Il vestitino rosa – di Anna Maria Curci

Sono proprio bello. Mentre la mamma della viaggiatrice mi piega con gesti resi abili e sicuri dalla consuetudine, per ripormi a comporre il bagaglio essenziale della sua piccola “grande”, so di essere il pezzo forte di questo guardaroba austero ancorché raccogliticcio. A differenza di altri capi, modesti residui di chi indossa misure diverse, io sono un regalo pensato e acquistato per lei, la viaggiatrice.
Ha quattro anni, è piccola e minuta, ma ha già percorso centinaia, migliaia di chilometri nelle sue continue spole tra la metropoli natale e il Sud dei genitori. Marozzi, Seicento celeste e ora la Millecento D nuova, fiammante di sedili rossi in un involucro bianco immacolato: cambiano i mezzi di trasporto, si alternano le mete tra Puglia e Lucania.
Quest’estate tocca al paesino di montagna in Lucania, terra materna. Terra materna sì, ma la viaggiatrice e suo fratello, il quasi coetaneo nella schiera di minori che va aumentando con cadenza regolare, saranno ospitati dai nonni paterni pugliesi.
Ripiegato con sapienza nell’esile valigetta che contiene il bagaglio estivo di fratello e sorella, non posso avvertire del lungo percorso verso il meridione che il brusco passaggio dall’asfalto liscio e piano ai tornanti stretti, su sfondo irregolarmente dissestato, che segna la parte finale del tragitto. Siamo arrivati a destinazione, mi aspetta un altalenarsi di giorni trascorsi all’ombra odorosa del ripiano di un vecchio armadio, oppure – quando la nonna mi stende ad asciugare – inondati dal sole d’agosto, che picchia anche quassù a nove0cento metri di altezza, o ancora indossato, trionfante nei giorni di festa, dalla viaggiatrice. Quando sono steso ad asciugare, la osservo, mentre gioca con il fratello, elegante, delicato e con due grandi occhi chiari dal colore cangiante, e due bambinoni, più o meno della stessa età dei due piccoletti, ma decisamente di altra stazza e altri modi. Insieme, i quattro si divertono un mondo, e infiniti mondi di gioco inventano ogni giorno, nel loro moto perpetuo tra l’acciottolato in lieve discesa dinanzi alla bottega di zi’ Nicola ‘o barese, il nonno dei piccoletti, e l’ottava meraviglia del creato – almeno per la mia viaggiatrice: l’emporio di Lorenzo, che funge da edicola, negozio di casalinghi, cartoleria e rivendita di sali e tabacchi e che da tutte queste sue funzioni trae un miscuglio di odori fuso in un’essenza inconfondibile e indimenticabile.
Nel pomeriggio, dal balcone sopra l’emporio di Lorenzo, risuona immancabilmente una voce femminile dal marcato accento campano, e dunque forestiero qui nel potentino: “Salvatore, Rosario! Venite su con i vostri amichetti a far merenda”. Lo sguardo che la mamma dei bambinoni rivolge alla viaggiatrice è pieno dell’amore della mamma mancata di una figlia femmina.
Ora so – una volta lei mi indossava per una di queste mitiche e inusuali merende con pane fragrante e crema di nocciole – che i piccoletti cittadini seguiranno i bambinoni arrampicandosi su per i gradini altissimi di questa casa di paese, con gli occhi spalancati e ridenti e l’acquolina in bocca.
Ma è la domenica il giorno del mio trionfo. La zia della viaggiatrice mi estrae dall’armadio, così, perfetto come sono: la miriade delle pupazze sui due toni di rosa, più chiaro e più scuro, che si rincorrono, come le più rozze e scontate compagne di maggiori dimensioni ritagliate nella carta, in un eterno girotondo, componendo la fantasia unica del mio tessuto (neanche nella fornitissima bottega di zi’ Nicola – sorgente dei corredi più belli qui in paese – ne puoi scovare l’uguale); poi, il colletto bianchissimo e tondo di piqué e la gonna che accenna ad essere a palloncino. Faremo vedere a questi montanari che cosa è la vera, semplice eleganza.
