L’emozione del Museo Cervi

museo Cervi

La giornata piovosa di ieri, trascorsa per buona parte a tavola in ottima compagnia (d’altronde come ha detto il ristoratore: “oggi è giornata da osteria”), si è conclusa con una visita breve ma intensa al Museo Cervi, museo ubicato nella casa abitata dalla famiglia Cervi dal 1934.

museo-Cervi-main

Sentire raccontare una cosa e visitare i luoghi in cui la medesima si è svolta è molto diverso. Oltre al fascino della Storia, cioè di essere in un luogo che ha visto persone compiere atti importanti e che conserva tanti loro oggetti d’uso quotidiano, in questo museo/casa ho trovato l’anima di questa grande famiglia. L’anima forte e intelligente che ha guidato i loro pensieri e le loro azioni. Il trattore, strumento molto moderno per allora, e il mappamondo che vi è sopra, sono un simbolo del pensiero  che guidava i sette fratelli Cervi e la famiglia. Il trattore sostituiva i buoi: “quando non c’è lavoro nei campi il trattore non mangia” e questa mi sembra già un’idea molto intelligente a avanzata per l’epoca. Ma il mappamondo credo rappresenti una visione ampia e profondatrattorefratellicervi
delle possibilità che devono [dovrebbero] essere offerte agli uomini, a tutti gli uomini. I Cervi avevano capito che è nel sapere che si può trovare la porta per uscire dalla sudditanza del potere. Nella conoscenza si trova il modo di non sottostare. Un bel pensiero. Un pensiero che è ancora valido, in un momento storico in cui viene tagliata la spesa pubblica per la scuola. Riflettiamoci.

La madre

Quando la sera tornavano dai campi
Sette figli ed otto col padre
Il suo sorriso attendeva sull’uscio
per annunciare che il desco era pronto.
Ma quando in un unico sparo
caddero in sette dinanzi a quel muro
la madre disse
non vi rimprovero o figli
d’avermi dato tanto dolore
l’avete fatto per un’idea
perché mai più nel mondo altre madri
debban soffrire la stessa mia pena.
Ma che ci faccio qui sulla soglia
se più la sera non tornerete.
Il padre è forte e rincuora i nipoti
Dopo un raccolto ne viene un altro
ma io sono soltanto una mamma
o figli cari
vengo con voi.

Piero Calamandrei (Epigrafe dettata per il busto, collocato nella sala del consiglio del Comune di Campegine, di Genoveffa Cocconi, madre dei sette fratelli Cervi, morta di dolore poco dopo la loro fucilazione)

Finisco con una nota bella. Avete mai visto la Quadrisfera? Al Museo Cervi si può provare anche questa emozione e vi assicuro che ne vale la pena.

Quadrisfera-3

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8 pensieri su “L’emozione del Museo Cervi

  1. Ad esempio queste frasi:

    “Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso. Non
    avevo capito niente, niente, e li avevo salutati con la mano, l’ultima volta, speranzoso, che andavano al processo e gliel’avrebbero fatta ai fascisti, loro così in gamba e pieni di stratagemmi. E invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l’illusione, e mi hanno salutato sorridendo: con quel sorriso mi davano l’ultimo addio. Figli, perché avete avuto pietà della vecchiezza mia, perché non mi avete detto che andavate alla fucilazione? Avrei urlato ai fascisti, come ho fatto sempre, e forse non sareste morti. Adesso che mi hanno detto tutto, e i vostri
    compagni di carcere mi hanno ripetuto le frasi vostre, il rimorso mio è grande.
    Quando la guardia fascista ci disse: – andate a dormire, sarà per domattina, tu Gelindo rispondesti: – Cosa volete che andiamo a dormire, è tanto che dormiamo e andiamo verso il sonno eterno.
    – Ma quella frase io non la sentii, ché altrimenti avrei capito. E quando tu Ettore, il più piccolo e il più caro, lasciasti il tuo maglione bianco a Codeluppi, io ti chiesi: – Perché lo lasci? A Parma farà freddo. – E tu mi sorridesti, senza rispondermi. Ma ora ho saputo che a Codeluppi avevi detto: – Perché farlo bucare?
    È nuovo e tienilo per tuo figlio, almeno servirà a qualcosa.”

    è un brano tratto dal libro “I miei sette figli” di Alcide Cervi.
    metto il link per chi vuole leggerlo:
    http://www.anpi.it/libri/cervi.pdf

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  2. No, non voglio leggerlo…

    Cara Morena, perché gli uomini si uccidono? E’ già duro combattere contro le malattie, contro le disgrazie, contro tutto quello che la vita ci manda e che tentiamo di combattere, di sconfiggere.

    Scienziati che studiano per vincere le malattie, cautela e norme di sicurezza per diminuire gli incidenti e poi… e poi c’è chi uccide, e non si capisce perché.

    Si uccidono innocenti, si uccidono eroi, si uccide..

    No Morena, non lo leggerò: politica dello struzzo? Forse. Ma non io, che ho rispetto per la vita di tutti, devo leggere del dolore di quella madre. Forse altre madri, che dovranno insegnare ai propri figli a non uccidere.

    Non io Morena…

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  3. che commozione, Morena! grazie!
    e i versi di Calamandrei che non dimenticherò mai, quelli della sua famosa epigrafe per la Resistenza.
    Mi dispiace non poter partecipare ad incontri così gratificanti, ma pazienza, ne godo il tuo narrare.

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  4. Ohi, che scherzi sono questi? Stava per sfuggirmi questo post!
    Da approfondire questa visita, avete detto.
    Vero, ma certe situazioni che scivolano via veloci, apparentemente di superficie, riescono a grattare quel tanto che basta per lasciarti un senso di benessere intellettivo. L’anziano che ci faceva da guida, con la sua flemma paziente e il suo rammarico per non potersi soffermare sulle cose che ci mostrava, ha contribuito a rendere assai corposo e penetrante tutto ciò che abbiamo fuggevolmente visto o ascoltato. Perché quel pezzo di storia è incastonato nella sua pelle, nella sua storia personale, tra quei campi umidi e brumosi.
    Ecco, un museo deve fare tutto questo, continuare a tenerci legati in profondità a quel che è stato, farci percepire che il passato è ancora presente, che il presente può rapidamente assumere le sembianze del passato, e ciò che gli uomini possono essere scegliendo e lottando è quello che veramente rimane di loro.
    Grazie, Morena.

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