Crisi e “giustizia”

Non guardo mai la televisione di pomeriggio, ma ieri ho visto per caso dieci minuti di una trasmissione, un momento in cui si discuteva dei tanti morti sulle strade. In studio erano presenti alcune madri di ragazzi morti in incidenti stradali. I discorsi sono sempre quelli, per me già troppo noti, ma evidentemente non comprensibili per la maggior parte delle persone, visto che si ripetono uguali da anni.
Come scrissi anche nel mio libro, io credo che un paese civile si possa valutare da come tratta e protegge le sue parti deboli. Per ‘parti deboli’ intendo chi non si sa, o non si può, difendere da solo. Intendo chi, nel confronto con un altro, persona, ente che sia, ha meno capacità contrattuale. Chi è più piccolo, più giovane, malato, vecchio, povero, debole, malnutrito, chi fa parte di una minoranza. Insomma, penso di essermi spiegata bene.
Tra le ‘parti deboli’ metto anche chi ha subito un incidente stradale ed è morto. Essendo morto non si può difendere, non può alzare la voce e dire le sue ragioni. Mi aspetterei, quindi, che le sue ragioni venissero difese da qualcuno. Ma così non è. Quando si muore non si conta nulla. Stessa cosa per la famiglia che rimane: non conta nulla.
Ma, purtroppo, tutto ciò viene sottovalutato da chi ascolta. Eppure, ognuno di noi dovrebbe preoccuparsi dei diritti dei più deboli, perché uno stato in cui i più deboli sono difesi difenderà anche noi.
Troppo spesso i giudici chiamati a giudicare in queste cause, archiviano velocemente la pratica con questa frase: “Il fatto è accaduto e non si poteva evitare”. Come il giudice faccia a sapere che non si poteva evitare, resta ignoto, anche se ormai credo di avere capito come funziona la faccenda.
Chiunque di noi può intuirlo, se ascolta qualche testimonianza.

La sera ho visto una parte di Anno Zero e, oltre ai lavoratori preoccupati per il loro posto di lavoro (parti deboli, ricordate?) c’era l’intervento di un piccolo imprenditore (piccolo, quindi da proteggere, no?) che ha investito tutto ciò che possedeva nell’azienda per comprare nuove macchine, pensando di andare avanti e lasciare poi l’azienda al figlio, ma che ora si vede costretto a ipotecare tutto ciò che ha per potere proseguire l’attività e non buttare i trent’anni di lavoro, suo e della moglie, presente anche lei e che parlava piangendo. L’azienda conta dieci (forse sbaglio il numero ma la faccenda non cambia) dipendenti e l’imprenditore era anche preoccupato per i suoi collaboratori e per le loro famiglie. E poi ha anche detto una cosa molto interessante: se io perdessi questi collaboratori che sono con me da quindici anni e sanno lavorare, mi troverei ancora peggio. La forza lavoro è il capitale per un’azienda.

Quindi, ricapitoliamo, siamo in un paese in cui i pedoni vengono investiti e i giudici dicono che non si poteva evitare, in un paese in un cui uno che ha ucciso qualcuno guidando ubriaco può riprendere l’auto e investire un altro, in un paese in cui i lavoratori non vengono tutelati e le piccole e medie aziende non vengono considerate e si preferisce dare fondi alle solite grandi.
Esattamente il contrario di ciò che mi piacerebbe vedere.

 

 

 

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3 pensieri su “Crisi e “giustizia”

  1. Spesso mi chiedo cosa posso fare, per cambiare questa situazione e cerco di impegnarmi per quello che posso.
    Forse ho iniziato a scrivere a 45 anni, anche perchè non riuscendo a cambiare le cose, sentivo il bisogno di uno sfogo
    interiore all’impotenza che come persona provo di fronte a tante ingiustizie.
    Grazie per le cose che scrivi,
    vincenzo

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  2. “un paese in un cui uno che ha ucciso qualcuno guidando ubriaco può riprendere l’auto e investire un altro”.
    E c’é persino chi, approfittando del clamore dei media, gli offre di creare una griffe, scrivere libri, ecc. 😥

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