Al momento di uscire di casa, per essere portato con leggiadra noncuranza dalla viaggiatrice trasformatasi per l’occasione da inguaribile maschiaccio a piccola donna consapevole del suo ruolo, scoppia il dramma: non ho maniche, ergo non posso essere indossato per mettere piede in un luogo di culto, nella fattispecie nella chiesetta di Sant’Antonio, meta della messa domenicale. Anche una bimbetta di quattro anni non può permettersi di entrare in chiesa con le braccia scoperte. Attimi di panico e scambio di sguardi smarriti: la viaggiatrice non possiede un giacchetto che possa degnamente combinarsi con me. Infine, la soluzione di ripiego, individuata nell’immacolato golfino di filo bianco della zia, prestato e accolto con pari sussiego da entrambe le parti.
Da quel giorno inizia il mio declino. Da vestito della festa vengo ignominiosamente degradato al ruolo di capo di vestiario quotidiano, ‘da combattimento’.
L’ora della mia fine, strenua ed eroica, scocca tre anni dopo. La viaggiatrice, che tale più non è nel senso stretto del termine, sta imparando ad andare in bicicletta. Ora ha sette anni. Da quella estate nel paese materno sono trascorsi l’ultimo anno di asilo e i primi due di scuola elementare. Tanti cambiamenti sono avvenuti, solo statura e dimensioni di chi mi indossa hanno subito variazioni pressoché irrilevanti. La viaggiatrice cresce poco. Le sue future compagne di scuola, nel nuovo quartiere pieno di verde nella periferia cittadina, dove si è trasferita con la famiglia, vedendola seduta, così piccola e minuta, nel banco della chiesa delle suore, la scambiano per una bambina dell’asilo. Ora lei e suo fratello hanno ricevuto in dono per la promozione una bicicletta per uno. Nel viaggio inaugurale, nel tardo pomeriggio del solito afoso luglio romano, la viaggiatrice ha già logorato i freni della sua, ma, intontita dalla gioia per la tanto attesa novità, non se ne è accorta.
Testarda nel ripercorrere la discesa più e più volte, al bivio tra l’ardua ma salvifica curva a sinistra e il rettilineo che termina con un’inferriata, la viaggiatrice, che ora mi indossa per i suoi esperimenti al velocipede, non ha più scelta. I freni non rispondono, la svolta è al di là delle sue prodezze su due ruote, l’impatto della fronte con una punta sporgente dell’inferriata è inevitabile. Intriso di sangue, vengo portato in braccio, addosso alla temeraria semisvenuta, da un operaio sopraggiunto di corsa.
Dopo aver curato la ferita che meriterebbe almeno un punto di sutura – ma sulla fronte rimarrebbe il segno “e per una ragazza non è bello” – la mamma dell’ex viaggiatrice mi lava con cura e con cura mi ripone nell’armadio, una volta asciugato. Lì resterò per un tempo indefinito. Non sarò mai più indossato, neanche dalle sorelle minori della piccoletta. 

Anna Maria Curci

*****

Il regalo è dell’autrice, che ringrazio 

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2 pensieri su “Il vestitino rosa – di Anna Maria Curci

  1. Due cose importanti mi ha ricordato. L’emporio di Lorenzo che così non si chiamava, ma era situato lassù in un paesino del nostro appennino e pieno di ogni bendidio ai miei occhi di cinquenne. Esasperai mia madre per un servizio da tè in porcellana con le tazzine grandi come l’unghia del mio pollice e coi fiorellini rossi. Le pagò allora una follia, credo 150 lire. Le ho ancora:) E il vestito della mia prima comunione. Avevo sette anni e mi regalarono l’agognata tuderina. Come la vidi ci montai a cavallo e con vestito bianco e lungo e velo in testa, cominciai a pedalare a più non posso, fino a quando l’abito ovviamente, s’infilò in mezzo ai raggi e mi fece fare una caduta rovinosa. Pelate mani, ginocchia, abito distrutto, velo pure, ma la bici fu salva. Questo era ciò che contava di più:)
    Che bei ricordi, grazie:)

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