Il brodo della domenica

 

[…] Le sembrava impossibile se pensava alla vita che aveva prima, quando Aldo lavorava e a casa non mancava nulla: la carne quasi tutti i giorni e alla domenica il brodo fatto come Dio comanda, con bei pezzi di carne grassa e tutti gli aromi dell’orto. Fin dalla mattina presto, prima di andare a messa, si spandeva per tutta la casa un buon odore sapido che riscaldava l’anima e partoriva un sorriso perfino sul volto acido della suocera, che a volte veniva a trovarli con la scusa del giorno di festa.
Sulla superficie giallastra nuotavano tonde gocce più gialle ancora, piene di grasso e grosse come monete, e pezzetti di cipolla sfaldata e molliccia ma così buona con un pizzico di sale. In fondo alla pentola s’indovinava una coscia di pollo, un regalo della suocera, comprata chissàdove ma non si doveva chiedere: anche lei aveva i suoi segreti, e poi a cinquantadue anni era ancora una bella donna e il macellaio la guardava da sempre, anche da prima che rimanesse vedova. E ora, ormai, non aveva più importanza.
Più sotto ancora c’erano due carote che poi avrebbe affettato e aggiunto nel piatto del bollito, e un gambo di sedano con tutte le foglie – qualche fogliolina poi si sarebbe infilata tra i pezzetti di pollo e avrebbe regalato un aroma pungente, di verde, alla carne.
Il brodo era un rito della domenica, era l’odore delle giornate di festa, più intimo e più dolce dell’odore aromatico dell’incenso che don Alfonso spargeva in chiesa. il brodo era il simbolo stesso della domenica. Quando si mettevano a tavola, Aldo diceva sempre: “È così buono! Scalda lo stomaco e rallegra. Questo è un cibo che fa resuscitare i morti!”.
E ora chissà dov’era Aldo! Adele si strinse nel cappotto; il tessuto era così consumato che non faceva più caldo e lei prese il bavero e lo spinse intorno al collo in cerca di un po’ di calore.
Fu in quel momento che vide la bambina. […]

*****

È solo un frammento della scheda che sto scrivendo per il progetto SIC: s55 – prima azione involontaria di Adele. Anzi, non è una parte della scheda ma un’ulteriore elaborazione in corso d’opera, tipo quando il geometra aggiunge una mezza parete che non era preventivata, e che poi costerà seimila euro. Stavo scrivendo di Adele e della spesa che aveva fatto (ricordo che il romanzo è ambientato nel 43 e nel 44, quindi il cibo scarseggiava assai. Da qui ho immaginato il discorso del brodo, che non credo andrà nella scheda finale e che perciò ho postato qui). Per dire come nascono le idee.

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13 pensieri su “Il brodo della domenica

  1. Te l’ho già scritto che uno dei tratti che più mi ha colpito di te è stato il tuo ininterrotto, serio, continuamente aggiornato, condiviso e coinvolgente “discours sur la méthode”? Mi preme tornare a mettere in evidenza questa tua volontà perseguita con sincerità e sapienza. Non è cosa da poco, e come tutte le cose di grande importanza ha frequenza rara. Insomma, il tuo metadiscorso sullo scrivere si fa anche qui particolarmente interessante. Strepitosa la similitudine del muro non preventivato, similitudine che mi tocca da vicino con l’avvicinarsi di salati e vaghi lavori condominiali di ristrutturazione dello stabile ;-).
    Al di là del succoso discorso sul metodo, qui è ciò che bolle in pentola a offrire un esempio di scrittura allo stesso tempo chiara e fortemente evocativa, oltre che capace di mettere in moto il circolo virtuoso dei riti di famiglia ai fornelli nell’immaginario narrativo.
    Grazie, Morena.

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  2. bello, anche per chi come me non è mai stato avvezzo al brodo la domenica (ma neanche il lunedì). il ricordo dei profumi della cucina, delle zie che cucinavano, dell’affaccendarsi è famiglia, casa. ciao

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    1. grazie Sandro. Anch’io non credo di essere avvezza al brodo della domenica ma in molte famiglie si usava, era una specie di tradizione. Mentre scrivevo questo pezzo, pensando alla carenza di cibo del dopoguerra, periodo in cui è ambientata la storia del romanzo SIC, ho pensato che un brodo è un bel miraggio per chi ha lo stomaco vuoto.
      Alla fine ho anche lasciato il brano, un po’ modificato che qui mi ero lasciata andare a strani intermezzi tipo la suocera e la sua vita, nella mia scheda. Vediamo cosa ne pensano i DA (direttori artistici).

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    1. SIC sta per scrittura industriale collettiva.
      L’idea è di Vanni Santoni e Gregorio Magini che hanno sviluppato il metodo SIC per scrivere storie e romanzi a più mani.
      In questo caso il progetto è ambizioso perché alla partenza c’erano più di duecento mani (o autori? dovrei controllare. forse autori). Ora siamo in ottanta più o meno.
      Il romanzo tratta una vicenda degli anni 43/44. La prima documentazione è arrivata dalle persone coinvolte nella scrittura ma anche non. I Direttori Artistici hanno vagliato i documenti e le testimonianze e hanno imbastito la storia.
      Da lì abbiamo iniziato a lavorare tutti, prima sulle schede personaggi e sulle schede luogo. Siamo poi passati alla stesura del soggetto e alle schede trattamento. Ora siamo alle schede stesura… ma c’è ancora molto lavoro credo.
      Ho deciso di partecipare perché è un’avventura e io sono molto interessata ad ogni forma di collaborazione e a ogni forma di scrittura.
      Credo sia un buon progetto.
      Farò comunque un post. Ho già parlato altre volte della cosa. Se si segue la tag ‘sic’ si dovrebbero trovare i post.

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