Ieri sera da Feltrinelli

(Maurizio de Giovanni e Morena Fanti: 18/11/2009 La Feltrinelli di via dei Mille a Bologna)

Ieri sera ho presentato Il posto di ognuno di Maurizio de Giovanni.
Del libro sapete già tutto. In questo post trovate il link alla recensione e anche alla discussione su Letteratitudine, dove potete leggere anche la mia intervista allora scrittore, pubblicata da poco anche su La voce dell’isola.

Quello che non sapete è che ieri sera è stata una bellissima serata. Vi invito a leggere il post di Milvia (che ringrazio anche per le foto).

E poi incollo qui ciò che ho scritto su facebook. Non scrivo mai note là, perché si copiano automaticamente i post del blog, però stamani c’era qualcuno che sollecitava una mia impressione sulla serata e ho scritto.
Incollo da facebook:

Parlare di un libro, dialogare con il suo suo autore, significa anche infiltrarsi nei suoi pensieri, conoscerlo un poco.
Se lo scrittore in questione è Maurizio de Giovanni, che non si nega nelle risposte e che sa dare molto di sé, allora ti troverai con un bel carico di emozioni e riflessioni.
La domanda è sempre nell’aria: cosa differenzia uno scrittore da chi “sparge antiparassitari”? [la definizione è di Gregori]
Ma ieri sera non ho neanche dovuto formularla questa domanda; Maurizio ha risposto anticipandomi (beh, lui è così, ormai lo sapete).
“I libri che ho scritto li ho scritti perché sono arrivato ai cinquant’anni. Se ne avessi avuti venti, o trenta, non li avrei scritti. Perché non avrei avuto il mio carico di dolori, non avrei vissuto rabbia, delusioni, ansie. Le cose ti cambiano, ti fanno crescere, ti arricchiscono (cito senza avere sotto le sue parole, ma il senso è questo). La nascita di un figlio, l’amore per una donna, le soddisfazioni, ma anche le arrabbiature, tutto fa parte di quel carico che poi serve allo scrittore per dare vita alle sue storie e soprattutto ai suoi personaggi”.

E ancora: “I personaggi devono fare delle cose: uno deve morire, un altro deve amare, o uccidere. Ma al di fuori delle cose che io chiedo loro facciano, bisogna lasciarli liberi di fare ciò che ‘sentono’ di dovere, o volere, fare”.

E poi, a precisa domanda, su come si vive avendo una storia da scrivere che ti accompagna durante la giornata e il resto della tua vita, quella di quando non sei seduto qui a scrivere: “Male. Si vive male perché hai in testa frammenti di dialogo, brani di descrizioni, e gesti che ti riempiono la mente e ti tolgono energia. Ti porti sempre dietro la storia ovunque tu vada. Si finisce per desiderare di togliersela velocemente dalla testa”.

Queste sono alcune delle cose che sono emerse dalla presentazione di ieri sera, che è stata bella, coinvolgente (e non poteva essere diversa con Maurizio), e anche divertente. Il pubblico era interessato e non perdeva una parola anche se ne abbiamo dette davvero tante.
Una bellissima serata, anche perché poi si è conclusa a tavola, in una caratteristica trattoria del centro, in zona universitaria. Quando siamo usciti c’erano molti gruppetti che passeggiavano e parlavano forte (urlavano) e qualcuno si è posto il problema del sonno per gli abitanti della zona. Allora Maurizio ha dato la sua personale versione su come fare ad ovviare al problema e vi assicuro che sarebbe un metodo funzionale, da uomo del sud direi.
All’angolo di via Indipendenza, quando ci siamo salutati abbiamo parlato del prossimo Ricciardi. C’è nell’aria qualcosa di grosso (che io ho indovinato), e che…
Acc… si è finita la penna. Sarà per la prossima volta.

**********

E per questo mese ho finito. Lo dico per Vincenzo ;). Ora mi metto a riposo.

 

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21 pensieri su “Ieri sera da Feltrinelli

  1. Sai Morena che a leggere le cose che dice Maurizio a proposito dei personaggi, mi sono tornati in mente
    alcuni discorsi sui personaggi dei romanzi in generale
    che abbiamo fatto e del fatto che poi essi stessi
    diventano quasi padroni delle storie.
    Ora però, ti ci vuole un pò di riposo, altrimenti inizio a pensare di essere un fannullone 🙂
    un abbraccio grande a te e un saluto ai ospiti,
    vincenzo

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  2. Preferisco lasciare qui il commento – come si dice, Facebook volat, Blog manet! 😉

    1. Non sono convinto che sia necessario vivere un’esperienza per poterla raccontare. Nabokov non fu pedofilo; Bach scrisse la “Passione di Matteo”, la più alta pagina di musica religiosa di tutti i tempi, adattandola da musiche composte per matrimoni, funerali e feste di nobili composte a pagamento. Esagerando, si potrebbe dire che l’esperienza viene in aiuto quando manca la fantasia… Non conoscendo Maurizio de Giovanni, il giudizio non si applica a lui, ma è del tutto generale.

    2. Sulla libertà dei personaggi, abbiamo già scambiato qualche opinione, io e te: il mio parere è che l’autore dovrebbe esercitare un controllo assoluto, e consapevole, sui personaggi che egli crea. E’ come nel teatro: che risultato avremmo ottenuto se Shakespeare avesse detto ai suoi attori: tu, Amleto, muori, tu Ofelia ucciditi, e per il resto, mi fido di voi? O l’autore ha una fortuna sfacciata a trovare personaggi incredibilmente intraprendenti e dotati, o difficilmente la storia che ne verrà fuori starà in piedi…

    3. Parere personalissimo su come si vive una storia da scrivere quando non la si può scrivere: benissimo. Certo, prudono le mani, ci si dispera di non essere liberi dagli impegni, ma, se ci pensi, è una delle poche cose che rende accettabile le giornate passate in ufficio: sapere che da qualche parte una nuova storia ci sta aspettando.

