Cenere – solo una stupida favola

 

Impiegò un’ora, seguendo numerose fantasie diverse su numerosi pensieri diversi.
Tuttavia l’appena accaduto non voleva essere cambiato.
Il momento che aspettava da un pezzo, o meglio, che cominciava a non aspettare più.
D’altra parte, sotto la cenere rimasta, v’era una ragazza di circa trent’anni, puntuale a quell’età nel correre lontano da tutto e tutti, per poi filare malinconia, per non disturbare.

Invitarmi al ballo di corte… si trattava dell’annuale, disordinato mucchio di belle dame, e due parole in croce: guarda caso sempre d’accordo, ma con il veleno in corpo. E invece. A chi era venuta l’idea che lei, avrebbe conversato, improvvisando, tra quelle bisce?

Innamorarmi, io…non aveva mai avuto un cuore in cerca di roba da portare a casa, anzi, dopo tant’anni, aveva sempre trattenuto in alambicchi le esatte proporzioni della polvere magica cadutagli su, per svelarne un giorno ogni mistero, almeno una volta.

Eppure, l’idea era venuta al principe. Impossibile rifiutare.

Lei, insomma, una streghetta, discendente da qualche gioco d’invenzione.
Un minuscolo mistero in una tenebra senza fine.
Le cui emozioni, così inesperte e nuove, così diverse, sapevano di una rivincita della poesia sulla prosa.

Ravvivò le chiome, provando a distruggere i disegni morbidi e incoerenti che si formavano lentamente nell’aria. Azzardando un sorriso di prammatica, trasformato in smorfia.
Arrangiò uno starnuto: un rumore secco, stridulo, alto e vibrante, e che di colpo si ruppe in un commovente e umido sniff-sniff.
“Ma si può sapere perché io!”, un po’ aggrottata, “qui da me c’è buio, nessuno mi ha mai voluta come principessa dei sogni. E poi, e poi non sono niente di speciale io. Sono una strega. Io odio tutta quella gente che non conosce e naturalmente, sull’onda di qualche slancio nervoso, traduce in un attimo la mia vita come facente parte d’una scenografia di terz’ordine.”
La nuvola di irritazione le aveva stretto le tempie, irrigidendosi nella lama di un’emicrania che le attraversava la fronte.

“Beh, non è tutto qui, vero?”, rispose lo specchio, grigio come una pozzanghera sporca, manco a dirlo, fatato.

Chiuse piano la porta. Vicino alcun’altra casa. Del resto, il paese estraneo, da sempre orchestrava chiacchiere nei suoi confronti. Che si libravano, si abbattevano e sfrecciavano attorno, ammaliando per la loro agile intensità.

Notte fenice, del genere in cui sentiva una condizione dell’essere perfetta in se stessa, non turbata dai rumori del niente, solidi rifugi per goffaggine e sventatezza.
Da piccola, di tanto in tanto, solo lì aveva imparato a tener ferme le labbra in qualche raro sorriso, fugace al pari d’un batter d’ali, di cui non era conscia.

C’era una volta un castello, a lei parve nell’angolo più remoto.
C’era piuttosto, un’immagine rumoreggiante: un via vai di macchine, limousine, rumori di vetri rotti schiacciati nell’ombra.
Luci grovigli danzare verso la collina, su, fin su al palazzo, meraviglioso faro nella notte, piccolo sole alieno.
Animali di razza dar sfoggio di sé, sapendo esattamente dove trovare la miscela esplosiva: tra merda e stelline. Tra il gentil tocco borghese, mai pericoloso. Benché maledettamente noioso.
La streghetta aveva dovuto subire l’oltraggio di tramutarsi in fanciulla bella e piacente.
Gettò il mozzicone della sigaretta, chiuse il respiro, e s’incamminò su, fin su al palazzo.
Dio salvi i camerieri che tentavano di mettere ordine in un tale stato d’eccentricità, pensò.
Saloni senza alcun senso d’intimità, baci lasciati come un rimprovero da labbra finte, vittime del lurido cinismo infilzato nei soffitti troppo vicini alla testa, onde mosse avanti e indietro dall’alcool.

Un’ora o forse meno: sentì il bisogno d’uscire, affamata di spazio psichico.
Prese la via del giardino, lasciando indietro alcune mani che amava e temeva.
Attorno, un cielo violetto scuro, il netto orizzonte vicino, il vuoto senza fine.
Poggiò il flut lunare sul basamento di qualcosa, e s’avviò mollemente verso il labirintico fascio verde smeraldo.
Siepi altissime, muri vivi, vestiti di rovi.
Poco dopo scomparve l’orientamento, la musica proveniente dal palazzo, ferita dalle spine, attutì sempre più. Sempre più. Per non tornare più…

“Bene, che spettacolo, trova?”
Lei trasalì.
La figura comparsa piegava contro un ramo, un’ombra schiva.
“Che cosa?”, nemmeno costruì l’dea del perché rispondere.
“Quanta gente. Là dentro, tutto quello che deve fare è controllare di non perdersi.”

Coglieva solo lo spillo rovente della sigaretta, il volto dell’uomo poteva essere seppellito tanto da un sogno quanto da un incubo.
“Mentre in questo labirinto, sono al sicuro. Non è vero?”, sibilò.
“Questa è la ragione per cui mi sono fermato a parlare con voi”, disse l’ombra.

“Beh, se si tratta solo di questo… sa, non capisco perché sono rimasta impressionata dalla dimostrazione del principe. Nemmeno dovrei essere qui.”
“Lui avrà a che fare con parecchia immondizia domani, affar suo”
, continuò l’ombra.
“Non mi piace tutto questo, questo incespicare sul pavimento irregolare coi tacchi alti, dar modo a così tante forzature d’aver luogo. Una reggia così bella, ricca di storia, alterata in un antro goliardico, una gabbia… solo cento anni fa era il simbolo d’un regno.”
“La festa da cui fugge? Mi pare una soluzione molto pratica alla monotonia…”
, fece l’ombra.
“Eh, si. Io, là dentro non mi trovo nel mio elemento, ed è il mio primo invito… comunque quel principe dev’essere un uomo molto solo…”, disse.
“Ha ragione”. La voce dell’ombra serena, rilassata.
“E… con chi ho il piacere di…?”, ma le ultime parole urtarono il buio.
La figura era scivolata. Via.

Trascorsero lunghi, interminabili minuti accanto al dubbio, fin quando trovò l’uscita dalle siepi.
Quell’indeterminato tempo di pace venne travolto dal caos. Ancora.
Sembrava proprio che aspettasse solo lei. S’affrettò.
Accennando persino qualche passo di danza attraversò il palazzo, con una sensazione di vertigine, una specie di… innamorarmi, io
E una volta fuori, quel momento preciso divenne storia racconto scrittura.

Il momento magico che aspettava da un pezzo, o chissà… solo una stupida favola.

 Fine.

 JoshuaWeinberg

*****
Il regalo è dell’autore, che ringrazio

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2 pensieri su “Cenere – solo una stupida favola

  1. Ecco perchè a me le favole non capitano mai, io dalle feste scappo via a gambe levate e rimango felicemente sola e streghetta. Chissà che non arrivi un mago prima o poi, mentre cerco di far partire la scopa.(è sempre una questione di candele, per questo ne ho piena la casa)
    Fregherei volentieri tutti i bicchieri però, per quelli ho un debole, luccicano e tintinnano. Poco streghevole? Sarà la parte angelica nascosta dentro il mio grande naso.

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