Fotografie

cover oro quinto colore 2Di ogni luogo, amava soprattutto le persone.
Quel muro di pietra grigia e il piccolo balcone, grigio anch’esso, delimitato da una ringhiera di ferro battuto, il tutto confortato dal colore rosso di un geranio, vivo come sembrava impossibile in quell’ambiente, tutto ciò non sarebbe stato lo stesso senza quelle rughe sul viso magro, riscaldate dagli occhi che un tempo erano stati azzurri come un cielo d’estate e adesso erano velati dal passare degli eventi. Quella mano scarna e ruvida, appoggiata sul bastone a sostenere tutta la persona, i vestiti troppo larghi in ricordo della forza che aveva posseduto l’uomo in gioventù, tutto ciò rappresentava, per lei, quel piccolo paese della Croazia, allora Jugoslavia, dove aveva passato qualche giorno tanti anni prima.
Rivide sé stessa, a passeggio per quelle stradine strette, pietra grigia ovunque, in lontananza l’azzurro del mare. La lunga gonna a fiori le dondolava attorno alle gambe nude, in un modo così gradevole, da sembrarle quasi una danza, e la maglia di un rosa abbagliante la fasciava piacevolmente, facendola sentire molto provocante e invincibile. Si sentiva benissimo. Era giovane e piena di illusioni e credeva ancora che la vita le avrebbe riservato solo cose piacevoli.
Guardando la fotografia e quelle vecchie rughe, rivide tutto questo. Le sembrò persino di possedere ancora quello sguardo, di poter guardare il mondo attraverso gli occhi che aveva allora. Ma sapeva che non era così.
Quando pensava a quel paese e a quel viaggio, pensava subito anche a quel vecchio solitario, seduto in quel terrazzino di pietra grigia. Era serio e sembrava indifferente a tutto, mentre la guardava passare con la macchina fotografica a tracolla, gli occhiali da sole e quel passo elastico che si ha solo a vent’anni. Appena lei gli chiese, a gesti, di poterlo fotografare, lui annuì compiaciuto e un guizzo degli occhi azzurri le fece intravedere il ragazzo robusto e allegro che aveva indossato quegli abiti, adesso troppo larghi.
Ah, ecco, queste erano le foto scattate durante la gita in montagna, a Chiusa. Bellissime come le ricordava. Era rimasta affascinata da quel luogo, da quelle stradine in salita convergenti in una piccola piazza circondata dalle case, ognuna con un dipinto sulla facciata, di solito una scena tipica della montagna. Non aveva mai dimenticato quel giorno; passeggiando senza meta, erano arrivati a Chiusa, piccolo paese al limite della Val Gardena ed era proprio il giorno del mercato!
Adorava i mercati, con il chiasso, i colori, la gente. Quello, poi, era un mercato particolare, come non se ne vedevano in città. Oltre le solite bancarelle, c’era anche chi vendeva polli e altri piccoli animali da cortile. Dentro una rudimentale gabbia c’era persino un maialino, delizioso e timido, con il suo codino attorcigliato.
Poi, artigiani del luogo, il fabbro, artisti del legno, persino una bancarella con un assortimento completo di campanacci per le mucche, in tutte le misure. Lei girava da una bancarella all’altra, come ubriaca, guardava tutto, si sorprendeva di tutto. Quante foto aveva scattato! Aveva fotografato tutto, gli animali, gli oggetti strani, quelli che in città di solito non si vedevano.
E le persone.
Tutto l’affascinava, di tutto notava i particolari. Credeva di avere già fotografato tutti, in tutte le pose possibili, quando vide qualcosa in fondo alla marea di gente curiosa, per la maggior parte turisti come loro. Un guizzo di un abito e un copricapo strano che l’attirarono immediatamente. Si fece largo tra la gente e arrivò davanti a una bancarella che prima non aveva visto.
