Abitanti o abitati?

In questo mondo virtuale siamo guidati e sospinti a compiere azioni e fare scelte. Ma, quando un social network è programmato per carpire informazioni, per spingerti a mostrare quello che in altri luoghi tieni segreto, abbiamo davvero possibilità di scelta, o è solo un’opzione fittizia che nasconde poteri travestiti da lusinghe?
Qualche anno fa ci si iscriveva nelle piattaforme (splinder, iobloggo, blogspot, solo per citarne alcune) con un nick, e quanto più era fantasioso meglio era. Pochissimi si proponevano con il proprio nomecognome; la maggior parte degli utenti non prendeva in considerazione la possibilità. Ancora oggi, molte persone preferiscono mantenere un anonimato che permetta loro di dire e compiere azioni che non desiderano fare conoscere al vicino di casa o al cugino antipatico.
Eppure, nella piazza Facebook – se internet è un paese di provincia come spesso sostengo, Facebook ne è la piazza – tutti si propongono con il nome e cognome e scrivono notizie sulla famiglia, amicizie, lavoro e studi che altrove non sarebbe immaginabile divulgare, arrivando perfino a raccontare cosa accade nelle loro case e sul luogo di lavoro.
Si va in piazza proprio come si passeggia nel corso principale della città, si guarda cosa fanno gli altri, con chi parlano e cosa dicono, trascurando (forse) il fatto che anche gli altri possono vedere cosa facciamo e con chi ci intratteniamo, e se c’è chi usa il mezzo con consapevolezza, accentuando o evidenziando certi comportamenti, provocando negli altri una reazione attesa o auspicata, c’è anche chi lo fa con incoscienza fiduciosa.
Ma, in un mondo in cui tutti vogliono apparire, facebook non è forse l’estrema occasione di sentirsi parte del mondo, di illudersi di essere un ‘personaggio’ e di appartenere a quel mondo che tanto ci attira e che ci viene continuamente propinato da chi ci vorrebbe tutti omologati nei desideri e nei pensieri?
Pensando di essere manovratori diventiamo così manovrati.

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4 pensieri su “Abitanti o abitati?

  1. La cosa più vergognosa che ho notato nell’utilizzo di Facebook è quando le persone scrivono messaggi di stato o condividono link esclusivamente per lanciare messaggi subliminali a uno o più contatti.. diciamo che in questo caso i social media sono diventati (oltre a tutto ciò che hai giustamente detto tu) un espediente per evitare il confronto diretto con il prossimo.

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  2. “Ma, in un mondo in cui tutti vogliono apparire, facebook non è forse l’estrema occasione di sentirsi parte del mondo, di illudersi di essere un ‘personaggio’ e di appartenere a quel mondo che tanto ci attira e che ci viene continuamente propinato da chi ci vorrebbe tutti omologati nei desideri e nei pensieri?
    Pensando di essere manovratori diventiamo così manovrati.”

    Mi ha colpito, in questa tua frase conclusiva, così lucida e condivisibile – il pericolo della manipolazione è in agguato, sempre, non solo su fb, e ad esso solo la coscienza vigile può opporre resistenza sul Gruppenzwang, sulla coazione a sentirsi parte di un gruppo – l’aggettivo ‘estrema’. Ho pensato a un romanzo molto particolare, antico e sempre attuale, di Christoph Ransmayr, Il mondo estremo. Il mondo estremo è quello che il giovane Cotta, alla ricerca del poeta Ovidio in esilio, scopre in una Tomi senza tempo nel suo “mondo estremo”. Grazie, Morena

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  3. Cara Morena,

    anch’io ti ringrazio per averci offerto questo spunto di riflessione. Io vivo poco fb, ma quando mi ritrovo a feste o raduni pare che non si parli d’altro: essere su fb è un “must”, se non ci sei, sei “out”.

    Sai che penso? Penso che gente abbia perso il senso della semplicità e della linearità, barattandola con banalità e contorsione mentale. Giusta la citazione di Annamaria, sulla coazione a sentirsi parte di un gruppo, la millantata pretesa di essere diversi, e la paura folle di esserlo davvero. Coazione ad essere parte del gruppo che dovrebbe essere circoscritta all’adolescenza, ma ora pare che esista un mondo in cui si riesce ad essere adolescenti anche a 30, 40 anni e anche oltre.

    Una volta si diceva “I panni sporchi si lavano in famiglia”; oggi tutto è pubblico, e questo in fondo toglie forza al bisogno di lavarli quei panni, aumentando solo inizialmente l’imbarazzo (cui presto però si fa il callo) della pubblica esposizione.

    Questo grido in piazza che significa “Io esisto”, mi sa tanto di voce rivolta a se stessi per convincersi che è vero.

    Ciao!

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  4. @Marta: questo aspetto che indichi è presente anche nei blog, ma certamente su facebook si amplifica per l’immediatezza in cui tutti possono leggere ogni cosa scritta dagli altri.

    @Anna Maria: sentirsi parte di un gruppo è una delle forze del mezzo, ma anche contattare persone ‘importanti’ e sentirsi (quasi) come loro. diventare “amici” di certe persone è per alcuni come uno status, un ‘passare di grado’.
    io lo vedo così.
    Ma ci tornerò su questi argomenti.

    @Diemme:è vero che per molti è anche argomento di conversazione e che ‘esserci’ diventa importante come leggere il bestseller di cui tutti parlano.
    oggi tutto è pubblico come scrivi tu, e bisogna mostrarsi ad ogni costo.

    Aggiungo che io uso pochissimo fb e che ci vado solo se ricevo un messaggio che mi interessa approfondire.
    Non mi cancello (supposto che io sapessi come fare) perché molte persone che non avevano altro mezzo (persone che non sanno girare su internet e non conoscono blog o altro ma che hanno sentito nominare facebook) mi hanno contattata per dirmi del mio libro.
    Ma, quando ci vado (sembra davvero di ‘andare’ in un luogo, nella piazza) vedo che ci sono persone che lo abitano per ore, forse per tutto il giorno.
    Infatti ora i blog sono, o sembrano, meno frequentati.
    Ma io non mollo il blog.

    Inoltre sto studiando. Internet è un mezzo potentissimo. Ne sto studiando ogni aspetto 😉

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