Merletti assassini- di Davide Piazzi

Alberto Propersi aprì la porta di casa con fare sconsolato, e stancamente si trascinò fino alla poltrona del salotto.
Scostò il plaid leggero che la copriva e si fece largo tra le pieghe della finta pelle di cui essa era rivestita.
Ancora non poteva credere che fosse vero, che fosse realmente accaduto.
Egli era morto, eppure in quello stesso momento se ne stava seduto comodamente seduto su quella sorta di trono domestico. C’era ovviamente qualcosa che non andava.
Tutto era iniziato la mattina di quello stesso giorno. Già dalle prime ore avrebbe dovuto capirlo che si sarebbe trattato di una giornata difficile. Per prima cosa aveva trovato la macchina per fare il caffè espresso rotta. Anzi, a dire il vero era funzionante, ma dagli ugelli cromati anziché fuoriuscire l’attesa bevanda scura e profumata era sceso un liquido vischioso di colore azzurro intenso. Come se avesse spremuto un puffo.
In seguito trovò nella tasca della giacca il telecomando del cancello automatico spaccato in due e, nel garage sotto casa, l’automobile con gli pneumatici a terra.
Abbandonata forzatamente l’ipotesi dell’auto, era salito su di un autobus, che pochi minuti dopo si era schiantato in pieno rettilineo contro un’edicola votiva posta ai margini della carreggiata, poco prima di un enorme fossato.
Dietro al vetro infranto, l’immagine del santo si era subito imperlata di gocce cristalline. Pareva che stesse sudando sotto la pressione delle imprecazioni dell’autista. Un ateo convinto, non vi era ombra di dubbio.
Alberto Propersi non si fermò davanti alla teca a gridare al miracolo, scese e si fece il resto della strada a piedi, fino all’ufficio nel quale un’ora prima avrebbe dovuto cominciare il lavoro.
Ne uscì alle 17.00 in punto, stanco dopo avere passato la giornata di lavoro precario a leccare francobolli per le lettere di auguri natalizi. 2.500 auguri, pari a circa undici grammi di colla depositata sulle papille gustative.
Mentre camminava per strada cercò di ridurre la fastidiosa sensazione di gonfiore alla lingua, mordicchiandone lentamente i lati e raschiando con gli incisivi la parte superiore.
Impegnato in quella delicata operazione, gli occorse qualche istante prima di accorgersi di ciò che stava avvenendo attorno.
Dai negozi di abbigliamento si levava un brusio, prima sordo ma poi sempre più forte. All’inizio si udirono delle risa, poi delle voci concitate, e infine delle urla. Isteriche. Allarmate. Spaventate.
Spinto dalla stessa curiosità che nella vita gli aveva già procurato non pochi problemi, si diresse verso uno dei negozi dai quali proveniva il trambusto. Appena giunto sulla porta si trovò davanti a un’immagine alla quale non poté credere. Strabuzzò gli occhi e spalancò la bocca per lo stupore.
Tutti i vestiti stavano muovendosi e dimenandosi, come se godessero di vita propria. Anzi, era esattamente così: i capi d’abbigliamento avevano davvero preso vita!
Davanti a sé aveva giubbotti in montone col collo di lana che correvano veloci tra le corsie, inseguendo le commesse terrorizzate.
Poco più avanti un ammasso di maglie e maglioni colorati turbinava sul pavimento, facendo inciampare i clienti rimasti intrappolati nel negozio.
Presto la scena si spostò sulla strada. Da ogni negozio di abbigliamento i vestiti presero a uscire e ad attaccare chiunque passasse nei paraggi. All’inizio si trattò di semplici e innocui buffetti: un colpo di manica, un bottone lanciato come per dispetto. Ma poi, come spesso accade anche tra gli umani, la consapevolezza di fare parte di un folto gruppo, del cosiddetto “Branco” rese gli indumenti sempre più arditi, forti, sfrontati.
E inevitabilmente cominciarono le violenze… Sciarpe che si attorcigliavano a gole stringendo sempre più forte. Pantaloni in fustagno che si abbattevano dall’alto con violenza su donne e bambini. Cinghie dalle fibbie pesanti che si ripiegavano su loro stesse e scattavano improvvisamente in avanti come fossero serpenti.
Lui fu colpito alle spalle da un Loden verde scuro, taglia 52. Il colpo non fu violento, ma sufficiente a fargli perdere l’equilibrio. Cadde e picchiò violentemente la testa al suolo. Non ebbe il tempo di vedere che le stesse scene si stavano ripetendo in tutte le città dell’intero pianeta.
Ora era di nuovo a casa, sulla poltrona del suo salotto. Sapeva di essere rimasto ucciso da quell’assurdo incidente.
Si teneva la testa tra le mani cercando di mettere ordine ai propri pensieri.
Dopo qualche minuto si alzò e andò verso la tazza lasciata il mattino vicino alla macchina per il caffè. Bevve un lungo sorso del liquido blu. Non aveva sapore, né odore.
Non sentiva profumi né suoni.
Ripensò a quanto aveva visto poche ore prima. Quell’orda di vestiti, pizzi, merletti e bottoni che si era scagliata con violenza contro la gente.
Cercò di farsi venire qualche idea per come gestire quella nuova e assurda situazione, ma era davvero troppo stanco, sfinito, e così con la testa confusa si incamminò verso la camera da letto. Si infilò sotto le coperte senza nemmeno spogliarsi, e si abbandonò a un sonno profondo.
In fondo era stata davvero una bruttissima giornata, lui era morto e, prima che ciò accadesse, aveva visto l’uomo passare di moda.

Davide Piazzi

*****

Il regalo è dell’autore, che ringrazio

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7 pensieri su “Merletti assassini- di Davide Piazzi

  1. L’autore, attualmente impegnato a parlare di se stesso in terza persona cercando di non ridere, ringrazia Morena per la solita benevolenza con la quale accoglie i suoi scritti. Coglie inoltre l’occasione per affermare che, nel corso di ogni giorno, oltre a scrivere queste sciocchezze, ha anche lunghissimi momenti di assoluta lucidità.
    A parte gli scherzi, faccio a tutti gli auguri per un Natale sereno, e per un nuovo anno che porti luce su tutte le ombre.

    Davide Piazzi

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  2. Oh Cielo! Dopo questa lettura non sarà facile entrare in un negozio di abbigliamento per fare gli ultimi acquisti di Natale…senza che passi la moda…
    Complimenti, che bello! Zucchero filato per tutti e ancora Auguri

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  3. Originale:) Ora nelle sale stanno proiettando Piovono ciambelle un film di animazione. Una metafora sui paesi in cui lo spreco è all’ordine del giorno. Anche qui forse, siamo sullo stesso filone.

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