Sul banco, oggetti in legno intagliato a mano con grande abilità, molte immagini sacre, ma anche tanti oggetti tipici della vita contadina: attrezzi da usare in campagna e in casa. Il legno era molto scuro, ricco di venature, sfruttate sapientemente dall’artista per dare anima alle sue creazioni. Rimase tanto incantata dagli oggetti, che all’inizio non vide chi li vendeva. Poi, alzò lo sguardo e lo vide.
Dietro il banco, un omone grande e grosso, in abito tirolese, probabilmente antico. Ne aveva visto uno simile alla festa di un paese poco lontano, una ricostruzione storica di una antica cerimonia. Dal cappello di panno verde, uscivano i capelli, completamente bianchi, un po’ lunghi e mossi. In perfetto contrasto, gli enormi baffi, da vero austriaco, erano ancora scuri. Il viso era grosso, dalla carnagione chiara, con le guance solcate da un fitto reticolo di venuzze rosse, come chi fa spesso bevute in compagnia. Gli occhi ridevano, ma non come chi è allegro e vuol dividere la sua allegria con gli amici, bensì come uno che pensi di saperla più lunga degli altri. “Uno sguardo beffardo”, aveva pensato “Quest’uomo mi guarda, sa cosa penso di lui e mi prende in giro. Capisce benissimo di sapere più cose di tutti gli altri e ci guarda dall’alto, si fa gioco di noi”.
Nonostante questo non ne fu contrariata, sentiva che era giusto così, ne comprendeva la verità e l’accettava. Chiese all’uomo il permesso di fotografarlo e lui acconsentì con grazia, ma mantenendo quell’aria di superiorità, anche se non offensiva. Gli occhi dell’uomo, chiari e profondi come i laghetti alpini, la scrutavano e quasi la misero in imbarazzo. Lei indossava una corta gonna nera arricciata, e un top bianco con strette bretelle di pizzo, ovviamente senza reggiseno. All’epoca, trentenne con la presunzione di poter conquistare il mondo, non ne possedeva neanche uno. Un’abitudine che aveva da prima che le femministe li bruciassero in piazza, in quelle manifestazioni in cui rivendicavano dei diritti che, dopo qualche anno, avrebbero voluto rendere.
Le sembrò che l’uomo le guardasse proprio il seno, ma senza malizia, come un turista guarda il paesaggio: interessato perché è una cosa bella da ammirare. Comunque, lei cercò di non dargli troppa importanza e si concentrò sull’inquadratura, cercando di rendere giustizia al personaggio. Era riuscita a catturare in pieno quello sguardo beffardo e, fissando adesso quegli occhi come aveva fatto quel giorno, pensò che, se si fossero incontrati oggi, lui non avrebbe più avuto quell’aria canzonatoria, come nella foto.
Lei, dopo quel giorno era diventata più cosciente di chi era e di cosa poteva fare nella vita. Forse, proprio quello sguardo mai dimenticato, le aveva fatto da pungolo per farla arrivare dove desiderava, le aveva impedito di arrendersi di fronte agli ostacoli.
E questa, fatta dalla strada panoramica sopra Talamone? Il mare di un blu intenso, a perdita d’occhio e il muretto basso su cui si sedevano tutti i turisti che osavano quella passeggiata. Ovunque terra secca e polvere di un colore indefinito, tanto era il calore che si sprigionava dal sole di quel caldo agosto di tanti anni prima.
In primo piano, però, la signora con il vestito nero, nonostante il caldo feroce che le seccava la gola e le inumidiva le braccia, e gli occhi del colore del vestito, sorrideva. Il viso rotondo e raggiante, le guance rosse per lo sforzo della salita, il seno grande e rassicurante delle donne di una volta, tutto in lei raccontava di una vita vissuta con grande forza e dignità. Le mani, che avevano lavato tanta biancheria e pulito tanti pavimenti, reggevano un piatto, coperto da un tovagliolo, che si intuiva contenere una torta. E lei rideva soddisfatta.
