliabile cliccare e ammirare. Ho sempre abbinato questa foto all’idea di serenità.

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7 pensieri su “Serenità

  1. Le tue parole la serenità la trasmettono. O forse semplicemente la ricordano, a chi comunque è in grado di percepirla, provarla, assaporarla.

    La sensazione che hai avuto tu, “tutti morti”, me l’hanno raccontata in molti, per ringraziarmi di avere alla fine, in mezzo a quell’angoscia, incontrato me viva a rompere quell’atmosfera pesante che li attanagliava e spiazzava.

    Io però, da parte mia, più che morti, ho incontrato gente impaurita, ammalata della paura di vivere, gente astiosa per presunta legittima difesa, semplicemente incapace di guardare verso il cielo e di ascoltare un brano di musica.

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  2. Serenità, che forse è meglio chiamare consapevolezza.

    Le tue parole sono altrettanto belle e poi vengono dal cuore di chi, come te, ha sofferto tanto.

    Ti abbraccio cara Morena.

    Ho scaricato la locandina dell’incontro, chissà… 😉

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  3. mi sono sentita convolta profondamente, io non so quando ho gli occhi assenti, ma percepisco spesso dagli sguardi, anche quelli di sta sorridendo, una tristezza che non appartiene alle cose vissute, nè a quelle pensate, è una rassegnazione tragica alla vita.
    poi ci sono piccole cose e attimi fuggevoli di piacere.
    le serenità è essere consapevoli delle une e degli altri e lasciarsi andare al flusso dell’esistenza sapendo quanto sia provvisoria.

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