    Complimenti comunque per tutto – il post è veramente bello, e Maurizio sembra essere un autore davvero in gamba!
    A presto,
    Paolo

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    1. io credo, Paolo, che parliamo di due cose diverse: è ovvio che per scrivere di un serial killer (e prendo questo paragone perché è ciò che vorrei fare. non il serial killer, ma ‘scrivere di’) io non debba andare in giro a scannare i miei vicini di casa.
      ma è anche vero che se io non ho vissuto di rabbia, dolore, angoscia, come di felicità, tenerezza, dolcezza, potrei avere qualche difficoltàa scrivere delle suddette. o no?
      questo era ciò che maurizio de giovanni ( e io) intendevamo dire. Che lo scrittore adulto (non d’età ma di sentiemnti) sia più pronto a calarsi in essi quando ne scrive.

      e questo è solo il punto 1. ora mi devo fermare ma ci torneremo. magari con un altro post. intanto grazie, come sempre
      un abbraccio

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      1. Certo, il vissuto è fondamentale nella scrittura. Ma mi torna sempre in mente la frase di Lawrence Oliver a Dustin Hoffman (mi pare di averla già scritta, in qualche commento al tuo blog, e non vorrei ripetermi…: ma se non l’ho scritta, me lo dici, che te la scrivo qui? 😉 )…

        Ricambio l’abbraccio!

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  3. Sai che non ero più registrata?
    Ora sono a posto.

    Ciao Paolo:)
    Sto ascoltando solo Bach da alcune settimane, e non mi annoia mai. Davvero sublime.
    Concordo che non sia necessario vivere una cosa per poterne scrivere. Anzi, credo che nella scrittura come in ogni altra forma artistica la fantasia sia l’elemento determinante. Anche se io non disprezzo affatto i romanzi ricchi di esperienza diretta, di vissuto, di interiorizzato. Secondo me, per certi aspetti, hanno una marcia in più: dicono il vero. Per chi l’apprezza…

    Sulla scrittura, perdonami, credo che il paragane col teatro non sia calzante in quanto i personaggi in quel caso sono esseri viventi, non figure dellienate da una sola mano su carta. C’è tutta una storia interessante sul teatro d’improvvisazione, ma rimane un lavoro corale.
    Lo scrittore è uno, (nessuno, centomila) prende in prestito 6 personaggi in cerca d’autore:) o deve cercare dentro di sè una piccola scintilla che gli fa scorgere quel personaggio e solo quello. Altro da sè ma dentro di lui.
    Lui, che è anche altro. Io credo che sia bello vedersi nascere e vivere le persone che sono dentro di noi, che nascono dalla nostra fantasia, dagli stimoli che riceviamo dalle cose che ci hanno colpito o che vorremmo che ci accadessero o che abbiamo sognato. Per scrivere occorre rigore estremo e non lasciare nulla al caso, come quando si prepara una bella cena per amici, ma poi, quando entreranno in casa, sarà un piacere osservarli muoversi tra le nostre cose, in estrema autonomia. Potremmo anche vedere cose di cui mai ci siamo accorti.
    Ti ho riletto volentieri.
    Ciao:)

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    1. Ciao Silvia, ben ritrovata!

      Rileggendo il mio punto 2, in effetti non posso che darti ragione: il paragone con il teatro non calza. Ed è buffo, perché sono ancora convinto delle mie conclusioni! 😉 Si tratta di una piccola provocazione; il punto è che troppe volte si leggono libri in cui i personaggi sembrano vagare a caso, in cerca di un’identità. Sistemando meglio il mio pensiero: la ricerca dei personaggi (che sono in cerca d’autore) presuppone la costruzione della storia intorno a loro. Facendo un nuovo esempio, questa volta spero più calzante, è come se Leonardo avesse iniziato a dipingere una donna, e, mentre la dipingeva, piano piano ne ha deciso il sorriso e alla fine, toh, è venuta fuori la Gioconda! Quando Michelangelo diceva, con un pizzico di retorica di cui poi si è abusato, che la statua è già dentro il pezzo di marmo, e l’artista non deve fare altro che tirarla fuori, credo che intendesse, in realtà, che l’opera è già interamente nella testa dell’autore nel momento stesso in cui inizia a crearla. Gli sguardi dei personaggi di un quadro di Caravaggio sono funzionali a ciò che voleva esprimere “prima” di disegnarli.
      In altre parole, sono convinto che il lavoro di un autore non debba girare intorno ai personaggi e, a dire il vero, nemmeno intorno alla storia (o, più banalmente, alla trama), ma che debba concentrarsi su aspetti molto più “elevati” – il punto di partenza dovrebbe essere l’esigenza di una rappresentazione estetica, che trova nella storia e nei personaggi gli strumenti per diventare qualcosa di concreto. Per questo motivo sostengo che non si debba aspettare che i personaggi si presentino in sogno all’autore come fantasmi, o epifanie, ma che debbano, invece, essere usati come i mattoni, i gradini, che portano dentro alla visione estetica dell’autore….

      A presto, cara Silvia!

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    1. Era qualcosa tipo: Mentre si girava il film “Il maratoneta”, Laurence Olivier, vedendo il suo collega Dustin Hoffman che correva per due chilometri per girare una scena in cui aveva il fiatone, gli chiese: “Ma non sarebbe sufficiente recitare?”

      😉

      un abbraccio!

      ps visto il link del concorso racconti, credo proprio di voler scrivere qualcosa anch’io!

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