La richiesta di poterla fotografare l’aveva colta già di ottimo umore perché stava andando alla festa di compleanno di una nipotina. Ecco il motivo della torta. Forse, proprio questo l’aveva colpita della donna: il fatto che sembrasse così di buonumore, così fondamentalmente allegra. Nonostante la vita che aveva condotto o, forse, proprio per quello. Il sorriso le arrivava fino agli occhi, contornati da tante rughette, come chi è abituato a ridere spesso, e tutto il corpo rivelava nei movimenti una risolutezza inconsueta. L’aveva affascinata immediatamente e, quando acconsentì alla sua richiesta, sistemandosi i capelli grigi, che le sfuggivano dalla crocchia fissata saldamente alla testa, non ne fu sorpresa. Anzi, la donna disse che ne avrebbe approfittato per tirare un po’ il fiato e si sistemò appoggiata al muretto, con un sospiro.
Anche lei sentiva di avere il fiatone, per la lunga salita e per il peso della macchina che portava sempre con sé, ovunque andasse. Si passò le mani sul vestito, un semplicissimo prendisole dalla fantasia azzurra e gialla come la giornata, e si appoggiò i gomiti ai fianchi per scegliere la giusta inquadratura e, fissando gli occhi della donna attraverso l’obiettivo della macchina, pensò: “ Chissà se anche questa donna, a quaranta anni ha creduto di essere arrivata, di avere realizzato tutto quello che si era prefissata?
Guardando il suo sorriso, chiunque avrebbe detto di sì, e anche lei lo pensò, mentre scattava la foto che adesso era tra le sue mani. Dopo, la donna, sempre sorridendo, le aveva chiesto se voleva andare con lei, in casa del figlio per festeggiare tutti insieme. La prospettiva di una limonata ghiacciata, la fece acconsentire con entusiasmo e si trovò subito coinvolta nella più chiassosa, divertente e allegra festa a cui avesse mai partecipato.
Aveva guardato tutti quei volti, quelle persone e aveva cercato di carpire il loro segreto: tutti erano vestiti semplicemente, la casa era modesta e i rinfreschi erano casalinghi, niente di preparato dal pasticcere, ma l’atmosfera, era di grande serenità. L’aria che si respirava era, nonostante il caldo afoso, fresca e leggera. Lei si sentiva leggera come l’aria e senza nessun problema al mondo. E forse era proprio così! Forse, pensò, nessun problema merita che noi ci roviniamo la vita per risolverlo. Quel giorno imparò qualcosa di molto importante, anche se non ne fu cosciente da subito.
Quella vacanza a Talamone rimase sempre legata al sorriso di quella donna e all’allegria che sapeva infondere negli altri. Lei la interpretò come una specie di filosofia casalinga: prendiamo tutto il buono che ci viene offerto, anche se inatteso, godiamone finché è possibile.
Dopo tanti anni, con la foto tra le mani, fissando gli occhi della donna come li aveva fissati quel giorno, sentì di capire veramente cosa ciò significasse.
Ecco, finalmente, aveva trovato le foto scattate l’anno prima. Erano anni che desiderava andare in Sicilia e l’occasione si era presentata a febbraio dell’anno precedente. Avevano visto tante cose, prima di arrivare ad Augusta: città, teatri antichi, rovine di epoca greco-romana, architettura barocca, mare, sole, fiori, colori vivaci e profumi forti.
E persone. Quante persone! Una in particolare, aveva attirato il suo sguardo.
La scusa per iniziare il discorso era stato il cane: uguale al suo, stessa razza e stesso mantello nero focato. Si sa che i proprietari dei cani sviluppano una particolare sensibilità verso chi ama gli animali, che crea fin da subito, un legame di simpatia.
Così avevano iniziato a parlare e lui, un ragazzo molto giovane dai lineamenti marcati, da vero siciliano, sapeva parlare molto bene, ma era parco, quasi tirchio, con le parole. Un’abitudine che, forse, gli veniva proprio da quel suo essere così profondamente siciliano, così profondamente ancorato alla sua amata terra.
Parlando, però, si era rilassato e aveva iniziato a raccontare di sé: aveva la passione della poesia, di scrivere versi. Parlando di questo argomento, si era animato e gli occhi avevano cambiato espressione, illuminandosi di una luce interna, profonda. Lei aveva intuito la forza di quella luce interiore e aveva percepito il potere che poteva avere. Capì che lui avrebbe realizzato qualcosa di veramente importante, se avesse mantenuto accesa quella potente fiamma che riscaldava la sua anima.
Fu a questo punto, che a lei venne il desiderio di fotografarlo. All’improvviso sentì che doveva catturare quell’espressione, conservare per sempre quella luce. Doveva farla sua, appropriarsene. Se avesse scoperto il segreto di quella luce, avrebbe avuto ancora il potere di realizzare i suoi sogni? Avrebbe avuto ancora, dei sogni?
Aveva ormai cinquanta anni e, certi giorni, le sembrava di non dover più attendere niente, di avere già vissuto tutto. Certi giorni era stanca, tanto stanca da non poter neanche pensare ad un futuro. Non pensava neanche di averlo, un futuro.
Così si preparò ad inquadrarlo e a scattare la fotografia. Anche il cane si mise in posa e lei pensò: “Perché no? Il cane è lo specchio del padrone, è giusto che li riprenda insieme”.
Si massaggiò leggermente la spalla; gli anni passati in giro con la macchina fotografica si facevano sentire. Era tanto che voleva passare a una di quelle macchinette piccole, compatte, ma non se la sentiva di abbandonare la vecchia Nikon, con tutti i suoi pesantissimi, ma insuperabili obiettivi.
Adesso, indossava quasi sempre pantaloni, che quel giorno erano jeans sbiaditi, e camicie colorate. Il reggiseno lo portava sempre, ora, e comunque non avrebbe avuto importanza quel giorno.
Il ragazzo e il cane si misero su una panchina, con lo sfondo dei mandorli in fiore, spettacolo unico per lei che veniva da una città fredda. Lei si sistemò ben ferma per mettere a fuoco e scegliere l’inquadratura perfetta e scattò. Non aveva più visto né il ragazzo, né il cane.
Si alzò e andò vicino alla finestra, con la foto in mano, e la guardò con grande attenzione. Notò solo in quell’istante che lui aveva socchiuso gli occhi, proprio nell’attimo in cui lei aveva scattato. Nonostante questo, lei si meravigliò della forza e della speranza che trapelava da quegli occhi socchiusi, la poteva sentire come l’aveva intuita quel giorno e ne era riscaldata profondamente, come allora.
Durante l’ultimo anno si era sentita meglio, più forte e decisa, più proiettata verso il futuro. Piuttosto, sentiva di averlo, un futuro.
Comprendeva in quel momento quanto, tutte le persone di quelle foto, fossero importanti. I luoghi erano belli, si poteva sempre imparare qualcosa viaggiando e conoscendo paesi nuovi. Ma quello che veramente faceva la differenza, quello che faceva vivere i luoghi, erano le persone.
Ecco perché, di ogni luogo, amava soprattutto le persone.

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Il racconto Fotografie è stato inserito nell’antologia Quinto colore [copertina ad inizio post]. L’antologia è stata ideata, curata e pubblicata dalla redazione di Opposto.net, un portale di lettratura e scrittura gestito da Anna Maria Artini e Virginia Foderaro.
Anche questo è un racconto di qualche anno fa. Ha delle sbavature ma ci sono affezionata e me lo tengo così. E poi non si può riscrivere le cose già scritte. Non sarebbero le stesse.

2 pensieri su “Fotografie

  1. Cerco sempre di fotografare le persone, anche se lo faccio con gli occhi e con le mani 🙂
    Diverse cose buone in questo racconto e alcuni passaggi che mi sono piaciuti molto.
    Sulla questione del cambiare le cose scritte tempo addietro,
    penso che sia come voler cambiare una fotografia scattata
    nel passato: non sarebbe più la stessa fotografia.
    So che sei a Firenze, poi magari ci racconti 😀
    buona domenica, vincenzo

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